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Culture
Il meraviglioso mondo della natura. La mostra che fa discutere

Tra apprezzamenti e critiche, la mostra "Il meraviglioso mondo della natura" fa discutere

di Raffaello Carabini

Che senso ha realizzare una mostra a pagamento spostando di 500 metri, dalla Biblioteca Sormani a Palazzo Reale, un enorme apparato di tele del 600 finora visibile gratuitamente? “Solo quello di permettere un suo cambio di collocazione, che impoverisce la Biblioteca ed è ingiustificato sia storicamente che dal punto di vista della fruizione”, dice Gianni Pizzi, bibliotecario e sindacalista della CGIL.

L'oggetto del contendere è l'esposizione Il meraviglioso mondo della natura, aperta fino al 14 luglio e affidata alla cura dei solitamente attentissimi professori Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa. Ne è protagonista assoluto il seicentesco “Ciclo di Orfeo”, opera collettiva di un “giovane pittore olandese” (secondo alcuni Carl Borromäus Ruthart), del polacco Pandolfo Reschi e del belga Livio Mehus, uno straordinario ciclo pittorico a soggetto naturalistico del Seicento, “un incredibile diorama botanico-zoologico” – definizione della studiosa Vittoria Balzari – di circa 200 mq di superficie, con altezze di oltre 5 mt, che rappresenta animali e vegetali di mezzo mondo.

Attribuito dapprima al pittore genovese Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto (1609-1664), uno specialista nella pittura di animali, proprio nella sala della biblioteca che ne porta il nome era stato ricollocato attorno a fine 800, a seguito della distruzione del Palazzo Lonati Taverna Verri, cui era destinata in primis come enorme “tappezzeria” del salone principale.

La mostra di Palazzo Reale però non gli rende giustizia. Innanzitutto per la collocazione in un ricostruito ambiente che dovrebbe essere simile all'originale, dimenticando che lo spostamento, portando il Ciclo in una location più ridotta, ne aveva sacrificate alcune parti e ne aveva riallineate altre, con il risultato che in mostra sono presenti zone vuote nelle pareti e nella zoccolatura, che nel 600 ovviamente non c'erano.

Poi per la cervellotica scelta illuminotecnica, mai omogenea né equilibrata, che, seguendo in alcuni minuti il corso di una giornata di sole, porta a dover attendere per rivedere in luce una parte piuttosto che ad averne altre spesso in ombra. Infine bisogna aggiungere che la grande teleria del Ciclo è in condizioni di conservazione pessime, oscurata da polveri e degrado, tanto che il suo restauro è una delle motivazioni addotte per l'esposizione, visto che non si è voluto seguire il suggerimento dei sindacati – e di diversi specialisti – di eseguirlo nella stessa Sormani, dietro vetrate che lo mostrerebbero anche durante le partecipate conferenze, che si effettuano alle 18.30 a cantiere chiuso.

I notevoli costi dello spostamento e dell'allestimento in mostra (senza dire dello stress cui sono state sottoposte le tele) avrebbero potuto essere risparmiati e la tela proposta solo a fine restauro in tutto il suo fulgore, magari accompagnata da un percorso espositivo di approfondimento e comparazione, e non in queste condizioni.

Infatti Il meraviglioso mondo della natura si limita a proporre il Ciclo, peraltro punteggiato da qualche “macchia” chiara qua e là che lascia solo immaginare la forza che avrebbe dopo un'adeguata ripulitura, insieme a un salone (anch'esso ricostruito) pieno di animali tassodermizzati e impagliati, che, benché forse divertente per i più piccoli, propone un non lieve appiglio da peluche diseducativi e astorici, se non sufficientemente spiegati da insegnanti e guide.

(Molto più pedagogica la scelta di punteggiare i quadri con schede curate dal WWF, che istruiscono sull’evoluzione in negativo della biodiversità raffigurata e mettono in guardia sull’attualità drammatica del bracconaggio indiscriminato e del pericolo di estinzione di troppe specie, attuata a Palazzo Martinengo a Brescia nella ben confezionata esposizione Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti, di cui peraltro le istituzioni milanesi neppure si rammentano, benché sia parallela a questa e abbia i cittadini del capoluogo nel proprio bacino di utenza.)

Infine appaiono come semplici divertissement intellettuali a riempitivo e fuori contesto, i confronti proposti nelle succesive semivuote due sale: tra due gattini disegnati (uno che si lava in una pagina del Codice Atlantico leonardesco, l'altro che mangia in una miniatura di fine 300) e tra due nature morte, la fondamentale Canestra di Caravaggio e il bellissimo Piatto di pesche del Figino.

Tra l'altro è incredibile la scelta dell'Ambrosiana di privarsi del suo capolavoro assoluto proprio nel momento in cui punta a un rilancio, con la presentazione del restaurato cartone di Raffaello e la mostra dei fogli leonardeschi del Codice Atlantico. (Ricordiamo, per mera cronaca, che i curatori Agosti e Stoppa hanno da poco vinto una causa per diffamazione nei confronti della stessa Pinacoteca riguardo la controversa attribuzione a Bernardino Luini della Sacra Famiglia di proprietà dell'Arcivescovado).

E il tutto si può visitare al prezzo di 14 euro, astronomico per i contenuti e le loro precedenti fruibilità: gratuito il Ciclo, 15 € l'Ambrosiana tutta. La giustificazione dell'assessore Del Corno, “è il prezzo standard di tutte le mostre che si tengono a Palazzo Reale”, oltre a non essere vera, è risibile: equivale a dire “un volume patinato fotografico con carta di pregio e grande formato deve costare come un best seller tascabile perché sono venduti nella medesima libreria”.

Insomma una messa in scena dettata dalla scelta politica, come accusano i sindacati, di spostarlo dopo restaurato – on line è sottoscrivibile la petizione contraria di change.org – e nel frattempo di depositarlo da qualche parte in attesa dei soldi necessari, che oggi non ci sono anche perché l'art bonus relativo è stato lanciato in unione con quello della Sala delle Asse di Leonardo e con quello della Scala, che ovviamente hanno fagocitato pressoché tutto quanto raccolto.

Una mostra che a Palazzo Reale fa fare alla monumentale decorazione piena di animali e piante l'effetto di un vaso di sottile coccio a fianco di quello in solido ferro della mostra di Dominique Ingres e di quello in oro zecchino delle tavole di Antonello da Messina.

P.s. Sulla mostra e su tutta la querelle “Ciclo di Orfeo” è in uscita un volumetto per i tipi di Scalpendi del professor Alessandro Morandotti, docente a Torino e uno dei massimi esperti dell'opera, di cui ha curato, fra l'altro, una fondamentale scheda per il  catalogo scientifico del Museo del Castello Sforzesco. Affaritaliani è pronto ad aprire le proprie pagine per nuovi approfondimenti e analisi.

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