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Culture
Dalla Grecia antica al Novecento: al Palazzo Reale di Milano, un percorso di civiltà

di Raffaello Carabini

È un percorso di civiltà quello che si ammira nelle sale del Palazzo Reale da qualche settimana a questa parte. Una risposta a chi abbatte i Buddha, a chi usa i martelli pneumatici contro i resti di Palmira, a chi mitraglia la gente nel Museo del Pardo. Una visita dovrebbe essere messa in calendario da tutti, per consolidare lo spirito razionale, il coraggio, l'energia, che servono a fronteggiare un presente difficile.
Una visita che è conferma di quanto bene abbia fatto il premier Renzi a dire - e poi, si spera, ad attuare - che ogni euro speso in sicurezza dovrà essere duplicato da un euro speso in cultura: purché poi non vengano inseriti nello stesso calderone "culturale", come sembra quando si parla di dvd e supporti elettronici, anche i film spazzatura e i giochi sparatutto.

Si inizia con la mostra "Mito e Natura. Dalla Grecia a Pompei" (aperta fino al 10 gennaio), che allinea oltre 150 reperti di arte greca, magnogreca e romana, proponendo un tema che oggi è strettamente d'attualità: il rapporto tra uomo e natura. Come l'universo che lo circonda viene recepito dall'uomo e come l'uomo agisce sulla realtà e sull'ambiente che lo circonda. Il percorso espositivo è intelligente e ben strutturato, dalle vedute marine a immaginifiche fioriture, dagli oggetti quotidiani alla potenza della mitologia, dai paesaggi più diversificati alle piscine delle ville, tra animali, foreste, coltivazioni, intrecci, che sbocciano da crateri, vasi, affreschi staccati, corone d'oro, piatti e quant'altro.
Opere che vengono da Napoli e Atene, Londra e Berlino, Parigi e Pompei - magnifici gli affreschi della Casa del Bracciale d'Oro, che bene presentano quello che Chateaubriand definì "il più meraviglioso museo della terra" e che per molti versi rimandano a Giotto e Leonardo (i quali mai videro la città vesuviana, i cui scavi iniziarono nel 1748) - per farci approfondire come l'equilibrio con il Creato sia una necessità da assolvere senza se e senza ma.

La cesura tra arte antica ed arte moderna è saldata dalla stupenda mostra "Giotto. L'Italia" (anch'essa allestita fino al 10 gennaio), che propone 13 opere, praticamente tutte quelle trasportabili del maestro, compreso l'immenso "Polittico Baroncelli" completato dalla cuspide finita in California. Di lui il grande critico Maurizio Berenson scriveva: "Giotto era un genio, semmai uno ve n'è stato... Come figura centrale della storia dell'arte, Giotto rimane un problema. Mi sento sconcertato e umiliato e pronto a dire a me stesso: Goditi Giotto, e lascia i problemi agli altri".
E sono proprio quei problemi, ovvero la sua lezione etica, prima ancora dell'ineguagliabile innovazione di linguaggio, forma, stile, a segnare il passaggio all'arte moderna. Nella sua visione del mondo, la medesima esposta in campo filosofico da Tommaso d'Aquino e poetico dall'Alighieri, così religiosa e così unitaria, fonda l'umanesimo del fiorentino, in totale "gaudium de veritate", cioè nella gioia dell'identità, creduta e vissuta "in via Dei quasi sine ullo labore", sulla via di Dio senza nessuna fatica. Sapendo che allora non c'era alcuna differenza tra la via divina e quella umana.
Un'unità ben diversa da quella che predicano gli estremisti che non credono al progresso della storia e considerano un ritorno al Medioevo, e al Califfato esteso con guerre ben più sanguinose delle "blasfeme" Crociate dai Balcani ai Pirenei via tutta l'Africa settentrionale, il vero percorso verso il futuro. Un'unità etica e poetica che ha attraversato il Medioevo europeo, e di cui Giotto - dal lirismo di Assisi alla tragicità di Padova - offre una lezione profonda che ha come tema la salvezza, e che è risposta implacabile a chi ci porta in casa terrori ben maggiori di quelli che aleggiavano durante l'anno Mille.

Conclude il percorso "Da Raffaello a Schiele. Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest" (visitabile fino al 7 febbraio), che allinea 73 opere, tra le più importanti della magnifica collezione magiara, il cui palazzo è in ristrutturazione fino a marzo 2018. L'allestimento è persino sovrabbondante, con un susseguirsi di meraviglie ravvicinate l'una all'altra, tanto da faticare per apprezzare appieno la "Madonna Esterhazy" di Raffaello, la "Venere che disarma Cupido" di Parmigianino, la "Cena in Emmaus" di Tintoretto, e poi Tiziano, Rubens, El Greco, Velasquez, Van Dyck, Goya, le "Sirene" di Rodin, Monet, i "Maiali neri" di Gauguin, Cézanne, Schiele...
Ogni tela esposta è superba e merita la nostra attenzione, tappa significante di un itinerario artistico che dal Rinascimento porta all'espressionismo, attraverso un'evoluzione che offre in continuazione immagini di libertà non di patteggiamento, di pace non di pacifismo, di tolleranza inclusiva non di "laissez faire", di salutare dissenso non di conformismo "politically correct", di dialogo non di liceità. Soprattutto mai la debolezza dell'opinione arbitraria, sempre la forza della verità.

Il messaggio della visita - una mattinata, spesa totale 30 euro, chiare audio guide comprese - è forte e chiaro: il sapere avvicina, stempera i pregiudizi e fa conoscere reciprocamente i valori di civiltà di cui ogni popolo e ogni credo è portatore. Ha ragione il Ministro dell'istruzione Stefania Giannini: la parola d'ordine del nostro futuro deve essere "identità e accoglienza". "Da portare avanti con prudenza, consapevolezza e ambizione". Purché nell'ordine. Rigorosamente.

 

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