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Culture
Arriva il primo romanzo fatto di tweet. E' dell'autore di Cloud Atlas

Sette giorni di intenso lavoro su Twitter. E' il tempo che ha impiegato lo scrittore David Mitchell, autore del libro avveniristico Cloud Atlas, a pubblicare il primo romanzo della storia composto da tweet: 40 status al giorno per raccontare le vicende di un uomo che scopre attimo dopo attimo gli effetti del valium e vive la sua vita imprigionato dalle droghe e dagli psicofarmaci. Questa condizione, che caratterizza molte persone della nostra generazione, secondo l'autore si presta particolarmente bene alla nuova forma narrativa delle 140 battute: la frammentazione e il susseguirsi dei "messaggi" determina un incedere ritmato e coinvolgente in base alle regole del linguaggio 2.0 che a breve, sempre nell'ottica dello scrittore americano, trasformerà significativamente anche la letteratura. L'autore spiega in una intervista: "Leggere una serie di tweet è come guardare attraverso il finestrino di un treno che corre veloce e attraversa infinite gallerie. Ogni tweet cancella quello che lo precede con la rapidità del susseguirsi delle scene di un film. Ecco questo modo riflette i ritmi della società contemporanea e da vita a un nuovo linguaggio, più al passo coi tempi".

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Lo storico e filosofo della scienza Stefano Moriggi sceglie Affaritaliani.it per spiegare come cambiano i sistemi di comunicazione nell'era del web.

Si è aperto un dibattito su Twitter, sul fatto che ora viene utilizzato anche da intellettuali e capi di stato. Non è preoccupante che il pensiero si riduca a 140 caratteri?

Spesso quando si parla di tecnologia si perde il "senso della misura", in tutti i sensi. Per esempio, dove sta scritto che la profondità di una riflessione sia direttamente proporzionale alla lunghezza della sua esposizione?  Se così fosse, ogni grafomane - in quanto tale - dovrebbe essere anche un apprezzato filosofo. Il che, al di là delle apparenze, non corrisponde necessariamente a verità. E' indubbio che la riduzione dello spazio disponibile rende più difficile l'articolazione di un significato complesso. Ma difficile, non vuol dire impossibile. Certo, bisogna essere capaci. Ma questo è un altro discorso. Dopotutto, non accade qualcosa di simile anche in poesia? Le faccio un esempio emblematico: "Si sta come / d'autunno / sugli alberi le foglie". Solo cinquanta caratteri (virgolette comprese!) per esprimere come pochi altri hanno saputo fare la precarietà esistenziale (oltre che fisica) dei Soldati al fronte. Ungaretti avrebbe "twittato" benissimo, senza mai rischiare la banalità o la "riduzione del pensiero".

Però per secoli siamo stati abituati in un certo senso a identificare il sapere con la complessità. Come reagiremo a questa "svolta"?

Dovremmo reagire anzitutto cogliendo la complessità là dove si trova, e non facendone un alibi (o addirittura un idolo) della nostra angoscia di fronte a un mondo in evoluzione. Invece di essere "psicologicamente tolemaici" in un mondo "culturalmente copernicano", sarebbe quindi più utile e sensato affrontare la complessità della tecnologia intuendo - nello specifico della comunicazione - lo stile che ciascun mezzo richiede. Quella che manca, in molti casi, è una sensibilità estetica nell'utilizzo dei media: il senso dello spazio disponibile, della velocità e dunque del ritmo specifico di ogni mezzo di comunicazione - oltre che dei potenziali destinatari. Considerazioni che, a mio modo di vedere precedono, quelle relative all'oggetto della comunicazione in sé. Dunque, il vero rischio di "riduzione del pensiero" lo corre piuttosto chi non è in grado di modulare opportunamente i contenuti nelle forme proprie del mezzo che decide di utilizzare. E la mia esperienza di comunicazione della scienza in televisione con E se domani (Rai 3), da questo punto di vista, è stata  (e continua a essere) particolarmente istruttiva.

Secondo lei siamo di fronte a un cambiamento epocale che riguarda il linguaggio e la cultura o Twitter è solo uno dei tanti strumenti che si affiancano al linguaggio tradizionale?

La comunicazione non è disincarnata rispetto agli strumenti che la rendono possibile, e alle loro peculiari potenzialità espressive. Come dicevo, in alcuni critici manca ancora una "sensibilità estetica" nei confronti delle più recenti tecnologie, una lacuna che non consente loro di cogliere l'efficacia propria di uno stile comunicativo altro rispetto a quelli più tradizionali. Certo, Twitter rappresenta una nuova opportunità espressiva che non si sostituisce alle altre, semmai si aggiunge. La differenza la fa piuttosto l'individuo in grado di scegliere, di volta in volta, i modi, i tempi e dunque le forme in cui veicolare informazioni e contenuti. Dopodiché, comporre un tweet talvolta può anche essere più difficile che scrivere un fondo su un quotidiano. Ma questo non mi sembra un buon motivo per disconoscere significato e funzione di una nuova e rilevante opportunità mediatica - o, peggio ancora, per banalizzarla alla luce del fatto che qualcuno ancora fatichi a sintonizzarsi col suo registro espressivo.

Un editorialista di Affaritaliani.it considera pericolosa l'assenza del contesto nella comunicazione via Twitter. Che cosa ne pensa?

Per quanto sostenuto fin qui, lo considero un problema mal posto. L'editorialista in questione sostiene che "la politica è contesto" e che dunque non si può raccontare in 140 caratteri. E così mette in guardia i "guru dell'informazione" affinché non facciano la fine di un ipotetico Fra' Martino 2.0 che "per un tweet...perse la cappa" - come lo "spin doctor" di Obama, responsabile di un "cinguettio" benevolo (e dunque sospetto) sullo spot Chrysler. Secondo lui, in un tweet "può starci una battuta, un 'ti amo' o un 'vaffa'", non molto di più... A Fra' Martino 2.0, rispondo con Francesco d'Assisi, quello storicamente esistito. Nel maggio del 1213, diretto verso la Romagna, passò per San Leo dove finì per imbattersi in una festa. Decise che per quanto anomali fossero il contesto e il momento, persino quella circostanza potesse diventare un'occasione per predicare. Come? Non certo rispettando il tradizionale protocollo del predicatore. Nessuno lo avrebbe ascoltato e molti lo avrebbero deriso. E così Francesco, nello stile del giullare, saltò su un muro, attirò rumorosamente l'attenzione della folla gaudente e affidò il suo messaggio addirittura a un verso di una nota e licenziosa canzone del tempo: "Tant'è quel bene che m'aspetto che ogni pena mi è diletto". Di nuovo, non è da tutti saper tradurre le difficoltà e i patemi d'animo che un amante deve affrontare prima che l'amata gli conceda di godere delle sue grazie, nelle tribolazioni che ogni uomo ha da sopportare in vita prima di partecipare della gloria di Dio. Ma lui ci è riuscito e il "contesto" che ha saputo ricreare nelle menti e nei cuori di una folla profondamente colpita è stato qualcosa di più di un "vaffa", almeno così mi pare. E a chi, come Orlando da Chiusi, gli chiese di saperne di più della salute della propria anima; Francesco rispose che la festa doveva continuare. Ne avrebbero riparlato in un altro momento, in un'altra sede certo più consoni. Ma intanto, il messaggio nella sua sintetica complessità era arrivato a destinazione... Forse i maligni diranno che, dopotutto, lui di "cinguettii" se ne intendeva, visto che si dice parlasse anche con gli uccelli. Ma quella è un'altra storia...

Allargando il discorso anche alle altre innovazioni tecnologiche, tipo Cloud, secondo lei siamo pronti per certi cambiamenti e per le loro implicazioni filosofiche e sociologiche?

Il fatto è che non siamo mai pronti di fronte alle novità, tecnologiche e non. Altrimenti non sarebbero novità. Bisognerebbe preferire un atteggiamento critico tanto a una diffidenza refrattaria quanto a un entusiasmo inconsapevole. Di questi tempi parlare di Cloud è quasi una moda, ma non ho la sensazione che ci sia ancora una altrettanto diffusa consapevolezza dello strumento e di non poche questioni - per esempio di natura giuridica - che, inevitabilmente, si verranno a porre come nuovi orizzonti di riflessione in una società costantemente ridisegnata nella struttura e nelle relazioni dalle offerte tecnologiche che la ricerca e il mercato rendono sempre più disponibili. Sarebbe certo il caso di incentivare una più mirata riflessione sulla tecnologia, ma - per carità - lontana da certa anacronistica "filosofia della tecnica"...

La tecnologia sta superando noi, le nostre abitudini e il nostro sistema legislativo. Riusciremo a "dominare" e "governare" i nuovi strumenti o loro metteranno sotto scacco l'umanità?

Per "governare" una fase di transizione o addirittura una rivoluzione (non solo scientifica o tecnologica, ma anche politica) non sono mai serviti i profeti di sventura. Non vedo come potrebbero aiutarci oggi. Piuttosto sarebbe auspicabile riuscire a  intuire cause e dinamiche degli eventi in corso e agevolare la discussione pubblica in merito. Arroccarsi in un passato troppo spesso idealizzato e lanciare strali sul mondo che verrà mi sembra un atteggiamento che - almeno secondo i dati auditel - può funzionare al più come pittoresco contorno di un Festival della canzone italiana. Ma  di ragazzi della via Gluck... uno basta e avanza.

Stefano Moriggi (Milano 1972): storico e filosofo della scienza, si occupa di teoria e modelli della razionalità, di fondamenti della probabilità, oltre che di pragmatismo americano con particolare attenzione al rapporto tra evoluzione culturale, semiotica e tecnologia. Già docente nelle università di Brescia, Parma, Milano e presso la European School of Molecular Medicine (SEMM), attualmente svolge attività di ricerca presso l'Università di Milano Bicocca e Università degli Studi di Bergamo. Esperto di linguaggi e comunicazione della scienza, da due anni conduce su Rai 3, al fianco di A. Zanardi, la trasmissione E se domani. Quando l'uomo immagina il futuro. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: Le tre bocche di Cerbero. Il caso di Triora. Le streghe prima di Loudon e Salem (Bompiani, 2004); con P. Giaretta e G. Federspil ha curato Filosofia della Medicina (Raffaello Cortina, 2008). Più recentemente (con G. Nicoletti) ha pubblicato Perché la tecnologia ci rende umani. La carne nelle sue riscritture sintetiche e digitali (Sironi, 2009) e  con A. Incorvaia, School Rocks! La scuola spacca, (San Paolo, 2011).

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