Dalla formazione al Castello Sforzesco alla nuova ricerca su materia, piante e memoria visiva
Domenico Santoro porta Habits Babayaga nella collettiva realizzata in occasione della restituzione della residenza in Via Farini, a Milano. Il progetto si inserisce nella serie Habits e lavora su un territorio visivo fatto di tracce, stratificazioni, materia e osservazione del paesaggio naturale.
Nato a Taranto nel 1992, Santoro vive e lavora a Milano. Dopo un percorso personale e professionale legato anche alla cucina, ha seguito la formazione artistica alla Scuola d’Arte Applicata del Castello Sforzesco. Nel 2018 ha esposto per la prima volta nell’ambito di Beyond the Portray, mentre nel 2022 ha tenuto la sua prima personale, Distratto, alla Fondazione Monacelle di Matera, con testo critico di Domenico De Chirico.
Nella sua pittura il segno non serve a costruire un’immagine. Diventa deposito, superficie, memoria. In Habits Babayaga il riferimento al mondo vegetale, alle cortecce e allo studio fotografico delle piante viene rielaborato fino a perdere una riconoscibilità immediata. Restano pattern, frammenti, impronte. L’opera non rappresenta il paesaggio, lo lascia affiorare.
Le tre opere della serie, realizzate nel 2026 con cemento, tempera, pigmento, pastello e grafite, sembrano trattenere un tempo lento, quasi geologico. La materia pesa, assorbe, registra. Il gesto pittorico lavora invece sul confine tra controllo e deriva, tra forma e dissoluzione.
Alla base della ricerca di Santoro c’è una tensione costante tra adattamento e inquietudine. Le sue figure, i suoi animali interiori, le sue superfici vegetali raccontano una migrazione più intima che geografica: il tentativo di trovare un luogo, una forma, una dimora possibile. In questo passaggio, Habits diventa una mappa emotiva. Non solo immagine, ma traccia di uno sguardo che ricorda, trasforma e ricompone.







