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Culture
Van Gogh e i colori della vita: a Padova una mostra dedicata all'artista
Il seminatore, 1888

Vincent non sarebbe Van Gogh senza Théo. Il fratello minore ebbe un'autentica venerazione per il primogenito e fu il primo e per molti periodi l'unico a credere nella forza e qualità della sua arte. Non solo, fu per l'altro sempre uno stimolo di idee e di consigli come si vede nelle lettere che si scambiarono con frequenza più che settimanale: Théo conservò tutte quelle ricevute, che ci sono rimaste, mentre Vincent era uso bruciare o comunque gettare quelle del fratello. Théo lo mantenne anche economicamente durante gli ultimi dieci anni di vita, dopo che non gli era stato rinnovato l'incarico come catechista perché “aveva preso troppo alla lettera il modello evangelico”, vivendo in povertà e aiutando i numerosi bisognosi con cibo, acqua, vestiti.

Vincent non sarebbe Van Gogh senza Parigi. Fu proprio su suggerimento del fratello, che nella Ville Lumière si era trasferito per attivare la filiale della casa d'arte Groupil & co. per la quale lavorava (e dove aveva lavorato anche Vincent, ricoprendo a Londra il medesimo incarico), che il pittore vi si trasferì. Solo l'incontro con i colori degli impressionisti, con le analisi sulla luce messe su tela dai puntinisti, con le stampe giapponesi ubique in città (le aveva già intraviste ad Amsterdam), con gli angoli urbani pieni di tranquillità e serenità, gli permette di cambiare il suo paradigma espressivo.

Vincent non sarebbe Van Gogh senza la malattia. La sua non era pazzia, tantomeno una sindrome ossessiva (l'unica sua ossessione era l'arte), meno ancora una schizofrenia. Probabilmente si trattava di una forma grave di epilessia, accentuata da una psiconevrosi alimentata fin dalla più tenera infanzia (Vincent portava il nome destinato a un fratello scomparso prima ancora di nascere) e dall'intensità del misticismo evangelico, assorbito dal padre pastore e vissuto appieno per un lustro. Una nevrosi che scavava dentro e sollecitava verso l'esterno una persona colta, che leggeva moltissimo, parlava fluentemente sei lingue e amava discutere con passione di argomenti svariati.

Riportare tutto questo in una mostra dedicata al genio olandese non è poi così complicato, soprattutto perché la grandissima parte delle opere di Van Gogh sono conservate in due musei olandesi, il Van Gogh Museum di Amsterdam e la Collezione Kröller-Müller di Otterlo. Il primo offre con estrema difficoltà le sue opere, il secondo – dietro significativo compenso – mette a disposizione un catalogo di un paio di centinaia di disegni e una cinquantina di tele. Le altre istituzioni che possiedono un Van Gogh, soprattutto americane, offrono in prestito le loro opere, spesso le più significative della raccolta, solo in situazioni particolari, tipo il rinnovo dei locali o il restauro degli edifici.

È questo il motivo per cui, quando si percorrono le sale di una mostra dedicata a Van Gogh, il pittore più amato dagli italiani insieme a Monet e Chagall, si ha l'impressione di vedere sempre lo stesso percorso, la stessa proposta, lo stesso input di analisi e di lettura. È quanto regolarmente avviene a Padova, dove è allestita fino al prossimo 11 aprile Van Gogh. I colori della vita nel nuovo complesso espositivo del ristrutturato centro san Gaetano. In particolare ci troviamo davanti alla ripresa in piccolo della riuscita mostra tenutasi tre anni fa nella basilica Palladiana di Vicenza. Addirittura 25 delle 82 opere vangoghiane di Padova (circa una su tre, più il dimenticabile benché significativo Mietitore di Millet) erano fra le 129 visibili nel capolavoro architettonico del Palladio.

Con Van Gogh Padova – la terza città in Italia per incremento del turismo culturale negli ultimi dieci anni, dopo Matera e Napoli – punta al grande pubblico, a superare le 120mila presenze, dato che le misure anticovid non permettono neppure di ipotizzare i 350mila visitatori della precedente rassegna. E a lanciare il nuovo spazio, bello, elegante e funzionale. Opzione che non ha bisogno delle cervellotiche giustificazioni parafilosofiche messe in campo durante la conferenza stampa dall'assessore Andrea Colasio, che ha affastellato il sovietico Minculpop, la scuola di Francoforte e Martin Heidegger pur di “camuffare” una scelta blockbuster del tutto comprensibile, anche se chiaramente per nulla legata al territorio.

Detto questo l'esposizione mantiene un importante appeal sia per l'eleganza dell'allestimento con le foto (attuali) dei luoghi dove il pittore operò, sia per la chiara comprensibilità della traiettoria di crescita esponenziale di Van Gogh, sia per la presenza di alcuni indiscussi capolavori, l'iconico Autoritratto con il cappello di feltro grigio, l'Arlesiana di Roma, la Natura morta con fiori di campo e rose arrivata grazie all'annullamento di un'esposizione a Tokyo, il Ritratto del sottotenente Milliet. Il vigneto verde che arriva a momenti di astrattismo. E anche per i tre (dei sei) grandi Studio per un ritratto di Van Gogh di Francis Bacon, che aprono la mostra,

Evidentissimo il passaggio, innescato grazie a Théo a Parigi tra numerose crisi, di Van Gogh dalla sporca e terrosa “nebbia” di marroni, ocra, grigi, che pesava sui paesaggi e sui volti, sui raccolti e sulle mani, sulle pommes de terre, cibo di ogni giorno, e sui fagioli, portata della festa, dei minatori e dei contadini della sua prima stagione al lirismo eccelso del colore, per lui autentica esaltazione per rappresentare stati d’animo sempre in tensione e la natura come loro riflesso sensibile, superando di slancio l’edonismo impressionista per arrivare a un pre-espressionismo di matrice quasi romantica.

Van Gogh si sparò nella campagna di Auvers-sur Oise, poco fuori Parigi, in mezzo ai campi, in una splendida domenica di sole. Morì due giorni dopo, accudito da Théo, il mattino del 29 luglio 1890. Aveva 37 anni, età drammatica per molti geni della pittura: Raffaello, Watteau, Toulouse-Lautrec, Parmigianino. In un decennio aveva realizzato quasi 900 dipinti e più di 1000 disegni.

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