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Culture
Green e giornalismo, Daniela Spera: "A Taranto la mia lotta per l'ambiente"

L'intervista di Affaritaliani.it a Daniela Spera, autrice di due petizioni al Parlamento europeo: a Bruxelles denuncia l’inquinamento dei prodotti ittici locali e la pericolosità del progetto Tempa Rossa - Taranto.

Il tuo veloce percorso è stato un crescendo di risultati e di iniziative coraggiose. Si ha l’impressione che tu abbia agito secondo un programma ben preciso. E’ così?

"In realtà ho perseguito un obiettivo che riflette esattamente un modo di vivere, una scelta. Ho sempre cercato di vivere con integrità e nella costante ricerca della verità. La curiosità insita in me ha accelerato il raggiungimento di obiettivi che molti consideravano frutto di una fantasia idealista e nella realtà irrealizzabili. Ad esempio, solo i firmatari e i mei collaboratori credevano nel ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, introdotto nel 2013, ma molti altri non hanno creduto in quella iniziativa e soprattutto non credevano che si potesse ottenere una vittoria.

Poi nel 2015 altri cittadini di Taranto hanno seguito quella stessa strada. Tutto è avvenuto secondo un processo ‘naturalmente logico’ perché, a mio avviso, nulla accade per caso. Certo, applicando un po’ di strategia. Ogni cosa avviene perché ognuno di noi crea le condizioni e coglie alcuni segnali. Io, non ho fatto altro che dedicarmi anima e corpo al raggiungimento di quegli obiettivi che avessero come fine il bene collettivo, la giustizia sociale e ambientale. A Taranto questi aspetti sono concatenati. Non si può parlare di riscatto di una comunità e di giustizia sociale se non si affrontano i problemi ambientali".

Non credi che per cambiare le cose bisogna entrare ‘nella stanza dei bottoni’ e quindi intraprendere la carriera politica?

"Credo che la politica abbia un ruolo ben preciso: agire secondo la volontà popolare. La politica in Italia si è allontanata molto dai cittadini poiché non ha come obiettivo la realizzazione del loro volere. E non basta il singolo politico di buona volontà perché da solo non può portare avanti battaglie per soddisfare le esigenze di intere comunità. Occupare poltrone oggi è solo garanzia di potere.

Sono convinta, invece, che i cittadini abbiano in mano il potere di cambiare le cose incidendo sulle decisioni politiche. E’ questo il ruolo della cittadinanza attiva. Questo si può realizzare solo se il popolo acquisisce la consapevolezza della propria forza. Il mio percorso è la dimostrazione che da perfetti sconosciuti è possibile crescere come cittadini e diffondere maggiore consapevolezza di quelli che sono i nostri diritti fondamentali".

Hai una formazione scientifica e hai svolto attività di ricerca in passato, perché non hai proseguito?

"La mia formazione scientifica mi ha consentito di avvicinarmi alle questioni ambientali con un atteggiamento critico e indagatore. Ho cercato di mettere a disposizione la mia formazione per spiegare e divulgare concetti di non facile comprensione. Avere un approccio scientifico è inattaccabile per difendere il proprio territorio da chi distrugge le nostre risorse naturali è fondamentale.

In fondo è un modo di fare politica in maniera apartitica perché il diritto alla vita e il diritto alla salute riguardano tutti, in maniera trasversale. Dopo la laurea, mi era stata offerta la possibilità di andare a fare ricerca all’estero, nell’Illinois, vicino a Chicago, negli Stati Uniti d’America. La carriera era assicurata. Avevo già in mano le chiavi del laboratorio nel Campus universitario a Urbana. Ma ho scelto di restare, dopo due anni di ricerca a Parigi.

Volevo dare il mio contributo per aiutare la comunità in cui vivo, perché ho avvertito un’urgenza. Anche in questo caso ho ricevuto critiche perché ho messo da parte la carriera personale per inseguire il desiderio di denunciare e far emergere la verità in maniera libera. Il mio primo approccio è stato quello di leggere, studiare documenti, Valutazioni di Impatto ambientale, Autorizzazioni Integrate ambientali, Direttiva Seveso, Convenzione dei Diritti Umani. Prendere dimestichezza con alcune norme del codice penale, amministrativo e civile. Ma anche imparare ad accettare la propria condizione di ‘cittadino scomodo’".

Oggi svolgi la professione di farmacista, cosa ti ha portato a intraprendere il percorso che ti ha fatto diventare giornalista?

"E’ stato un percorso del tutto spontaneo. Mi è sempre piaciuto scrivere, fare inchieste e approfondimenti sul tema ambientale e ho accettato la proposta di collaborare con un giornale indipendente. Il mio lavoro di farmacista mi consente anche di avere contatti con tantissime persone, di conoscere le loro storie, i drammi familiari, molti dovuti alla presenza in casa di persone che stanno affrontando gravi patologie, troppo spesso correlate all’inquinamento. Ed è difficile restare impassibili quando ad essere colpiti di tumore sono i bambini.

Diventare giornalista pubblicista è stato un traguardo naturale ma per me è un punto di partenza. Mi piacerebbe molto occuparmi di inchieste ambientali rendendole comprensibili a tutti, senza suggestioni o sensazionalismi. Semplicemente informando e tentando di fornire i mezzi per comprendere ciò che accade intorno a noi".

Chi è Daniela Spera

Laureata a Pisa in Chimica Farmaceutica, Daniela Spera ha un PhD in Scienze Farmaceutiche e svolge l’attività di farmacista dal 2006 a Taranto. Ha, inoltre, svolto attività di ricerca in campo oncologico in collaborazione con l’Università di Parigi, nella quale vive per due anni. Ha collaborato alla pubblicazione di articoli su riviste scientifiche internazionali.

Dal 2010, in qualità di consulente tecnico di parte per conto di alcuni allevatori che hanno subìto l’abbattimento del proprio capo di bestiame risultato contaminato da diossine e pcb (policlorobifenili), partecipa all’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta sull’Ilva di Taranto. Al termine delle indagini, si avvia il processo ‘Ambiente Svenduto’, ancora in corso. 

E’ presidente del comitato ‘Legamjonici contro l’inquinamento’, che si occupa di numerose problematiche ambientali: Ilva, rifiuti radioattivi (ex Cemerad), discariche, progetto petrolifero Tempa Rossa. Rileva l’assoluta necessità di indagini epidemiologiche anagrafiche di tutte le patologie inquinamento-correlate e lo fa attraverso una costante azione di informazione. La sua storia ha ispirato il romanzo ‘Veleno’, pubblicato nel 2013, di Cristina Zagaria.

Autrice di due petizioni al Parlamento europeo si reca a Bruxelles dove denuncia l’inquinamento dei prodotti ittici locali e la pericolosità del progetto Tempa Rossa.

Nel mese di luglio 2013 promuove a Taranto il primo ricorso collettivo alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) sul caso Ilva, con cui ha denunciato il Governo Italiano che emanando i vari decreti ‘Salva-Ilva’ ha disapplicato il principio di precauzione e messo a rischio la salute della popolazione tarantina. Il 24 gennaio 2019 la Corte Europea dei Diritti Umani ha riconosciuto la violazione degli artt. 8 e 13 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo. Dal 2013 svolge anche attività di sensibilizzazione sui temi ambientali nelle scuole medie e superiori.

Dal 2016 al 2019 collabora con il periodico online ‘Terre di Frontiera’ occupandosi di inchieste e approfondimenti che hanno come tema l’ambiente. Attualmente collabora con il giornale Il Tacco d'Italia.

Nel 2019 è co-fondatrice della rete ‘Mamme da Nord a Sud’ che raccoglie comitati e associazioni che operano a tutela dell’ambiente e della salute in tutta Italia.

Il 21 novembre 2019 le viene conferito il riconoscimento ‘Peace Report’per la sua assidua attività di denuncia e informazione sul territorio tarantino.

Dal 25 luglio 2019 è Giornalista pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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