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Culture

Da spiaggia o per la pausa caffè in ufficio. Affaritaliani.it pubblica i racconti brevi di Paolo Congedo, giovane scrittore che dà sfogo alla sua passione di giornalista dall'età di vent'anni, quando inizia la collaborazione con "Il nuovo quotidiano di Puglia". Narratore e pubblicista, attualmente collabora con diverse testate online che gli pubblicano delle short stories, alcune delle quali ricordano Bukowski, Carver, Lispector. Adora la letteratura americana e la beat generation. E' nato grazie a Pasolini e Carmelo Bene ed ha trovato la propria via grazie a Freud.

AGOSTO A SAN FOCA

Lui, schivo e silenzioso, aprì la persiana e si affacciò sulla piazza vuota,
poi si guardò intorno e posò la ciotola in acciaio, dove la sovrabbondanza era
la regolare quotidianità, in quel pranzo, per un paio di cani randagi della
zona. Antonio era molto stimato in paese. Stimato e consolato, specie da quando
la moglie era andata via da casa. Da allora la sua vita era cambiata, la sua
presenza meno costante nella vita sociale, fino a scegliere la solitudine come
stile di vita quotidiano. Io, con fare ansioso e incauto, a passo lesto e con
gli occhi sullo schermo del cellulare, non mi resi conto che la persiana
socchiusa mi vietava la vista della ciotola ormai vuota. Con l'urto, venne
fuori impaurito e mortificato, profondendosi in mille scuse. Io, imbarazzato e
cordiale, mi scusai a mia volta per l'increscioso incidente. Era proprio questa
sua umiltà il punto di forza. La capacità di far passare ogni problema in
secondo piano, la rassegnazione a vivere una vita che non gli apparteneva. Di
questo lo stimavano e lo lodavano quanti lo conoscevano. Lui ringraziava
scusandosi e si rintanava, quasi rassegnato, dentro casa. Lì trascorreva le sue
giornate nella infinita solitudine dettata dalle quattro mura di un
appartamento decorato da un rivestimento in piastrelle, di dubbio gusto, tipico
degli anni settanta. La casa, ereditata dal padre, era situata in una piazzetta
adornata, alla bell'e meglio, da due grandi fioriere di granigliato bianco,
strutturate in funzione di panchine grazie ai listelli di legno disposti a
raggiera. Su questa piazzetta avevano la meglio diversi appartamenti
fatiscenti. Da qui, da una stradina angusta e male illuminata, dopo un lieve
declivio, la vista spaziava sul porto di san foca. A scaldare l'aria, a
renderla rassicurante, i pasticciotti del bar di Gino Camassa, pasticcere
sopraffino, dai baffi brizzolati. Mio figlio ne andava ghiotto.
Tutto il paese, dopo la scomparsa della moglie di Antonio, aveva iniziato a
sussurrare degli amanti di lei, del suo cercare il sesso ad ogni costo e
nessuno si meravigliò della sua scomparsa senza preavviso. L'intera comunità si
strinse attorno a lui, manifestandogli, con toni taciti, solidarietà. Nessuno
si stupì del gesto, assurdo, di lei. La condannarono senza remore. Donnaccia.
Antonio, intanto, tutte le sere, apriva il freezer e tranciava un pezzo di
carne da dare ai suoi randagi, vicino casa.

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ORFEO


Ci sono giorni in cui aspetto la vita. E la attendo chiuso in un angolo a segnare, tacca dopo tacca, l'irrevocabilità del fato. Quella mattina, non una come tante ma proprio quella specifica in cui il risveglio doveva essere segnato da moine e sospiri, quella mattina, subito dopo la sveglia -che giunse come un fendente dietro la nuca- cercai i vestiti e, senza fare rumore, a luce spenta, uscì di casa. Non la baciai neppure.
Di questo me ne accorsi dopo tanto.
È in quel frangente che realizzi ciò che sei divenuto e ciò che eri. In quel frangente ti rendi conto che la tua vita è cambiata, che c'è stato uno strappo e quella lacerazione la porti dentro come fosse stata congenita e non aspettava altro che palesarsi.
Quella mattina lei era ancora distesa e le sue forme carezzevoli di donna mia e amata mi circondavano di gioia sottile. I suoi fianchi rotondi come fossero una mela acerba, mi profumavano di religiosità pagana e io mi sentivo peccatore e amante. Amato. Già lo sguardo mi saziava, ma i miei occhi non volevano essere complici del distacco.
Il distacco avviene silente, un moto perpetuo costante, ti accorgi che sei solo, quando i giochi sono fatti. Ti accorgi che sei solo, che è già domani.
Quello che avevo dentro, ormai, era un sentimento convulso quasi fosse amore e vomito. Insieme convivevano da tempo e insieme si laceravano a vicenda. Lascivia e voluttà, una danza dell’orrore che non aveva fine come fossero dei dervisci inarrestabili nella loro danza turca.
Squallida vita e squallido amore. Amore, amata. Amore e morte, Eros e Thanatos. E come Orfeo, feci. Volli amarla e chiesi di avere la mia Euridice.
Poi mi voltai sull’uscio a guardarla.

 
Dei tuoi occhi e delle mie mani è composto il cielo,
di nuvole di sogno e di poesia, 
come questa sera di fine estate
che va via portandosi dietro
i profumi dei tuoi baci di erba fine
e del tuo essere mela.
Delicata mela verde



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ROTONDA COME L'AMORE

La saliva calda passava a fiotti, fra le nostre labbra, e i rivoli che si creavano facevano gola ad entrambi, quella notte fredda e ventilata, vicino la riva di quel mare e la sua schiuma dettata dal frangersi dell'onda.
Nel suo viso rilassato, specie in quegli istanti, io ci leggevo la passione e l'amore che, pur senza continuità, mi aveva donato per anni, con la stessa intensità del primo giorno.
Un po' mi spiaceva pensare al mio ego sempre avaro di stimoli.
Poi le poggiai la mano sul ventre pronunciato e io adoravo sentire che fra quelle pieghe c'era la vita, adoravo sentirmi trapassare l'animo, adoravo guardarla mentre si spogliava in disparte, al buio, come avesse timore di mostrarsi in quelle forme abbondanti di ciccia e amore. Ogni volta mi avvicinavo e, baciandole le labbra, la aiutavo a svestirsi, ad annullare la distanza fra noi e il suo corpo morbido.
La prima volta che facemmo l'amore  con la luce accesa, fu per merito della tv. Il tubo catodico fu testimone inconsapevole del nostro amplesso e io la vidi completa. Solo allora lei capì che il suo limite era stato superato, che gradivo la donna carnale -nell'eccezione più propria del termine-.
Da quella sera mutò anche il nostro rapporto.
Tito Porazza, o anche Botero, estremizzavano l'idea come pure la voluttà mentre nel salento, Ugo Tapparini semplificava il concetto, modellando la donna con forme tanto elementari quanto simboliche. Il sesso legato alla forma. Il sesso condizionato dalla forma. Il sesso rivisitato nella forma.
Mia moglie, intanto, era a dieta.

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DEI MIEI TEMPI

Ricordi? Ti offristi a lui con la speranza di essere depredata, nelle tue forme tanto pesanti quanto generose verso gli uomini. Lui, dal suo canto, in quel ruolo di punta, dove vige una discreta necessità di apparire, rifiutò ripetutamente il tuo invito. Le faceva schifo la carne in eccesso. Per non venire meno alle sue promesse mancate, in uno slancio di amicizia, ti donò al suo amico. Neppure con lui avesti successo, -ma io lo capii molto dopo, lo capii quando la mente dominava sul cuore stanco e deluso-.
Ti restava la prova finale, ti restava di metterti alla prova con me, che ti amavo da sempre. Ti restava di metterti alla prova con me, che vivevo dei tuoi sospiri lontani.
Così quella notte, taciturna e buia, mi chiamasti quieta. Io venni da te, non senza l'imbarazzo della prima volta, anche allora. Ti ricordo pulita e amabile come sempre, nei miei sogni di bambino.
Tu avevi il dono di farmi stare bene. Solo di te vivevo.
Entrati in cucina -quella cucina che iniziavi ad odiare- parlammo del più e del meno -gli occhi miei erano già sazi di te, di ciò che eri-. Fu allora, fra un pianto mal celato e le carezze lievi che ti/mi regalavo, che ti denudasti in un attimo. Io, perché negarlo, io che della tua carne sognavo di madre e bimba, io ti amai senza pudore. Quella notte, una delle poche, tu mi accogliesti come uomo e amante. Amato. Quella notte io ti sentii mia, al pari di quando le stelle facevano brillare i nostri calici colmi di vino rosso, sulla spiaggia ai confini del mondo. Viaggiare, non era poi così difficile.
Oggi ripenso, con tristezza e squallore, a te e al tuo vivere di inganni. Oggi ripenso, con tristezza e squallore, a me e all'orrore del vivere di questo peso. Che la morte mi abbia in gloria. Nel dubbio mi scolo un'altra bottiglia.


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TUTTE LE DONNE CHE HO AMATO

Io amavo le donne, non avevo vincoli e non avevo limiti da rispettare, tutto mi era consentito e di questo status me ne giovavo continuamente.
Loro mi adoravano in maniera incondizionata.
Le mie notti, fredde e solitarie, venivano placate dalla sete di vivere. E io vivevo. Vivevo di questo sesso egro e delle mie abitudini, dei miei vizi nascosti.
Solo di lei mai ero sazio, solo di lei ero succube. La mia passione inveterata nei suoi confronti, verso quella figura così agile eppure compassata nelle scelte, nei movimenti, nel donarsi alla mia persona.
Ci penso ancora oggi, quando viene sera, e la mia barba bianca e le sue carezze antiche mi donano serenità al pensiero di ciò che fu. La vita riserva grandi scoperte, la vita ti preclude possibilità di scelte ma ti mette di fronte ad una condizione in cui è il tuo cuore, in pochi istanti, pur con i suoi battiti lenti e stanchi, a decidere per la tua povertà o per la tua ricchezza dell’anima.
Io me ne accorsi tardi, ma ancora oggi non rinnego i miei passi. Decisi che avrei errato senza sosta e senza una meta.
Di lei mi restano lievi ricordi e qualche cicatrice profonda a ricordarmi quanto amore le regalai, quanta vita spesi per un suo sorriso.
Certo, se mi fosse concesso di tornare indietro, la amerei con cognizioni differenti, con entusiasmi differenti. Non oggi, comunque, non oggi che sono impegnato ad abbracciare questa donnina piccola e sola, non oggi che un nuovo cuore batte per me. Oggi devo godermi la vita e quanto mi offre, oggi devo godermi gli occhi suoi marroni e quel suo sorriso tenero, quel corpo minuto tenuto al caldo da una giacchetta color glicine, mentre le mie braccia la stringono forte.
Oggi è un altro giorno, avrò tempo per pensare ai vecchi amori, avrò tempo per rattristarmi.
Baciami, donna.

Quegli ulivi che mi accolsero,
una notte di novembre,
mentre l'aria calda soffiava alla vita,
ora non riconoscerebbero più la mia anima inquieta.
Tacciono.
Implorano le mie emozioni a palesarsi ancora una volta,
l'ultima.
Io li guardo di sottecchi e sorrido:
le mie perversioni le conosco solo io.


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UMILIATA E DERISA

Uscii da lei da dietro, perché era lì che avevo deciso di possederla, per poterla umiliare, e la lasciai sporca, prona, distante.
Mi appartai perché mi dava noia sentirmi sozzo e mi appartai perché di lei non mi importava assolutamente. Mi aveva chiamato per scopare, per passare il suo tempo e io solo quello intendevo regalarle, non altro. I sentimenti, con lei, erano solo un vuoto a perdere, come il suo animo di latta scadente e scaduto.
Mi vestii in fretta, lasciando ogni cosa al suo posto, compreso il cuore. In fondo le avevo dato il pezzo di carne che cercava, le avevo regalato la sua umiliazione, la sua condanna e il mio disprezzo nei suoi confronti. Tutto ciò che rimaneva di quell'amplesso era depositato lì, fra le sue feci.
Il gatto, distante e impaurito, si mosse con fare sospetto e degli altri uomini, passati pochi giorni prima di me, non diede cenno. Si limitò a controllare che, come gli altri, me ne andassi senza lasciare prova né umori.
Lei non dava cenno di nulla e le sembrava tutto ordinario, un cliché da seguire. Era ben convinta di sfruttare gli uomini ma non aveva colto un piccolo dettaglio: se pur lo pensava e lo faceva, doveva farlo nell'assoluto silenzio perché non era nelle condizioni di potersi esporre, a differenza dei ragazzi che, con molta tranquillità, nel sottobosco di facebook già da subito avrebbero parlato di lei.
Erano dettagli che non le riusciva di cogliere, e non li coglieva perché l'arroganza aveva avuto il sopravvento sulla donna, perché l'egocentrismo e la “sapienza” erano nelle sue mani e nella sua piega fra le gambe. Tutto il resto era feccia e non si accorgeva di quanto fosse difficile emergere da quella feccia, dati i suoi sentimenti fossilizzati. Per questo raccolsi le mie poche cose e la salutai senza neppure un bacio. E me ne uscii senza attendere che, con il suo passo stanco, mi accompagnasse alla porta. Non mi sarei fatto risentire, ovviamente. Come anche gli altri, d'altronde. A me, di lei, importava solo che mi chiamasse qualche altra volta,  purché "chiamasse" facesse anche rima con....

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DONNE


Si sedette velocemente, vicino la specchiera, aprì con attenzione la scatola cilindrica del fard e prese il pouff rosa.
Lo specchio rifletteva la sua immagine fra i brillantini che tempestavano i bordi. Non così il suo occhio. Quel livido si era, pian piano, assorbito come il suo rapporto con lui, del resto. Tutto era divenuto terra bruciata, tutto era in una sospensione temporale ma in due universi paralleli. Viaggiavano distanti. Distanti anni luce.
Si spostò in cucina, non senza darsi uno sguardo di sfuggita nello specchio del bagno, giusto per assicurarsi di avere una prospettiva differente. Accese la radio e Pinguli pinguli si diffuse per tutta la casa, quasi con violenza. Emanuela Gabrieli, di Triace, si faceva sentire.
Era tutto ok. Certo, Luigi, il ragazzo con cui lavorava, non l'aveva bevuta, ma lui era speciale: sapeva cogliere le sfumature e gli riusciva di carezzare le emozioni. L'aveva guardata come nulla fosse, poi, con tono calmo ma deciso -quasi accondiscendente-, le aveva detto:- cerca di volerti bene! Lei aveva incassato il colpo e lo avevo abbracciato. Lui aveva ricambiato con tenerezza, quasi con fare paterno. Solo una lacrima venne giù. Poi era accaduto un'altra volta, poi un'altra ancora e lei le ricordava tutte come se le vivesse in quell'istante e ricevette lo stesso dolore di ogni volta, di tutte le volte.
Per un periodo, probabilmente, aveva avuto anche la sindrome di stoccolma. Per ogni pugno una giustificazione e un dolore che accusava per lui, per il lavoro che non gli andava come un tempo, per ogni pugno era lei a chiedergli scusa, ad andargli incontro un dolore al cuore. Neppure la presenza dei figli aveva rallentato la sua furia, la sua scelleratezza. Mezzogiorno. Il campanile della chiesa rintoccò dodici, esasperanti, volte e lei si affacciò fuori casa per depositare, nel cassonetto vicino, il sacco nero della spazzatura di tre giorni. Fece attenzione a non rimanere chiusa fuori casa, togliendo via la chiave dalla toppa della serratura della grata. Dopo i ripetuti furti, dopo le paure che avevano vissuto, lui aveva deciso di mettere le grate dappertutto, con il risultato che ora vivevano come topi in trappola e l'unico sbocco verso la libertà risultava essere la grata che dava sul cortile, adornato con i mattoncini rossi, che abbelliva il frontale.
Quel giorno, non senza una resistenza da parte del figlio piccolo che rivendicava le attenzioni della madre, li aveva mandati a pranzare dalla nonna, con la scusa di un mal di testa incessante. Lui rientrò dal lavoro che era l'una di una buona giornata e il suo umore era gioviale come non mai e lei gli andò incontro come sempre faceva in quelle situazioni. Un bacio a testimoniare che erano ancora insieme, nonostante tutto. Gli occhi di lei rilucevano ed erano stanchi. Il pranzo si consumò nel silenzio più assoluto, mentre lui era intento a leggere la gazzetta dello sport, da eccelso sportivo quale si era dimostrato in tutti quegli anni, con lei.
Di colpo un crepitio e un fumo denso avvolse la cucina e lui non fece neppure in tempo ad accorgersi di quanto accadeva. Nel corridoio, vicino la porta d'entrata, la tenda, posizionata troppo vicino la stufa, aveva preso fuoco e con lei anche la pila di fogli accatastati vicino. Lui imprecò maledettamente come solo lui sapeva fare e i suoi occhi sputavano infamie, come sempre. Lei si irrigidì e strinse i pugni fino a sentire la carne che si incideva. Il fumo divenne soffocante e le fiamme presero il sopravvento, la chiave non era nella grata. Erano divenuti, in poco tempo, dei topi in trappola. Lui imprecava e tossiva e si muoveva come un dannato cercando alternative. Le grate alle finestre gli bloccarono ogni spunto, mentre le fiamme avevano la meglio sui mobili in truciolato. In poco tempo il fuoco ebbe vinse anche i loro corpi. Il primo a soccombere fu lui, aggrappato alle grate della finestra che dava sul cortile. Lei lo vide soffocare mentre la guardava con viso torvo. Solo allora aprì i pugni, ormai sanguinanti, e lasciò cadere la chiave.

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RIVOLUZIONE, COMPAGNI.


Quel mattino l'aria tersa e quel profumo di primavera avrebbero infuso serenità a chiunque. Non così nella sua vita.
Dopo una notte passata insonne, ragionando sul suo passato, quel mattino aveva gli occhi gonfi e le palpebre stanche. Lo salvavano, come sempre, gli occhiali da sole scuri, calati con disinvoltura anche durante le giornate più buie.
Iniziò a muoversi dentro casa con spirito di osservazione diverso dal solito. Quel mattino apprezzava ogni, se pur minimo, dettaglio di quella casa che lo accoglieva da anni. Tutto aveva un colore differente e di ogni angolo trovava una sua specifica da apprezzare. La libreria era il pezzo forte, il dettaglio di cui andava maggiormente fiero: fra quei testi, di nicchia, aveva deposto tutte le sue energie e il suo tempo migliore. La rivoluzione aveva avuto il tempo che meritava e lui ne aveva apprezzato anche, e soprattutto, i personaggi che ci avevano provato, come Adriana Faranda, o Renato Curcio, conosciuti en passant.
La vita è fatta di “en passant”. Come quella volta che conobbe l’amore e l’amore, oggi, era sua moglie e i suoi tre figli.
Iniziò a muoversi a tratti, cogliendo dettagli prima d'ora mai scorti.
L’occhio si spostò su quella pancia prominente, da cinquantenne che si era arreso poi notò quell'infiltrazione di umidità che, con il tempo, aveva raggiunto una dimensione ragguardevole. Prima o poi sarebbe salito dall’inquilino del piano superiore, quello arrogante, per farsi sentire.
Non quel mattino.
Quel mattino i suoi sogni non avevano ossigeno e le tempie battevano con pulsazioni in crescendo. La notte aveva portato consiglio e il consiglio si era tramutato in determinazione, il tempo cedeva il posto allo spazio ed ogni istante aveva il peso di un macigno. La vita soffoca con ritmo incalzante. Per ogni passo, un rischio.
Uscì sul pianerottolo, stanco e incazzato più che mai, e si diresse verso l’ascensore. L’inquilino del piano di sopra, quello arrogante, gli passò davanti e lo ignorò, come se non esistesse. Forse fu un caso, ma gli schiacciò il piede.
La giornata sarebbe finita male. Quello non era il giorno adatto per i soprusi.
Ehi! – gli disse a voce alta.
Cosa? –ribattè il tizio, voltandosi con aria torva-
Nulla, scusami –rispose-
Ci avrebbe pensato un altro giorno a discutere con toni aspri, quello non era il giorno adatto per i litigi.

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