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Culture
Angelo Rizzoli, editore (anche) sfortunato

di Fausto Lupetti

Angelo Rizzoli, classe ’43, diciamolo, non è stato un gigante dell’editoria italiana. Ma non sempre solo da chi è stato grande si possono trarre degli insegnamenti, anche le loro storie aiutano a capire cosa è successo. Penso sia stato anche sfortunato e sicuramente impreparato verso eventi sconosciuti. Angelo si trovò nel momento sbagliato in un luogo di lotte di potere e appettiti forti e decisivi per le sorti della Prima Repubblica.

Figlio e nipote dei Rizzoli, Andrea e “Angelone”, che come Arnoldo Mondadori ebbero la geniale intuizione di cavalcare il nascente businnes della pubblicità nel secolo dei media e della comunicazione di massa, così come fece Edilio Rusconi che arrivò a percepire fino agli anni ’80 dalla Sipra, la concessionaria pubblica, ben160 miliardi di lire di minimo garantito annuo per la raccolta pubblicitaria sui suoi giornali. Quando il padre di Angelo nel ‘74 comprò il “Corriere della Sera” lo fece in una logica industriale di espansione del mercato dei lettori e crescita naturale a tutte le imprese. Ma presto il figlio si rese conto che non era più e solo così per il mercato dell’editoria contiguo a quello politico.

L’editoria è sempre stata in Italia lo zoccolo duro dei partiti e il giovane Angelo si trovò fra le mani e per merito e sua disgrazia dal padre un mezzo di comunicazione di straordinario potere, il primo quotidiano italiano, influente nell’orientamento della pubblica opinione, ma anche verso le scelte di governo, della politica estera, della Confindustria, finanza e l’economia in generale. Se ne convinse fin troppo, non aveva forse soluzioni diverse e giocò una partita di potere più grande di lui con dei gruppi piduisti spietati che del suo “Corriere della Sera” avevano assolutamente bisogno perché punto di crocevia indispensabile per i progetti di golpe bianco.

Non fu Angelo a cercare la P2 ma loro attraverso l’Ambrosiano di Calvi e già questa fu una sfortuna. La logica industriale di businnes per ottenere un maggior fatturato richiedeva che la raccolta di pubblicità del quotidiano “Correre della sera” fosse distinta e separata da quella dei Periodici settimanali e mensili, ma questa separazione e autonomia non era accettabile per la P2, limitava il suo potere. E su questo punto si scatenò una lotta ai vertici del gruppo dai contorni economico aziendali ma di fatto politica, di inconsapevole resistenza alla P2. Ricordo, e pochi lo sanno, che una delle scelte di gestione volute Bruno Tassan Din, uomo della P2 nel ruolo di amministratore delegato dell’ RCS, per ottenere di mettere i suoi giornalisti a dirigere le testate del gruppo era quella di dirottare o prosciugare la pubblicità di una testata, farla andare pubblicitariamente male, anche se andava invece bene come tiratura e lettori, per creare difficoltà al direttore non gradito, obbligarlo a dimettersi e poterlo sostituire. Angelo Rizzoli non capì esattamente quanto intorno succedeva, il pasticcio in cui si era infilato, pensava di poter essere anche lui della grande partita e accettato, invece non contava perché i piduisti avevano il solo scopo di depredarlo e indebitarlo fino alla definitiva emarginazione. E non potè più tirarsene fuori. Forse Angelo sapeva fare l’editore come il padre, ma in tempi che erano cambiati.

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