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Culture

«"Fai di tutto per rimanere te stessa", mi aveva messo in guardia tanto tempo addietro.
Mi chiesi se ci fossi riuscita. Non sempre era facile saperlo».

Tracy Chevalier, La ragazza con l'orecchino di perla

Esorcizzare Bentham
Per concludere dobbiamo tornare all'inizio di questa storia, al mio ver-tiginoso incontro con il cadavere di Jeremy Bentham a Londra. Dopo quella turbinosa esperienza davanti alla sua auto-icona, avevo bisogno di bere qualcosa di forte. Uscendo dallo University College su Gower Street, la strada dove una volta aveva dimorato Charles Darwin e dove era nato il movimento dei pre-raffaelliti nell'inverno 1848-491, notai un pub in una via adiacente. Accesi il BlackBerry per controllare l'ora, e vidi che avevo un'altra ora libera prima di correre in aeroporto a prendere il volo per Amsterdam, dove sarei intervenuto a un convegno sui social media il giorno successivo.
Si stava facendo buio mentre attraversavo Gower Street, zigzagando tra un nugolo di taxi neri e bus rossi a due piani diretti in centro. Camminando velocemente, le mani ficcate in tasca, nel freddo pomeriggio di novembre, mi trovai davanti alla porta del pub su University Street — dove campeggia-va, come su molti edifici pubblici londinesi, un'insegna a forma di grande pendente con l'immagine di un uomo dagli occhi trasparenti e i capelli lunghi grigi. Pur nella penombra crepuscolare, lo riconobbi all'istante: si trattava di Jeremy Bentham, dal cui cadavere stavo cercando di fuggire.

Chiamato The Jeremy Bentham, il pub era un monumento vivente al riformatore sociale, con tanto di targa all'ingresso che riportava il suo nome e la descrizione dell'illustre cadavere in pubblica esposizione lì di fronte e terminava tessendo le lodi della sua filosofia utilitaria:

Abbiamo dedicato a Bentham questo pub per tenerne vivo l'ideale fonda-mentale: la «massima felicità per il massimo numero di persone».

Mi prese un colpo. Proprio come Scottie Ferguson non poteva sfuggire al cadavere di Madeleine Elster in Vertigo, il film di Alfred Hitchcock, io non potevo sottrarmi al corpo ipervisibile di Bentham. Mi feci forza, entrai e, con una bella birra in mano, trovai una saletta al piano superiore che fortunatamente non sembrava sfoggiare alcun cimelio dell'inventore della casa d'ispezione. Presi così a riflettere su come erano andate le cose quel pomeriggio.

La storia tende davvero a ripetersi, pensai. La semplice architettura dell'auto-icona rispecchiava, per così dire, il narcisismo dell'odierno mondo dei social media. Era però vero che gli ideali utilitaristici di Ben-tham, in particolare il principio della massima felicità per il maggior nu-mero di persone possibile, erano un po' diversi da quelli dei visionari digitali come Mark Zuckerberg, il cui social network, forse lo ricorderete, vuole mettere a punto l'indice per la felicità lorda, onde quantificare que-sto sentimento a livello globale. Mi venne in mente che la strategia più adatta per analizzare l'attuale rivoluzione dei social network era quella di stabilire un parallelo con il pensiero di Bentham. Qual era dunque il modo migliore per demolire quei principi dell'utilitarismo, così corrosivi oggi tanto quanto lo erano nel XIX secolo? E come fare per esorcizzare una volta per tutte il cadavere di Jeremy Bentham?

Libertà digitale
La soluzione mi sovvenne mentre bevevo il secondo bicchiere di birra. Come con ogni sistema dottrinale, la critica più efficace viene da colo-ro che una volta ne erano i sostenitori. La chiave stava nel pensiero di John Stuart l'intellettuale sociale e politico più influente del l'Ot-tocento. Inizialmente «sostenitore della dottrina di Bentham», subì una crisi nella sua «storia mentale»3 ribellandosi contro il suo tutore legale e accusandolo di «essere rimasto un ragazzo fino all'ultimo». Rifiutando l'interpretazione di Bentham secondo cui gli esseri umani erano semplici macchine da calcolo, Mill considerava l'identità come qualcosa di assai più complesso e unico, in linea con i nobili personaggi del film Il discor-so del re — definiti dall'amore e dalla generosità di spirito, dalla poesia, dall'originalità e dall'indipendenza di pensiero, tanto quanto dall'impe-gno a massimizzare il piacere e minimizzare il dolore.

Nato nel 1806 e scomparso nel 1873, Mill visse nel pieno della ri-voluzione industriale inglese: un mondo definito dalla tecnologia della connessione, simile a quello odierno — l'era «del fumo e del vapore», nell'espressione dello storico dell'economia Eric Hobsbawm. Tra il 1821 e il 1848, per esempio, vennero impiantati oltre 7.000 chilometri di li-nea ferroviaria, mentre l'innovativa tecnologia di John Loudon McAdam per la costruzione delle strade, l'asfalto, messa a punto nel 1823, garantì al paese il miglior sistema carrozzabile dai tempi dell'impero romano. «Questo nuovo mondo aveva bisogno di pensatori di tipo nuovo, e Mill era determinato a essere il più in vista tra loro», spiega Richard Reeves, il suo biografo.

Due le ragioni per cui Stuart Mill divenne il maggior filosofo inglese di questo nuovo mondo interconnesso. La prima fu il suo realismo. Egli riconosceva l'ineluttabilità della rivoluzione industriale, nel bene e nel male, e perciò considerava i conservatori culturali, tra cui i pre-raffaelliti che tentavano di romanticizzare il passato pre-industriale, come «inca-tenati ai resti inanimati di sistemi politici e religiosi ormai scomparsi»5. Mill riuscì comunque a evitare la trappola marxista che esaltava le tec-nologie della connessione, immaginando che avrebbero portato a una stabile fratellanza universale. Pur preoccupandosi continuamente delle sofferenze della nuova classe operaia e attribuendo un ruolo cruciale al governo nel contesto della società, Mill non cedette alla visione utopica abbracciata da molti dei suoi contemporanei progressisti.

Tuttavia, ciò che ne distingue nettamente il pensiero e lo rende il mag-gior filosofo britannico del XIX secolo è l'aver compreso le conseguenze del nuovo mondo interconnesso sull'autonomia dell'individuo. I filosofi utilitaristi come Bentham erano interessati ai diritti di tutti gli individui', ma fu Mill a riconoscere che la nuova architettura composta da arterie stradali, ferrovie e giornali andava creando una enclave di massa che metteva in pericolo l'elemento più prezioso di ogni società: la capaci-tà dei singoli di pensare e agire per conto proprio, indipendentemente dall'opinione pubblica. Quest'analisi critica della società di massa venne poi delineata nel suo celebre Saggio sulla libertà del 1859. Quel che Mill temeva maggiormente in questo mondo industriale interconnesso era la «creativa mediocrità» di gusti, abitudini e opinioni popolari. «Gli uomini non sono pecore»7, è una delle sue battute famose, a ribadire che lo stato moderno ha la responsabilità di proteggere non tanto il popolo da se stesso quanto piuttosto il singolo individuo dalla tirannia dell'opinione pubblica. Dovremmo poter fare quel che ci pare, insisteva, fintanto che le nostre azioni non danneggiano nessun altro. Se il credo di Bentham era condensato nel principio della «massima felicità per il massimo numero di persone», Mill poneva fiducia nel fatto che gli individui evitassero di farsi corrompere dalla conformità delle nuove masse in rete per rimanere invece fedeli a se stessi. Quindi per Mill l'autonomia, la privacy e l'auto-sviluppo individuale rimanevano elementi essenziali sia per il progresso umano sia per un'esistenza positiva.

Mentre sorseggiavo la mia birra in quella saletta del pub e riflettevo su queste faccende, mi resi conto dell'acuta rilevanza odierna del Sag-gio sulla libertà, in un'epoca storica parimenti trasformata da tecnologie pervasive e connettive. Un mondo in cui, secondo Mark Zuckerberg, l'istruzione e il commercio, la salute e l'economia, tutto sta diventando socia18. È un mondo interconnesso definito da milioni di dispositivi «in-telligenti», da linciaggi online in diretta, da decine di migliaia di persone che rilanciano i dettagli della vita sessuale di un estraneo, dalla buro-cratizzazione dell'amicizia, dal pensiero di gruppo dei Piccoli Fratelli, dall'eliminazione della solitudine, dalla trasformazione della vita stessa in un volontario Truman Show.

Si tratta soprattutto di un mondo in cui molti di noi hanno dimentica-to cosa vuol dire essere umani. «Ma qui temo di scivolare nel nostalgico», spiega la scrittrice Zadie Smith, che insieme a Jonathan Franzen e Gary Shteyngart è tra gli intellettuali contemporanei più articolati nella critica dei social media. «Sogno un web che si rivolge a una persona che non esiste più. Una persona privata, una persona che è un mistero, rispetto al mondo e — ancor più importante — rispetto a se stessa. Individui come mistero: questo concetto della personalità sta sicuramente cambiando, anzi forse è già cambiato».

Quello che Smith e gli altri critici di questa nostra epoca sempre più trasparente e sociale sembrano deprecare è la perdita della persona privata, la scomparsa dell'ignoto e del mistero, il primato del piacere sull'affetto, la vittoria dell'utilitarismo di Bentham sulla libertà indivi-duale di Mill e, soprattutto, l'amnesia collettiva su cosa significa davvero rimanere umani. È una storia d'amore vera e super triste in cui ci stiamo dimenticando chi siamo veramente.

Mentre riflettevo su ciò che Zadie Smith considera il vero significato di essere umano, sentii il BlackBerry vibrarmi ripetutamente in tasca. La mia ora di libertà a Londra era scaduta, mi avvisava lo smartphone, fungendo così da orologio, segnale d'allarme e diario. Dovevo correre in aeroporto: Amsterdam e il Rijksmuseum mi aspettavano.

Immagini sociali
Quando era studente a Harvard, Mark Zuckerberg una volta ebbe un problema con le immagini. Pur se iscritto al corso di storia dell'arte, non aveva assolutamente tempo per studiare o seguire le lezioni perché im-pegnato con The Facebook (come veniva chiamato allora). Così, a una settimana dall'esame finale, fu preso dal panico: non sapeva nulla né sui quadri né sugli artisti analizzati in quel corso. Inevitabilmente, escogitò una soluzione sociale al suo dilemma.

«Zuckerberg fece quel che verrebbe naturale a ogni figlio del web. Andò su internet e scaricò le immagini di tutte le opere d'arte che sapeva essere oggetto d'esame», spiega Jeff Jarvis, che aveva appreso l'episodio di prima mano dall'allora ventiduenne Zuckerberg quando si erano in-contrati al World Economic Forum di Davos nel 2007. «Le caricò su una pagina web aggiungendovi dei riquadri in bianco per le annotazioni, e mandò un'email ai suoi compagni di corso con l'indirizzo della pagina, spiegando che aveva appena creato una veloce guida allo studio... Gli altri si diedero da fare diligentemente, inserendo le informazioni essen-ziali in calce a ogni immagine, editandole e correggendosi a vicenda e portando così a buon fine un lavoro di gruppo».

A volte mi sono chiesto quali fossero gli artisti trattati dal corso di Zu-ckerberg. Forse il movimento dei pre-raffaelliti, con la loro nostalgia per un mondo mai esistito. Oppure i paesaggi dell'Ovest americano proposti nel XIX secolo da pittori come Albert Bierstadt, con le loro immagini dal potere illimitato, o magari Johannes Vermeer e Rembrandt Van Rijn, i due geni olandesi dell'Ottocento che, ciascuno a suo modo, furono dei maestri nel rammentarci la vera natura umana. Forse l'utilitarista Zucker-berg aveva proprio le immagini di questi ultimi due artisti sul monitor del suo computer mentre si muoveva come un hacker nei database di Harvard per organizzare il lancio di The Facebook.

Quello che m'intrigava di più in questo esperimento di arte sociale erano quei riquadri lasciati in bianco per le annotazioni, destinati a sin-tetizzare la «conoscenza essenziale» delle varie opere, come se ci fosse-ro risposte giuste e sbagliate, al pari della programmazione informatica. Chissà cosa avrebbe scritto Zuckerberg sull'autoritratto di Rembrandt da vecchio, quando si dipinse simile all'apostolo Paolo: quale verità, quale «conoscenza essenziale» avrebbe inserito nei riquadri in bianco? Il punto è che nella conoscenza essenziale di qualunque immagine, se la possiede, i suoi aspetti misteriosi e ignoti sono molto più interessanti delle risposte che può fornirci. La verità di quei dipinti sta nell'impossibilità di ridurne socialmente il significato in modo che rientri nel monitor del computer, come un aggiornamento di stato su Facebook. Quello che è importante apprezzare di ogni immagine celebre, che sia stata creata da Vermeer, Rembrandt o perfino da Hitchcock, è la sua capacità di rammentarci la nostra vera natura in quanto esseri umani.

La donna di Vermeer
La mattina successiva al mio intervento al convegno sui social media mi ritrovai al Rijksmuseum di Amsterdam, dove erano ospitati molti dei di-pinti degli artisti olandesi dell'Ottocento. Spento il BlackBerry, ero com-pletamente disconnesso dai miei follower e dalla rete globale: non dispo-nevo di una macchina fotografica né di altri strumenti per mandare tweet o rivelare dove mi trovavo su Facebook o LinkedIn. Il grandioso esibizio-nismo degli anni Duemila era stato sostituito, almeno per qualche ora, con una mostra ben più grandiosa, l'arte olandese del XIX secolo.

Analizzando la «antropologia dipinta» dei quadri, Christine Rosen scrive:

Per secoli, i ricchi e i potenti hanno documentato la loro esistenza e il loro stato sociale tramite dipinti di ritratti. Segno di ricchezza e di immortalità, questi ritratti offrono notevoli indizi sulla loro vita quotidiana: la profes-sione, le ambizioni, gli atteggiamenti e, fatto più importante, il loro rango sociale".

Oggi, prosegue Rosen in riferimento a social network come Facebook, i nostri ritratti sono «democratici e digitali, fatti con i pixel anziché con i colori a olio».

Ma non era sempre così: una volta i ritratti erano dichia-razioni universali anziché forme di narcisismo, parlavano all'umanità in senso collettivo piuttosto che nel linguaggio personalizzato degli odierni social media.

Al Rijksmuseum avevo appena finito di ammirare due autoritratti di Rembrandt: uno da giovane, quando l'artista aveva circa l'età di Zucker-berg, con un'aria arrogante e i capelli rossi; l'altro, come un signore stan-co e anziano, caratterizzato da quelli che Simon Schama definisce «gli occhi di Rembrandt», all'epoca in cui la sua fama si era notevolmente dissipata e l'artista si era ritratto con le sembianze di un rugoso aposto-lo Paolo. Al di là della loro natura estremamente personale, entrambi i dipinti s'impongono in quanto dichiarazioni universali, «conoscenza essenziale», sulla sicurezza di sé dell'età giovanile e sull'umana stanchez-za della vecchiaia. Ecco perché, quasi 400 anni dopo, me ne stavo lì ad ammirare dei quadri che, per riprendere l'espressione di Christine Rosen, testimoniavano sia l'impronta dell'immortalità sia la raffigurazione pit-torica di un'analisi antropologica nella cultura individualista del XVII secolo in Olanda.

E poi vidi il quadro di una donna, l'immagine stessa della vera natura umana. Dipinto da Johannes Vermeer tra il 1663 e il 1664, la Donna in azzurro ritrae una giovane donna apparentemente incinta, tutta presa a leggere una lettera che tiene ben stretta con entrambe le mani. Sulla pare-te alle sue spalle campeggia una grande mappa dei Paesi Bassi, sul tavolo si nota appena una scatola di perle e una sedia vuota in sottofondo. Sono i simboli universali della perdita, dell'opportunità e del viaggio — gli indi-zi offerti da Vermeer, la sua timeline, per dare senso all'opera. La stanza è ben illuminata, pur se non si nota alcuna finestra o altra fonte di quella che sembra essere luce naturale. La giovane appare talmente trasfigurata, raccolta nel proprio mondo, con la lettera ben salda tra le mani, da igno-rare chiunque potesse guardarla.

Osservare la Donna in azzurro è ovviamente un atto di puro voyeuri-smo. Non sapevo nulla di lei, eppure la conoscevo bene. Mi colpì la sua concentrazione: la lettera poteva portare la notizia di una nascita o di una morte, poteva venire da un vecchio amico, da un parente ammalato o da un nuovo amore. Ma più la osservavo e più intrigante, più privato si faceva il quadro, e quella lettera diventava sempre più rilevante e pres-sante, più eterna e misteriosa.

Quando, in una scena di Vertigo, Scottie Ferguson vede per la prima volta Madeleine Elster in un locale di North Beach a San Francisco, ne rimane immediatamente affascinato. È successo lo stesso anche al sot-toscritto: quell'immagine fa ora da sottofondo alla mia pagina di Twit-ter". E qualcosa di analogo mi accadde quella mattina di novembre al Rijksmuseum. Diversamente dal caso di Madeleine Elster, però, la mia infatuazione per il quadro di Vermeer non era né una scenografia né un espediente per ingannare il mio pubblico. Mi sentivo davvero preso dal dipinto, tutto concentrato nel tentativo di risolverne gli irrisolvibili misteri. Ero perfino riuscito a esorcizzare il cadavere di Jeremy Bentham dai miei pensieri.

Sarebbe facile, ovviamente, introdurre qui la tesi, nostalgica e confor-tevole, secondo cui la tecnologia del nostro secolo, i pixel digitali, non ci consente di produrre opere simili. Ancora più sciocco sarebbe abboc-care al suggerimento di Gavin Elster quando in Vertigo parla dell'idilliaca San Francisco della metà dell'Ottocento, come anche aderire all'idea di incatenarsi ai cadaveri inanimati di sistemi politici e religiosi ormai scom-parsi, nelle parole di John Stuart Mill — il quale evitò anche di aderire a programmi d'istruzione dogmatici". La verità è che Johannes Vermeer, che potrebbe essere paragonato a un geek del nostro secolo, ricorse a tutte le più sofisticate tecnologie dell'epoca per rendere più reali i suoi quadri. Come sostiene anzi Philip Steadman in Vermeer's Camera: Uncove-ring the Truth Behind the Masterpieces, la sua familiarità con la scienza ottica di quegli anni gli consentì di costruire una «camera oscura», una versione rudimentale dell'odierna macchina fotografica, grazie alla quale catturare con maggiore accuratezza i soggetti dei suoi dipinti".

Ma, tornando a Zuckerberg, qual è la «conoscenza essenziale» che ci comunica la Donna in azzurro? Qual è la verità che possiamo trarre dal capolavoro di Vermeer? Nel racconto La ragazza con l'orecchino di perla, Tracy Chevalier offre una brillante ricostruzione della storia che si cela dietro un altro capolavoro di Vermeer: a un certo punto l'eroina della storia si sente dire da un rivenditore locale «fai in modo di rimanere te stessa»". Ed era esattamente quel che aveva fatto la Donna in azzurro. Non sappiamo nulla di lei eccetto il fatto che si era impegnata a rimanere se stessa, un essere interamente privato, iperinvisibile, un mistero per il mondo intero — la persona che Zadie Smith teme oggi non esista più. Può darsi che la donna del quadro non corrisponda all'«individuo uni- co» di John Stuart Mill, ma essa aderisce comunque alla sua definizione di un'esistenza positiva, una persona lasciata alle proprie faccende, per nulla sola e, soprattutto, espressiva in privato. La sua autenticità sta nel suo mistero, non nella sua nudità. La Donna in azzurro offre l'immagine di se stessa senza saperlo — l'opposto del cadavere imbalsamato di Je-remy Bentham emanante un irriflessivo autocompiacimento dalla sua auto-icona, l'opposto del folle Josh Harris che vive continuamente sotto lo sguardo pubblico nel Capsule Hotel o dell'ipervisibile Robert Scoble seduto davanti al suo monitor cangiante mentre guarda i suoi follower che lo guardano.

Continuando a contemplare, rapito, la Donna in azzurro, mi resi con-to che è davvero questa l'immagine che oggi rischiamo di perdere per sempre. Nel grande esibizionismo del mondo ipervisibile del Web 3.0, quando siamo continuamente nudi davanti a tutti, intenti ad autoesporci per sempre di fronte alla telecamera — è in quel momento che perdiamo la capacità di rimanere noi stessi.

Stiamo dimenticando la nostra natura più profonda.

Rimanere se stessi
Prima di avviarmi all'uscita del Rijksmuseum, visitai altre sale per poi trovarmi davanti a uno dei quadri più famosi al mondo, la Ronda di notte, noto anche come La compagnia del Capitano Frans Banning Cocq, dipinto a olio realizzato nel 1642 da Rembrandt Van Rijn.

In questa grande tela, Rembrandt fu il primo pittore a ritrarre dei sog-getti in movimento. Pur se nel corso della storia 400 anni rappresentano un periodo piuttosto breve, tra la rivoluzione industriale che ispirò la Ron-da di notte e l'odierna rivoluzione digitale sembra esserci di mezzo un'eter-nità. Nell'era trasparente delle comunicazioni globali, dove ci troviamo a produrre in continuazione il nostro ritratto collettivo dell'umanità, come nel caso dell'uccisione di Osama Bin Laden il 1° maggio 2011, quando l'evento venne rilanciato da 3440 tweet al secondo" — è difficile immagi-nare un periodo in cui non esistevano ritratti di soggetti in movimento.

Ho provato a fare un salto nel futuro, non di 400 anni, ma di appena 40, andando con la mente alla metà del XXI secolo. Fino a che punto il ritratto del nostro gruppo in movimento sarebbe diventato più veloce e più sociale? In un'intervista per la BBC realizzata mentre mi trovavo a Oxford, chiesi a Biz Stone se pensava che le nostre comunicazioni si sarebbero fatte talmente veloci da superare perfino il tempo reale. Sorrise all'assurdità della domanda. Ma da qui a quarant'anni, riflettevo, quando il mondo del Web 3.0 ci apparirà arcaico tanto quanto la Ronda di notte di Rembrandt oppure la Donna in azzurro di Vermeer, fino a che punto saremo cambiati? Avremo fatto la fine degli affreschi sulle pareti della Oxford Union, sbiaditi e irriconoscibili? Ci saremo veramente dimenti-cati di noi stessi?

Ho aperto questo libro con un arzillo cadavere del passato, consenti-temi perciò di chiuderlo con un inquietante cadavere dal futuro. Come ricorderete, da studente a Oxford il giovane Jeremy Bentham era tal-mente terrorizzato dai fantasmi che la notte riusciva a dormire soltanto condividendo la stanza con il suo assistente". Io invece ho paura del fantasma dell'umanità, un fantasma che potrebbe aver dimenticato cosa significa essere umani e che sarebbe felice di vivere nell'ipervisibilità con-tinua, con una miriade di follower e amici su ogni social network, passato e futuro. Un simile fantasma, devo confessarlo, m'incuterebbe una tale paura che la notte potrei dormire soltanto condividendo la stanza con il mio assistente.

Fu Alfred Hitchcock a dire che dietro a ogni bell'immagine si nascon-de un cadavere. Ma l'umanità non è né un'immagine né un film, ed è tutt'altro che bello vedere una specie trasformarsi in un cadavere per aver dimenticato la sua natura originaria. John Stuart Mill, il maggior critico delle idee di Bentham nell'Ottocento, aveva ragione nel sostene-re che per rimanere umani a volte dobbiamo disconnetterci dalla società e restare da soli, autonomi e riservati. L'alternativa, riconobbe Mill, sa-rebbe stata la «tirannia della maggioranza» e la morte della libertà indi-viduale. Non si tratta certo di un timore fuori luogo. Come ci rammenta Michael Foucault, il critico più creativo delle idee di Bentham nel XX secolo, «l'uomo non è certo il problema più datato o più costante che la conoscenza umana si trova ad affrontare» e quindi potrebbe essere «cancellato facilmente, come un volto disegnato sulla sabbia troppo vi-cino al mare»".

Oggi, a oltre 150 anni dalla pubblicazione del Saggio sulla libertà di John Stuart Mill, circondati come siamo da una nuova, virulenta rivolu-zione dell'interconnessione e tutti presi a trasmettere freneticamente la nostra immagine dai nostri palazzi di cristallo in rete, dobbiamo rivol-gerci al passato anti-Bentham per farci da guida. Gli uomini non sono pecore, insiste Mill. E neppure sono eserciti di formiche o mandrie di ele-fanti. No, @quixotic ha torto quanto sostiene che noi siamo soprattutto animali sociali e Biz Stone sbaglia pensando che il futuro debba per forza essere social — come anche Sean Parker quando afferma che «quel che oggi c'inquieta, domani diventa una necessità». Invece, come ci rammenta John Stuart Mill, la nostra unicità come specie sta nella capacità umana di differenziarsi dalla folla, di tenersi fuori dalla società, di essere lasciati in pace, di poter riflettere e agire per conto proprio.

Il futuro, dunque, dovrebbe essere tutt'altro che social. È questo che dovremmo tenere a mente come esseri umani all'alba del XXI secolo quando, nel bene e nel male, il mondo del Web 3.0 e l'enorme mole di dati personali, l'internet delle persone va diventando un po' la nostra dimora abituale. Ed è esattamente la «conoscenza essenziale» che vorrei ciascuno di noi potesse ricavare dall'immagine offerta in queste pagine dedicate alle vertigini digitali che caratterizzano un'epoca di grande esi-bizionismo come la nostra.

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