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Culture
In caserma è prigioniero un tesoro tutto intero...

di Fabio Isman

È un angolo dell’“Italia ignota”, che è davvero tantissima; anzi, troppa. Un luogo carico di capolavori e memorie che, tuttavia, pochissimi conoscono: accedervi, infatti, non è affatto semplice, abituale, frequente. Ma tra un anno, o giù di lì, diverrà finalmente pubblico; e dopo il restauro, sarà aperto a chiunque. Siamo a Firenze: si esce dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella (un capolavoro di Giovanni Michelucci, 1891-1990, compiuto nel 1933-1935 e snaturato, almeno nei dintorni, dopo la morte), e si attraversa la piazza antistante. Dietro alla basilica di Santa Maria Novella, un ex convento. Era il più grande nel capoluogo toscano: ha ospitato i papi, quando venivano in visita nella città adagiata sulle rive dell’Arno. Contiene una grande quantità di affreschi: anche di Jacopo Carucci, detto Pontormo, e Ridolfo del Ghirlandaio. Qui, nella Sala del papa, Leonardo allestì lo studio dove realizzò il cartone per la Battaglia di Anghiari: la famosa opera, rimasta incompiuta, nel Salone dei Cinquecento, a Palazzo vecchio – forse ricoperta dalla Vittoria di Cosimo I a Marciano in val di Chiana, dipinta da Giorgio Vasari – di cui si cercano ancora eventuali frammenti; ed esistono ancora immensi e magnifici ambienti del Trecento. Però, nel 1801, Napoleone sopprime il monastero; dal 1920, lo Stato italiano lo destina alla Scuola allievi marescialli e brigadieri dei carabinieri. Ogni tanto, quello che fu il Chiostro grande dell’ex convento apre, con ovvie e particolari cautele; ma numerosi ambienti non si vedono quasi mai. I carabinieri hanno però già pronta la loro nuova scuola, nel quartiere di Castello; e si prevede che entro l’anno prossimo consegneranno al Comune del capoluogo toscano il sacello di tante bellezze ancora sconosciute.

Il ricordato Chiostro grande, la (piccola) parte del complesso che si visita più spesso, è tra le più impressionanti: cinquantasei arcate a tutto sesto, pareti e lunette affrescate dopo il 1570. Per ogni lato, un portico trecentesco che poggia su pilastri ottagonali e un loggiato superiore realizzato nel Quattrocento. I dipinti, in pieno stile controriformista, eternano le Storie di san Domenico, fondatore dell’ordine a cui apparteneva il convento, paragonate a quelle di Cristo e dei maggiori santi domenicani, che combatterono l’eresia, educarono, predicarono. Vi lavorano alcuni dei migliori accademici: Alessandro Allori, Ludovico Cardi cioè il Cigoli, e altri, tra cui Santi di Tito. Sua, per esempio, la Morte di san Domenico: il corpo, a terra in un locale adiacente a un chiostro, è circondato, a sinistra, da civili e, a destra, da frati che pregano o piangono. Sopra, la Vergine e Cristo, accompagnati da angeli. Da una porta, a destra, compare il profilo di Girolamo Savonarola, tra un candeliere acceso e un crocifisso che sanguina. «Assai singolare», racconta la studiosa d’arte Ludovica Sebregondi, «che l’arcivescovo Alessandro de’ Medici, nel 1583, scrivesse al granduca Ferdinando di essere riuscito a impedire che Savonarola fosse ritratto nel chiostro». Nel disegno preparatorio non vi compare; altri non lo citano a dipinto già compiuto; però il ritratto è sicuramente tardo cinquecentesco: tutte le opere del chiostro sono state eseguite dal 1570 al 1582, «è la stessa mano del resto dell’affresco, però Savonarola è realizzato in una giornata di lavoro diversa rispetto alla figura del frate che gli è inginocchiato accanto. Il modello è il primo ritratto di Savonarola eseguito da Fra Bartolomeo; che all’epoca, lo sottolinea lo studioso Peter Assmann, apparteneva a Caterina de’ Ricci, parente del priore del monastero», continua a parlare la Sebregondi. E il dettaglio è una sfida evidente; Savonarola, si sa, non era presenza “comoda”; anzi, del tutto sconveniente proprio nella scena con la morte del fondatore dell’ordine, voluta da Cosimo I il Grande. I dipinti hanno assai sofferto per l’alluvione del 1966: sono stati staccati e poi restaurati; ma, in basso, mostrano ancora le tracce dell’acqua.

Il Chiostro grande fu costruito tra il 1340 e il 1360, finanziato da numerose grandi famiglie: Capponi, Strozzi, Rucellai, Acciaioli, Gaddi e altre. Ma parecchie lunette, come un portale monumentale e la decorazione di una volta angolare, sono state realizzate su commissione spagnola: di quegli spagnoli giunti al seguito di Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo, che fin dal 1540 potevano riunirsi nella sala dell’ex capitolo, da allora chiamata proprio il Cappellone degli spagnoli. Una finestra traguarda sull’antica farmacia, appunto di Santa Maria Novella, che c’è ancora (ma si entra altrove). In un angolo del chiostro, una struttura più elevata di un piano rispetto al resto, munita di grandi finestre. Nel 1418, si predispone un appartamento per Martino V Colonna: tornava da Costanza, dove il concilio ivi indetto lo aveva eletto papa (ponendo così fine allo Scisma d’Occidente); ora, fa parte della zona di comando della caserma, ed è quindi ancora più difficile poterlo ammirare. Lo edificano Lorenzo Ghiberti e Giuliano d’Arrigo, detto Pesello. Dal 1427, Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, noto semplicemente con il nome di battesimo, lo amplia; e nel 1439 ospiterà di nuovo il papa in occasione del concilio, trasferito a Firenze prima da Basilea e poi, per la peste, da Ferrara.

È nella Sala del papa, in un ambiente assai più vasto di un semplice studio, che Leonardo, nel 1503, esegue il cartone per la Battaglia di Anghiari. La notizia è giunta fino in Giappone; però, strada facendo, si è alquanto deformata. «Tempo fa», ricorda un ufficiale dei carabinieri, «in pochi giorni, sono giunte cinque troupe televisive da Tokio; per filmare dove, secondo loro, sarebbe stata dipinta la Gioconda», che, evidentemente, non c’entra per nulla; ma come spiegare ai nipponici che Leonardo non è soltanto la Monna Lisa? Comunque, il Chiostro grande è l’unica parte dell’ex convento che ogni anno, in occasione di aperture straordinarie e di particolari ricorrenze cittadine, è visitabile poche ore al giorno; e recentemente, in via eccezionale per la mostra Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della maniera (fino al 20 luglio a palazzo Strozzi) sono state organizzate visite guidate (l’ultima il 17 giugno). Il resto è tabù: soltanto permessi speciali. In fin dei conti, è una caserma in piena attività di servizio. Forma circa centocinquanta allievi all’anno, e oltre alla sede di Firenze, la scuola ne ha una anche a Velletri.

Accanto al Chiostro grande, c’è un’aula incredibile: gotica, lunga oltre sessanta metri, a tre navate. È l’antico dormitorio dei frati, ormai refettorio dei carabinieri, splendido e perfettamente conservato. E sopra, una cappella, sempre nell’area del complesso che si visita assai di rado. Il 22 ottobre 1515, Leone X de’ Medici fa sapere che, nemmeno un mese dopo, sarà a Firenze. Alloggerà qui, come gli altri papi passati per la città; alla fine, ci resterà tre mesi. Di corsa, si pensa a una cappella. La affrescano Ridolfo del Ghirlandaio e Pontormo, che aveva appena vent’anni. La sua Veronica è sublime, con il solo torto d’essere in una zona militare “sensibile”.  Come i suoi Putti e Angeli, nella volta, che sostengono l’arme e simboli araldici del papa e della famiglia Medici, alternati a grottesche dipinte da Andrea Feltrini. Ci sono il motto personale di Leone X, la parola «Suave», e anche quello, più misterioso, del suo casato, le iniziali «Glovis», forse quelle di «gloria, laus, onor, virtus, iustitia, salus». Sul soffitto, anche lo stemma di Lorenzo il Magnifico, che era il padre del pontefice. L’opera era stata prima affidata a Ridolfo del Ghirlandaio: per mancanza di tempo, esegue soltanto l’Incoronazione della Vergine sulla parete nord; poi, gli subentra il giovane Pontormo, che forse ha appreso la rapidità dell’esecuzione (come per i Putti) dal maestro Andrea del Sarto.

C’è un’altra parte interessante dell’attuale complesso militare che si fatica ad ammirare. I monasteri, affiancati, erano infatti due. Quelli di Santa Maria Novella e della Santissima Concezione. All’inizio dell’Ottocento furono adibiti a usi militari, e il secondo divenne un educandato: dal 1822 al 1832 Giuseppe Martelli (1792-1876) vi realizza l’aula magna, lo scalone monumentale, la serra nel giardino, e una scala a spirale in pietra serena, «gioiello» dell’architettura del periodo, secondo Carlo Cresti, anche dal punto di vista strutturale(*).  In cima a questa scala, c’è ancora un’eccezionale Flora, alta più di due metri, fusa da Luigi Pampaloni. In breve, le varie trasformazioni degli edifici: quando Firenze divenne capitale d’Italia (1865-1871), furono anche la sede del ministero dei Lavori pubblici, della Corte di cassazione e del Lotto. Con l’unificazione del paese (1861), una parte tornò ai monaci, ed è ora aperta al pubblico, e un’altra divenne prima Museo del Risorgimento, e dal 1920, come si è detto, è affidata ai carabinieri. I quali, se hanno protetto i tesori che vi erano contenuti, hanno anche dovuto adattare i luoghi alle proprie esigenze; così, ecco infissi in anodizzato, condizionatori d’aria, e, nel refettorio, distributori automatici di bevande, certo assai poco trecenteschi. Ma in poche parole, tutta quest’arte, “prigioniera” in una caserma, verrà liberata, trasferendo altrove la scuola dell’Arma; e chiunque potrà finalmente ammirarla. Si spera presto.

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