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Culture
Il Gattopardo e la questione meridionale. Ecco perché è ancora così attuale
"Il gattopardo", film di Luchino Visconti

Di Gaetano di Thiène SCATIGNA MINGHETTI

Esiste nella Chiesa italiana una questione meridionale? Considerata la sua storia contemporanea, senza tema di essere smentiti, la risposta risulta affermativa.
    Fino a tutti gli anni cinquanta del novecento, ma anche oltre, si potrebbe aggiungere, come questa problematica sia autenticamente palmare;  eclatante! Oggi essa, dati i tempi mutati e le sopraggiunte circostanze storiche, non risulta ormai più così plateale, così "sfacciata"; così, starei per dire, sfrontata, come si era presentata già all'indomani immediato del completamento unitario del movimento risorgimentale italiano, culminato con l'avvento sommitale della proclamazione a Torino, nel Parlamento Subalpino, il 17 marzo del 1861, del Regno d'Italia. 
    Anche di tutto ciò; anche di questa scottante situazione in cui versava la Chiesa meridionale, con saettanti riverberi ancora sui giorni presenti, ha parlato Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896 - 1957) nel suo Gattopardo, il romanzo storico e sociale, edito da Feltrinelli, nell'autunno del 1958, che in questi giorni d'ottobre, il 28, per la precisione, ha compiuto sessant'anni dal momento della propria pubblicazione editoriale,  -a ben guardare esso risulta possedere innumeri altre facies, non meno importanti, non meno intriganti della prima-. "Il 9 dicembre 1958 nella libreria di Salvatore Fausto Flaccovio, a Palermo, Il Gattopardo fu messo in vetrina. C'era Giangiacomo Feltrinelli l'editore, c'erano il libraio, la moglie di Tomasi, [Alexandra Wolff Stomersee], gli amici  -ricorda R. Guerrini su Epoca del 18 dicembre 1981-: fu una première inconsueta, senza cerimonie, senza clamori. Tutti insieme aspettarono semplicemente che qualcuno entrasse e comprasse il libro: solo il principe non c'era. Era morto da più di un anno, senza vedere stampato quel volume che tanto l'aveva fatto patire, anche se agli amici che gli chiedevano il motivo di quella fatica aveva sempre risposto: Je fais ça pour m'amuser" (p. 105). Sessant'anni che sono valsi a ritenere, a rendere l'opera, il capolavoro letterario assoluto del XX secolo italiano ed internazionale, nonostante gli strali malevoli e molto pungenti di certi critici di sinistra che, avendone compreso la portata stravolgente, letteraria e sociale insita nel romanzo, come una esplosiva bomba ad orologeria - così come in seguito, puntualmente, si è verificato - non si capacitavano in qual modo potesse essere stato possibile che dalla remota Sicilia fosse potuto salire, lungo l'intero Stivale della Penisola italiana, un così dirompente, inaspettato "scritto", tale da squassare le prevaricanti sicurezze di una sorta di italica intelligencija che, indisturbata, viveva nei confortevoli miti creati, con mistificazioni e patenti artifici, all'indomani immediato del Secondo Conflitto Mondiale. 
    La risposta, appagante, la si può leggere nelle passionate vicende del lavoro di Lampedusa.
    "Il Cardinale di Palermo -spiega Giuseppe Tomasi di Lampedusa- … non era siciliano, non era neppure meridionale o romano e quindi l'attività sua di settentrionale si era molti anni prima sforzata a far lievitare la pasta inerte e pesante della spiritualità siciliana in generale e del clero in particolare. Coadiuvato da due o tre segretari del proprio paese si era illuso… poter sgombrare il terreno dalle più flagranti pietre d'inciampo… Come per tutti coloro che… volevano… riformare checchessia nel carattere siciliano si era presto formata su di lui la reputazione che fosse un fesso (il che nelle circostanze ambientali era esatto)…" (ed. 1969, p. 364). Ovviamente non si trattava soltanto della Sicilia ma, altresì, dell'intero, antico Regno delle Due Sicilie i cui abitanti, nelle più recondite intenzioni della Curia romana, guidata per lo più da Sommi Pontefici di estrazione settentrionale, avvertivano la necessità, il dovere, essenzialmente non richiesti, di impartire lezioni pedagogico-matetiche di ortodossia cattolica a quella gente che aveva conosciuti per prima i luminescenti albori della genesi del cristianesimo portato nel centro nevralgico dell'impero romano, nella Città Eterna, ad irradiarsi sulle genti di fede e mentalità pagane, immediatamente dopo lo sbarco dell'Apostolo Pietro nel porto del capoluogo messapico, la città di Brindisi, per proseguire quindi il cammino lungo l'itinerario della via consolare, l'Appia, che congiungeva la capitale dell'allora mondo civile con il verde del mare Adriatico.
    La denuncia meridionalistica che scorre sinuosa e percorre, come un magmatico fiume sotterraneo, l'intero romanzo di Tomasi, possiede oltre ad altre attualità anche questa cifra, espressa, apertis verbis, nelle ultime pagine del capolavoro "tomasiano". Finora essa non è stata compiutamente o, forse, per nulla indagata in quanto, sino a questo momento, ci si è soffermati sulle legittime, deluse aspirazioni delle popolazioni del Mezzogiorno che attendevano dallo Stato unitario italiano tutto ciò che era stato promesso loro con molta generosità e spirito fraterno ma che, con altrettanta facilità e noncuranza, era stato con disinvoltura disatteso. Si creò, in tal modo, fra le genti meridionali, una lacerante disillusione che assumerà poi i caratteri del ribellismo brigantesco e della endemica, serpeggiante avversione nei confronti di uno Stato che aveva assunto l'aspetto di un gelido patrigno per il cui operato non è possibile fornire credito e rispettabilità. "… sia detto fra noi -afferma con disillusa pacatezza il principe di Salina don Fabrizio Corbera, al cavaliere Chevalley di Monterzuolo, allorché costui gli va a proporre, nel palazzo di Donnafugata, di accettare la nomina di senatore del Regno su invito espressamente rivoltogli dalle autorità di Torino -, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio" (p. 232). 
    Tutto questo, sarà onesto affermarlo, da quel marzo del 1861, e nel romanzo se ne dà ampiamente conto, ha prodotto  nel popolo, e nella stessa Chiesa, meridionale, un continuo lutto degli affetti, una perpetua rapina delle intelligenze, un depauperamento sociale, economico e finanziario che le terre del Sud, ancora oggigiorno, scontano sulla propria pelle con una irredimibile continuità sia culturale che temporale.
    L'intero romanzo, anche quando sciorina argomenti che apparentemente appaiono lontanissimi dalle rivendicazioni meridionalistiche, presenta la più convinta, oltre che convincente, denuncia dei mali dei territori del Mezzogiorno che, invece di essere risolti dal regime monarchico unitario, si erano per converso aggravati in maniera esponenziale sin dal tempo dell'imperatore Federico II di Hòhenstaufen (1194 - 1250). Il quale, con noncurante sistematicità aveva scippato del proprio sangue i suoi sudditi del Regno di Sicilia per reperire le inelusibili risorse finanziarie che gli avrebbero consentito di condurre priva di preoccupazioni di sorta la sua lotta senza quartiere, mai intermessa sin dal tempo del nonno, l'imperatore Federico I Barbarossa (1121 - 1190), contro i Comuni ribelli delle lande settentrionali della Penisola. 
    Dovrà essere chiaro un fatto, però: i continui torti denunciati dai cosiddetti meridionalisti -una nuova professione nell'ambito dell'espressione sociale italiana della seconda metà del novecento- non provengono esclusivamente dalle azioni, dalle negazioni delle classi amministrative postunitarie; soprattutto esse traggono la propria eziologia da una origine di già colpevole, dai danni inflitti con spietata cattiveria alle popolazioni del Sud, dai ceti egemoni di queste martoriate terre. Tutto ciò trova un'articolata disamina nelle pagine più intense, più accattivanti del romanzo; tanto più allorché ci si accinge a scandagliare la storia remota, ma anche immediata, con accenti che sconcertano solo chi non è avvezzo alle parole franche e disincantate, di chi ha costruito uno scenario oltremodo efficace che può contare sulla rigorosità del portato storico connesso in modo convincente con gli accadimenti di una vita vissuta all'insegna della correttezza politica e fondamentalmente letteraria. Sono vicende dolorose ma, se considerate nella propria autentica essenza, esse inducono a far comprendere che i mali del Meridione sono da attribuire all'inadeguatezza, alla miopia delle classi amministrative e dei ceti-guida del Sud, i cosiddetti "galantuomini", che non sono stati in grado di gestire il "dopo-risorgimento", attenti com'erano a preservare in perpetuità di esclusiva i privilegi di cui si ritenevano gli unici titolari spedendo a ramengo i palpitanti  interessi delle popolazioni subalterne che hanno poi dato vita a tutta una serie -sacrosanta, legittima- di rivendicazioni economiche e sociali che hanno impedito lo sviluppo sano e sereno di un innovativo snodarsi dei diritti e dei doveri di cui sono pienamente titolari tutti i cittadini di uno Stato civile e correttamente strutturato.
    I sessant'anni di esistenza de IL Gattopardo, se saranno lette con avvertita contezza le pagine che gli forniscono il nerbo e la tettonica, stanno lì a rammentarlo perché poi ogni cosa non trovi, come sempre, "pace in un mucchietto di polvere livida" a detrimento delle sacrosante aspettazioni dell'intero popolo italiano -in specie quello meridionale- e del suo proprio, inviolabile avvenire.

     
 

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