Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Culture » Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Vi raccontiamo la storia di Giulia Alberti, che il Master AGRINNOVA dell’Università di Camerino ha portato in aula durante il campus ad Amandola

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

C’è un’Italia che cresce e un’altra che si svuota. Nelle Marche questo trend è quanto mai evidente, se si considera che nei primi nove mesi del 2025 si sono contati 2,57 milioni di arrivi, il 24% in più rispetto al 2019, mentre le presenze straniere sono aumentate del 46%.

Eppure, l’Appennino centrale continua a perdere abitanti. Nelle aree interne vivono 13,3 milioni di persone, di cui nei comuni ultra-periferici 256 over 65 ogni 100 giovani, secondo l’Istat. In questo contrasto si gioca una sfida decisiva per l’agricoltura italiana: trasformare il territorio in impresa, unendo innovazione, cultura e comunità.

L’agriturismo vale 1,9 miliardi di euro e l’Italia rimane leader europeo nelle attività connesse all’agricoltura, crescendo peraltro del 9% nel 2025. Formare chi dovrà affrontarle è la missione di AGRINNOVA, il Master in “Manager delle imprese agricole innovative” dell’Università di Camerino, incardinato nella Scuola di Giurisprudenza: un percorso che coinvolge imprenditori, professionisti e associazioni del settore.

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Di recente le allieve e gli allievi — molti dei quali hanno già avviato o stanno progettando un’impresa — hanno vissuto ad Amandola un campus immersivo nel territorio del cratere sismico del 2016. È qui che hanno incontrato e intervistato, nell’ambito del modulo di comunicazione, Giulia Alberti.

Questa donna tenace e coraggiosa ha fatto crescere negli anni a Montefortino, insieme al marito Alessandro Vittori, una piccola filiera capace di lavorare ad alta qualità il pelo dei cani e la lana delle pecore sopravissane, una razza in via di estinzione la cui lana oggi – anche grazie a loro – viaggia fino agli Stati Uniti.

Un’impresa nata quasi per gioco, ma poi diventata un caso unico nel mondo, virale sui social e inondato di richieste da ogni Paese.

Giulia, tutto è cominciato davvero dal pelo dei vostri cani?

“Sì, i nostri Akita durante la muta perdevano chili di sottopelo. Ho allora avuto la strana idea di filarle realizzandoci un cappello e una sciarpa, che ho poi messo sui social in un paio di foto. Il post ha avuto un riscontro enorme e inatteso, così in poco tempo ci siamo ritrovati una stanza piena di scatoloni di pelo, spediti da appassionati di tutta Italia.

Una prima svolta si è verificata quando, nell’idea di vivere immersi nella natura, abbiamo comprato un terreno con una roulotte in contrada Rocca, a Montefortino: prima la casa, poi il laboratorio. Era il 2011 e abbiamo impiegato dieci anni per costruire la nostra azienda e il brand Lana di Cane, pezzetto dopo pezzetto, senza mai mollare, anche considerando che in mezzo ci sono stati il terremoto del 2016 e il Covid.

Dal 2021 accanto al pelo dei cani si è aggiunta la lana del nostro gregge di pecore sopravissane, razza autoctona dell’Appennino che stava scomparendo. Oltre a filare, diamo colore ai gomitoli finiti utilizzando le piante spontanee dei Sibillini; oggi la fattoria è aperta al pubblico con il laboratorio, la stalla e il Museo della Lana”

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Come si finanzia un’idea che non assomiglia a nessun’altra?

“Con fatica. La prima banca ci rispose che il modello di business da noi proposto non esisteva in Italia, e quindi non poteva finanziarci. La svolta è arrivata con Banca Etica, che invece valuta anche le ricadute culturali e territoriali di un progetto: mutui di vent’anni per pagare i quali non abbiamo preso fondi pubblici, ma abbiamo contato solo sulle nostre forze”

La filatura professionale del pelo dei cani resta una pratica rarissima in Europa. Che cosa rende così difficile replicare il vostro modello?

“Il salto è stato un impianto di sedici macchinari arrivato dal Canada — mezzo milione di euro — che mio marito ha adattato pezzo per pezzo a fibre mai filate da nessuno. Chi ha provato a imitarci si è fermato davanti a quell’investimento.

Inoltre la nostra carta vincente è essere piccoli: un grande impianto non potrà mai filare in purezza il contenuto di uno scatolone”

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Per un’azienda nata in un borgo di mille abitanti, quanto contano i social?

“Sono decisivi. Non abbiamo mai avuto un ufficio stampa né un social media manager, ma siamo stati fortunati perché un video sulla nostra fattoria girato da un influencer che è venuto a visitarci ha registrato 4,5 milioni di visualizzazioni: da lì sono arrivati ordini dalla Spagna e pacchi di pelo dagli Stati Uniti.

L’ultimo cliente, texano, è volato a Fiumicino per ritirare di persona il berretto fatto con il suo Siberian Husky. E anche la lana delle nostre pecore va raccontata: 50 grammi tinti con le piante costano 16 euro contro i 3 della merceria, quindi se non siamo bravi a far vedere il lavoro che c’è dietro, quel prezzo non è competitivo”

Chi arriva oggi in fattoria mosso da curiosità?

“Di tutto: le scuole in gita — ad aprile e maggio ne riceviamo una al giorno —, famiglie, gruppi di anziani, persone con disabilità. E poi gli stranieri che hanno già visto Venezia, Roma e Firenze, ma in un secondo momento cercano l’Italia rurale: agli americani racconti la transumanza, il mito della Sibilla e gli apri un mondo.

L’esperienza che offriamo è autentica: il visitatore vede gli animali, il laboratorio, il museo, comprendendo sul campo il lavoro che c’è dietro un semplice gomitolo”

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Avete dovuto affrontare molte difficoltà durante il percorso?

“Ricordo che a gennaio 2017 c’erano due metri di neve, le scosse ancora nell’aria, quattro giorni senza corrente con un bimbo di due anni in casa; al telefono il servizio clienti mi disse: ‘Signora, lei vive in una zona depressa, dove si pagano poche bollette’. Le linee elettriche vecchie mandano in protezione persino il nostro nuovo impianto fotovoltaico. E poi c’è il fatto che i pullman dei visitatori non arrivano fin quassù, spesso occorre andarli a prendere di persona.

Ancora, per lavare la lana ho dovuto ottenere quattordici autorizzazioni: ogni ufficio cominciava con un no, perché un’attività come la nostra non lo fa nessuno e all’inizio era vista con sospetto. Insomma, ci siamo riusciti ma – senza voler edulcorare niente – è stata difficile e tuttora richiede un grande sforzo in termini di energia, sacrifici, competenze, oltre ovviamente a un’immensa passione. Nonostante ciò, ne vale la pena!”

Il turismo può diventare una leva per mantenere vivi i borghi dell’entroterra?

“La rete locale funziona: da quattro anni il nostro weekend di maglia e trekking riempie quattro attività ricettive del paese, i camminatori del Cammino dei Cappuccini passano di qui e i gruppi americani arrivano in cerca di un’Italia autentica. Purtroppo d’inverno tutto si spegne, si fa ancora fatica a trovare attività ricettive e hotel aperti.

Personalmente credo che, pur non essendo le Dolomiti, la montagna dell’Italia centrale si presti a lavorare bene tutto l’anno”.

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani

Cosa suggerirebbe oggi a chi sogna di aprire un’azienda agricola o un’attività in territori undertourism?

“Sicuramente la formazione come questo master o altri corsi che ho seguito negli anni sono stati utili sia per la conoscenza di molti aspetti pratici, sia per la nascita di nuove idee, creando relazioni ancora oggi stabili. A chi comincia suggerisco quello che ha funzionato per noi: una visione scritta nero su bianco, tanta tenacia e un pizzico di incoscienza”.

Dai Sibillini al Texas: la fattoria che fila anche il pelo dei cani