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MartaPastorino

Paolo Giordano (fascetta alla mano) è rimasto colpito dalla sua "sincerità abbagliante". In un'intervista ad Affaritaliani.it dell'autunno scorso la responsabile della narrativa italiana Mondadori Giulia Ichino aveva parlato di "un testo maturo, potente proprio nella radicale economia di mezzi con cui l'autrice affronta una materia emotiva bruciante... Il romanzo di Marta Pastorino vive nei corpi, nei gesti incisi dei suoi personaggi, che in silenzio cercano la propria ragione di vita. E si apre a una luce solo quando sono i corpi a liberarsi, a sciogliersi nella danza: questo, della danza sensibile – oggi ancora poco conosciuta in Italia – è il terzo cardine intorno a cui è costruito questo libro che lascerà un segno”. 

Marta Pastorino, nel romanzo "Il primo gesto"  in libreria per Mondadori (che a quanto ci risulta sarebbe una delle tre opizione di Segrate per il premio Strega 2013 - le altre due sono Daria Bignardi e Chiara Gamberale...)  si confronta con una storia dolorosa e con "temi scomodi" e punta su uno stile asciutto, costruito su frasi brevi e taglienti. Il risultato è un libro di cruda intensità, che può solo catturare sin dalle prime pagine oppure respinge immediatamente...

LA TRAMA  - A che cosa si deve rinunciare per potere infine diventare se stessi? Anna lascia la casa dov'è cresciuta, facendo perdere alla famiglia le proprie tracce. Nella città dove giunge, trova un lavoro davvero singolare per una ragazza giovane come lei: assiste una donna anziana, Maria, con grande dolcezza, occupandosi senza risparmio del suo corpo malato e ascoltando i racconti sul nipote amatissimo che la signora non vede da anni. La stessa notte in cui Maria muore, Anna dà alla luce un bambino. Ma il dolore del passato è troppo vivo, paralizzante, e ancora una volta lei deve andare via. Abbandona il figlio in ospedale, a un destino ignoto. Comincia così un nuovo viaggio, alla ricerca di una salvezza dalle colpe: le proprie e quelle degli altri. L'incontro con una giovane straniera e con la sua famiglia sono per Anna una piccola oasi dove riprendere le forze. Presto il suo viaggio si trasforma e diventa ricerca: la meta è Giovanni, il nipote misterioso di Maria. Giovanni le insegnerà un nuovo modo per conoscere il proprio corpo e se stessa, attraverso le tecniche della danza sensibile.

MartaPastorino Mondadori

L'AUTRICE - Marta Pastorino è nata a Genova nel 1978. Vive e lavora a Torino, dove collabora ai laboratori di scrittura creativa e storytelling della Scuola Holden. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e il racconto lungo Effetti collaterali (Meridiano Zero 2006). Ha scritto per il teatro con la compagnia blucinQue e lavorato per la Fondazione Merz.

 

LEGGI UN ESTRATTO DAL SECONDO CAPITOLO
(per gentile concessione di Mondadori)

(...)

All’inizio c’era la routine, c’era Graziella, sua figlia, che passava da casa ogni giorno. La vecchia, anche se non ci vedeva, si alzava dal letto per bere il tè con le fette biscottate o con un pezzo di focaccia. Restava seduta nella cucina, che era la stanza più luminosa, con le piastrelle chiare, il tavolo in formica color panna, le sedie di paglia dipinte di bianco. Potevano essere le undici, io avevo già alzato le tapparelle da qualche ora, scostato le tende, avevo fatto cambiare l’aria e dato da bere ai fiori sul balcone. Ogni volta guardavo di sotto, dal nono piano, e mi domandavo come sarebbe stato volare giù, per una svista, per una sbadataggine, mi faceva paura. Da lì, le dicevo: «Stia un po’ seduta, Maria, che le fa bene. È una bella giornata», ma lei non poteva vederla perché era cieca. È stato così per due anni. Sua figlia ogni giorno le preparava qualcosa da mangiare, glielo lasciava nel piatto, coperto con un tovagliolo, e mi diceva: «Anna, vedi tu se ne vuole un po’. Magari a te dà retta». Poi passava da lei, seduta sulla poltrona in salotto, ma non la baciava, non le appoggiava una mano sulla spalla. «Allora io vado» diceva, per salutarla. Maria restava immobile, sulla sua poltrona, sembrava assorta, ma quando sentiva che lei se ne stava andando la richiamava per sapere di Giovanni, le domandava se aveva telefonato, se lo aveva sentito per caso prima di passare di lì. Graziella non sempre rispondeva. Ogni tanto mi chiedevo se Giovanni, suo nipote, esisteva davvero. L’ultimo anno, la signora aveva sempre meno voglia di alzarsi dal letto. Quando ha deciso di non farlo più, stare con lei è diventato difficile. Adesso cacciava un urlo ogni volta che la toccavo, avevo le mani fredde. Avevo sempre le mani fredde, secondo lei. Dovevo avvisarla con la voce, dirle che mi stavo avvicinando. Si lamentava che le facevo male, non si voleva più far lavare. La pulivo con una pezza inumidita, tiepida, con un po’ di sapone di marsiglia, come sempre, l’unico che accettava, ma urlava che la volevo ammazzare. Un giorno, verso la fine, quando ha sentito sua figlia entrare nella stanza, le ha chiesto di avvicinarsi al letto. Graziella si è chinata su di lei, la vecchia le ha preso una mano, stringendola. «Devi far venire qui un medico» le ha sussurrato, «mi sento male.» Era la prima volta che lo diceva con quel tono, non si era mai lamentata seriamente. Il dottore ci ha fatto chiamare un’ambulanza per ricoverarla d’urgenza all’ospedale. “E adesso?” mi sono detta. Certo le cose stavano per cambiare, la mia pancia era sempre più grossa, prima o poi qualcosa sarebbe successo, ma non immaginavo così in fretta. Mi sono guardata le caviglie, erano diventate gonfie e le scarpe stringevano. «Anna, tu puoi restare ancora, vero?» mi ha chiesto Graziella. «Mia madre non si fermerà molto in ospedale, ne sono sicura.» «Signora...» le ho risposto «certo.» «Poi avrai bisogno tu di una mano» ha continuato. «Come farai?» Mi si è stretto lo stomaco. «Non mi sembra il momento per parlare di questo» le ho detto, e mi sono alzata dalla sedia. C’era da pensare a Maria, piuttosto, a come si sarebbe organizzata, ma lei lo sapeva, aveva già deciso di non sostituirmi, si sarebbe occupata personalmente di sua madre. Non voleva chiamare nessun altro. Quando la vecchia è stata dimessa, una settimana dopo, e l’hanno riportata a casa, ha cominciato a raccontare di cose che nessuno sapeva riconoscere, e a fare una danza con le mani. Sfiorava le lenzuola, distesa sul letto, avvolta nella camicia verdina, la osservavo ogni tanto, adesso che era così innocua, silenziosa, le mani affusolate, la pelle sottile e macchiata sulle ossa delle dita che si muovevano. Aveva smesso di fare forza, di premere con le mani sul materasso per spostare il bacino, di aggrapparsi al mio braccio per girarsi su un fianco, di sollevare la schiena, di stringere la mano di chi le stava passando il cucchiaio per versarle il tè in bocca, aveva smesso di combattere con sua figlia, mentre cercava di tenere dritto il bicchiere e non rovesciare tutto. Aveva smesso di aprire la bocca per mangiare o per bere. Succhiava da una cannuccia che le spingevo nella fessura delle labbra dicendole: «Ecco il tè con un po’ di latte, quello che le piace», anche se in verità non era né uno né l’altro, ma solo un beverone energetico prescritto dai medici. Ha smesso di fare la cacca, per un po’, ma il giorno in cui le è tornato lo stimolo, mi ha chiamato all’improvviso, mi sono avvicinata, m’implorava di tirargliela fuori. Aveva delle fitte intense. Le feci si erano trasformate in un fecaloma. «Deve spingere, signora Maria» le dico, quando mi chiede di aiutarla. Non riesco a guardare. Mi giro, sospiro. Mi sorprendo ad accarezzarmi la pancia, mentre sto lì ai piedi del letto, inutile, con la vecchia che si lamenta perché fa male, non ce la fa, la cacca è troppo dura. Mentre tengo la mano sul ventre, sento un colpo, so che è il bambino che si muove, ma mi spavento, mi fa paura e vorrei che non fosse lì, a galleggiare dentro di me, ho voglia solo di uscire, di sedermi sugli scogli, come facevo prima, quando non ero incinta, e andavo davanti al mare.

(continua in libreria)

Tags:
"il primo gesto"mondadorimarta pastorino
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