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Culture
Biglino ad Affari: "Della Bibbia non sappiamo niente. Dobbiamo dirlo"

Su Mauro Biglino dicono di tutto. Nel bene: un uomo libero, coraggioso, determinato. E nel male: un opportunista malato di protagonismo, un venditore di se stesso. Sei anni fa ha scelto una strada impervia: portare al grande pubblico, dopo una vita dedita alla storia delle religioni e alle traduzioni della Bibbia dall’ebraico, quello che credeva di aver letto e che, però, non corrispondeva a quanto divulgato a milioni, o miliardi di fedeli. Più di dieci anni passati a lavorare per le prestigiose edizioni San Paolo, con 19 libri all'attivo, non gli hanno evitato il licenziamento; in compenso proprio quell’esperienza lo rende scomodo: perché chi prima lo stimava professionalmente ora non può negare di averlo fatto. E dunque Biglino, a 66 anni, mettendo in dubbio la presenza di un Dio spirituale in quelle pagine e minando la legittimità del cristianesimo inteso come credo ecumenico e le fondamenta stesse del –teismo, dà fastidio. Se non altro perché in molti lo ascoltano, e lo leggono. In uno dei suoi ultimi libri, scrive: «Il cammino è segnato, non rimane che continuare a percorrerlo con lo studio e le necessarie verifiche».

 

Qui e qui gli articoli precedenti di Affari su Mauro Biglino

 

Chi non la conoscesse potrebbe andare su Wikipedia per informarsi: leggerebbe che, secondo una ricerca del CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni), lei dev’essere considerato una sorta di studioso che non usa le modalità canoniche della comunicazione e mescola tesi di ateismo e complottismo. Meglio: un personaggio con capacità affabulatorie e di autopromozione. Lei dice alla gente ciò che la gente vuol sentirsi dire?

«Quest’eventuale capacità affabulatoria, è una caratteristica assolutamente positiva. Se riesco a dare degli strumenti di ragionamento e di riflessione, allora non è un male. Sarebbe negativa se usata per propagandare delle falsità. Io non lo faccio: però ho sempre ripetuto, con onestà intellettuale, che le mie sono solo ipotesi. Il linguaggio che scelgo di utilizzare è chiaro, semplice, lineare: e parlo alle stesse persone a cui si rivolgono la Chiesa e i teologi. Chi usa parole importanti, spesso, lo fa per nascondere dei concetti, per rimarcare una differenza culturale con chi ascolta. Riguardo la Bibbia, invece, tutti dovrebbero poter capire».

La sua è una critica al linguaggio elitario degli accademici, quindi.

«Si è sempre cercato di evitare che alcune tematiche possano essere comprese. E di conseguenza che non si accetti integralmente quanto viene imposto dall’alto, da quelli che sanno. Da più di un anno, nelle conferenze in giro per l’Italia, faccio leggere i passi della Bibbia al pubblico, per coinvolgere i presenti; e inoltre non uso nemmeno mie traduzioni ma quelle ufficiali, di Famiglia Cristiana. Ciò che affermo è già scritto lì: alla portata di chiunque. Questo destabilizza. Genera contro di me delle reazioni violentissime. In ogni caso, io collaboro e mi confronto con accademici che a loro volta riconoscono il valore del mio lavoro. La questione del linguaggio, però, è fondamentale: e la rivendico».

E' molto seguito, molto letto: libri, conferenze, pagine Facebook. Forse è nato un fenomeno «Biglino», che va contro il suo tentativo di risvegliare uno spirito critico su certe questioni. Si rischia cioè di prendere per oro colato tutto quello che dice. Insomma, non ha paura del tifo?

«Io ricevo più danni dal tifo che non dai miei detrattori. Il concetto non mi piace, ma esiste: mi vengono messe in bocca cose da me mai dette o scritte. Cose che non penso e non sostengo ma che poi mi vengono anche ritorte contro. E’ un effetto collaterale, che, per ovvi motivi, non posso controllare. Però c’è un dato indubitabile: in tanti hanno cominciato a studiare, e a leggere la Bibbia. In tanti mi chiedono consigli per poi impegnarsi autonomamente. La curiosità porta all’interesse. E se sono riuscito in questo, non posso che esserne felice».

Lei ama sottolineare: «So di non possedere la verità, e di poter sbagliare, ma ho delle certezze». Quali?

«Verità assolute non ne ho. Non metto in dubbio l’esistenza di Dio, per esempio. Non mi compete. Io guardo al testo biblico. Ed ecco le mie certezze: di quel libro non sappiamo nulla, né chi l’ha scritto, né quando; sappiamo però che è stata costruito, modificato e riadattato nei secoli da chi in precisi momenti deteneva il potere. E proprio per questo verità assolute, da quel libro lì, non possiamo ricavarne. I teologi fanno il contrario. L’errore è nel metodo: è evidente che la Bibbia, a seconda delle esigenze, viene interpretata arbitrariamente. La Bibbia ci viene sempre spiegata da altri. E di conseguenza si sceglie quale passo leggere alla lettera e in quale, invece, si cela l’allegoria. Un esempio: se Dio afferma di amare l’uomo, va bene; se Dio ordina un massacro, si deve interpretare».

A marzo ha avuto un confronto che attendeva da tempo. Mauro Biglino attorno a un tavolo con Ariel Di Porto, rabbino capo della comunità ebraica di Torino, il professor Daniele Garrone, biblista esperto e pastore protestante, Don Ermis Segatti, sacerdote cattolico e docente di teologia, Mons. Avondios, arcivescovo della chiesa ortodossa di Milano.

«Tutto è stato trascritto e sarà messo a disposizione gratuitamente sul web. Un dibattito stupefacente, per me. Sono uscite fuori cose che non immaginavo. Del resto, quando tutti insieme affermano che nella Bibbia sull’esistenza di Dio non ci sono sicurezze, cosa dovrei dire? Be', allora siamo tutti d’accordo. Non solo: hanno detto anche che nel testo non c’è la parola «eternità», che la traduzione di «onnipotente» riferito a Dio è errata, così come il concetto di immortalità. Dunque perché da sei anni sono attaccato? Forse perché ne parlo in pubblico?»

Ma a Mauro Biglino la gerarchia ecclesiastica come reagisce?

«Non ha ancora preso posizioni ufficiali nei miei confronti: e questo la dice lunga. L’atteggiamento migliore è il silenzio. Nei prossimi anni, infatti, credo si prenderanno le distanze dall’Antico Testamento. Tutto sommato, Biglino, potrebbe risultare funzionale».

Prendere le distanze?

«Faccio qualche esempio. Nel 2008, la Congregazione "De cultu divino et disciplina sacramentorum" ha emesso una circolare - pubblica - in cui si scrive: “Nelle celebrazioni liturgiche, nei canti e nelle preghiere, il nome di Dio nella forma del tetragramma YHWH non deve essere né usato né pronunciato”. Quel nome, cioè, non dev’essere utilizzato perché non è cristiano. Ancora: sentiamo Papa Francesco affermare che fare la guerra in nome di Dio è satanico, ma tutto l’Antico Testamento è un libro di guerre fatte in nome di Dio. E’ stato avviato un progressivo distaccamento. Ci stanno dicendo: quel Dio lì non è il nostro e quel libro tornerà a essere ad uso esclusivo degli ebrei. Ci sarà poi da salvare il Nuovo Testamento, che in quel caso non avrebbe più basi. Detto che io non sto facendo crociate e non voglio togliere la Fede a nessuno, la domanda diventa: quante fedeli riuscirà a non perdere la Chiesa così? Quanti si affideranno di nuovo alla Chiesa senza una riflessione critica?»

Per lei il Monoteismo nasce come uno strumento di controllo delle masse?

«Per come è stato utilizzato in Occidente, sì. Questo è il concetto: l’uomo viene al mondo macchiato dal peccato originale e serve una mediazione con Dio nella speranza di una riconciliazione in un’altra vita. Io vado al fondo: non c’è nessun peccato originale descritto dalla Bibbia. In ogni caso, il Monoteismo sembra aver avuto un disegno comune. Nel VI e in particolare nel V sec. si impone una chiave di lettura spirituale che prima non aveva ragione d’essere. E questo lo scrivono docenti pontifici nelle enciclopedie cattoliche, non lo rivela Biglino. Questo processo avviene in Medio Oriente, nella religione che ci compete. In India, attraverso Induismo, Buddismo e Giainismo. Contemporaneamente, In Cina abbiamo Lao Tse (o Lao Tze, per il Taosimo, Ndr) e Confucio. Nuovi sistemi di pensiero che, col senno di poi, si sono mostrati efficacissimi perché le stesse persone, sponteneamente, vi si affidano. L’invenzione delle religioni, per 2500 anni, ha funzionato. Come pure funziona il nuovo dogma materialistico/consumistico di oggi: che è più violento di una dittatura armata col manganello».

Non molto tempo fa è stato ospite su Rete 4 ne La strada dei miracoli, c’era anche Paolo Brosio. Lui, che asserisce di aver visto la Madonna, ha avuto più peso di lei, che traduce l’ebraico antico. Non la lasciavano parlare. 

«E’ la logica della Tv, e accetto queste regole. Però, per esempio, non rispondo alla maggior parti degli inviti che mi propongono in altre sedi: l’incontro di Milano, per dire, è stato organizzato in un anno e mezzo, sono stati invitati personaggi che nel loro campo sono specialisti. Devo scegliere il top, devo scegliere chi ha competenze da spendere per instaurare un dialogo di livello. Anche perché preferisco continuare a lavorare che trovarmi con chi vuole soltanto urlare. E inoltre se io andassi ogni volta, poi mi accuserebbero di vedermela con chi non regge un contradditorio. Non devo apparire, non ne ho necessità: sono per il confronto, non per lo scontro o l’esibizionismo».

Magari è tutto più grande di lei.

«Vado avanti con la massima serenità. Col passare degli anni sono sempre più tranquillo, sicuro. Più deciso. Sono soddisfatto per il contributo importante che mi sta dando la scienza, e per i rapporti con studiosi veramente capaci che arrivano a incoraggiarmi, a spronarmi. La mia, ne sono convinto, è una scelta intellettualmente onesta: e non voglio fermarmi».

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