Da una parte c’è la materia biografica, dall’altra la suggestione della narrativa: è quando questi due elementi si incontrano e poi si fondono insieme che nascono talvolta opere in grado di ridefinire il contorno dei miti, delle figure passate alla storia, non sempre elevandole ancora di più rispetto al piedistallo su cui già sono state poste.
È tra questo genere di lavori letterari che si colloca Vedove di Camus, il bellissimo libro di Elena Rui pubblicato da L’Orma editore e giunto nella sestina finale del Premio Strega 2026. L’autrice firma uno scritto “difficile”, che sceglie di non cedere alle lusinghe della saggistica pura, preferendo addentrarsi nei territori dell’immaginazione storiografica per ricomporre, con eleganza e rigore, il mosaico interiore delle quattro figure femminili che hanno condiviso e illuminato l’esistenza di Albert Camus: la moglie Francine Faure, le attrici Maria Casares e Catherine Sellers, la pittrice Mette Ivers.
La tragica scomparsa del Premio Nobel, il 4 gennaio 1960, trasforma un’assenza improvvisa in un lutto plurale, dando voce a donne straordinarie la cui statura artistica e umana è stata troppo spesso offuscata dall’ombra ingombrante del celebre intellettuale.
Attraverso un’indagine d’archivio minuziosa, alimentata da diari ed epistolari, Elena Rui indossa gli abiti delle sue protagoniste con un’immedesimazione acuta, mai di maniera, posizionando l’obbiettivo sulle loro traiettorie esistenziali autonome, oltre l’orbita dello scrittore. Il risultato è un affresco corale avvincente e profondamente originale, capace di ammaliare non soltanto i lettori appassionati dell’autore de La peste, ma chiunque cerchi una letteratura d’autore sensibile e devota alla complessità dello sguardo femminile.
Noi di Affaritaliani.it abbiamo intervistato Elena Rui per farci raccontare in prima persona l’avventura di questo lungo e affascinante viaggio, da cui è scaturito Vedove di Camus.

La mia prima curiosità riguarda come ha scelto le donne di cui parla nel libro. Conosceva già da prima queste figure o sono emerse durante la ricerca e la stesura?
“Camus ha avuto moltissime donne, ma non era questo aspetto ad interessarmi. Non ho cercato di ricostruire la sua biografia sessuale o sentimentale. Non avevo l’obiettivo di portare alla luce lati scabrosi e poco conosciuti della sua esistenza. Ho semplicemente intuito che la sua vita, e ancor più la sua morte, mi offriva la materia prima per immaginare una vedovanza plurale, in cui una sola donna, però, poteva legittimamente portare il lutto in pubblico.
All’inizio credevo che questa vedovanza fosse doppia, perché conoscevo solo la relazione fra Camus e Casares, poi ho scoperto l’esistenza di altre due relazioni extraconiugali stabili, portate avanti in parallelo negli anni che hanno preceduto l’incidente mortale: quella con l’attrice Catherine Sellers e quella con la pittrice Mette Ivers.
Ho escluso tutte le relazioni amorose che non avevano attinenza con il progetto letterario che ho appena evocato: per esempio, Francine Faure è la seconda moglie di Albert Camus, che si era sposato una prima volta a ventun anni in Algeria con Simone Hié. Il matrimonio era durato molto poco e i due si erano persi di vista da decenni al momento della morte. Simone Hié non è, per me, una vedova di Camus, come non lo sono state altre amanti passeggere”.
Mi è piaciuto molto il fatto di volersi soffermare sulle loro vite e sulla loro interiorità, senza dimenticare di parlare di Albert Camus, ma mettendo al centro il punto di vista femminile. Pensa che, come afferma a un certo punto Maria Casares, tutte o la maggior parte di loro abbiano subìto la sorte di chi rimarrà sempre all’ombra di un nome più importante?
“Il rischio di restare nell’ombra quando ci si lega a un artista di fama mondiale è abbastanza prevedibile. Francine lo assume completamente perché non esprime il suo talento di pianista al di fuori delle mura domestiche. Per Maria Casares, invece, il teatro era una vocazione irrinunciabile. È andata fino in fondo alle proprie ambizioni e alle proprie capacità diventando una delle più grandi attrici teatrali del suo tempo. Ma l’attore di teatro, uomo o donna che sia, conosce un successo per definizione effimero. Deve passare per il cinema se tiene alla posterità. Casares lo ha fatto occasionalmente per registi importanti come Bresson, Carné e Cocteau, ma quel tipo di recitazione non le piaceva e non ha insistito.
Non metterei il fatto di essere stata dimenticata dal pubblico in relazione con il successo planetario di Albert Camus: è un destino ahimè comune, che ha a che vedere molto più con la natura intrinseca del mondo del teatro. Diciamo che, siccome io la rendo un personaggio letterario colpito da un lutto che ha come oggetto il premio Nobel Albert Camus, la mia prima preoccupazione è di restituire la sua grandezza artistica, la sua fama, il suo investimento nel teatro indipendentemente da lui. Non posso farla esistere solo come satellite di Camus: sarebbe un’operazione intellettualmente poco onesta e ideologicamente discutibile.
Anche Catherine Sellers ha fatto una bella carriera, soprattutto teatrale, ma in parte anche cinematografica, lavorando sotto la regia di Marguerite Duras e Alain Resnais. Ma si tratta di un cinema d’essai, elitista, destinato a un pubblico ristretto. Anche qui: dobbiamo stupirci che non sia nota al grande pubblico? Direi di no.
Mette Ivers è stata soprattutto un’illustratrice di libri per ragazzi e continua a dipingere, ma non si è mai affermata allo stesso livello né di Camus, né di Casares, né di Sellers”.
Al termine della lettura la mia idea di Albert Camus come uomo ne è uscita un po’ incrinata. È emersa dalle pagine una personalità molto incentrata su sé stessa, che ha fatto soffrire non poco le persone che amava, nonché un padre assente. E poi c’è questa contraddizione della gelosia, quando lui per primo predicava la libertà in amore. Lei che idea si è fatta dell’uomo Camus?
“Di solito rispondo a questa domanda dicendo che non mi sono fatta nessuna idea che possa trasmettere in modo diverso rispetto al romanzo che ho scritto. Perché è vero che non c’è nulla che io possa aggiungere per sintetizzare la figura di Camus, perlomeno non senza sabotare lo spirito stesso del mio libro, che è quello di restituire una complessità contraddittoria. Però lei ha fatto delle osservazioni precise e cercherò, quindi, di commentare le sue parole.
Nella sfera privata, affettiva, gli scrittori sono sempre, in una certa misura, incentrati su sé stessi. È una condizione necessaria all’atto di scrivere, perché è un’attività che richiede di sottrarsi momentaneamente alla vita. È anche un’attività che, se esercitata con talento, richiede un’acuità nella comprensione e nella descrizione delle relazioni umane che può risultare crudele. Si scrive contro sé stessi, contro le proprie certezze, contro le persone che amiamo o altrimenti si crea qualcosa di non autentico, privo d’interesse.
Essere un padre “assente” era un po’ una banalità nella generazione di Camus, che è nato, ricordiamolo, nel 1913. La maggior parte degli uomini era “assente” rispetto ai criteri della società di oggi in cui la divisione dei ruoli all’interno della famiglia è più paritaria.
Quanto alla sua gelosia, Camus era consapevole della contraddizione e infatti provava questo sentimento senza, per quanto mi è dato sapere, esercitarlo. Voglio dire che, concretamente, non cercava in nessun modo di limitare la libertà delle sue amanti. Tutti proviamo dei sentimenti non degni della nostra intelligenza, ma possiamo decidere di non esserne succubi. Per Francine, sua moglie, andrebbe fatto un discorso a parte, perché la sua libertà era oggettivamente limitata, prima di tutto, dalla mancanza d’indipendenza economica.
Quanto al fatto di far soffrire le persone che ci stanno intorno, specie i propri familiari, mi sembra una condizione umana troppo pervasiva, sostanzialmente onnipresente anche nella vita dei comuni mortali, per poterne fare un criterio che ci possa avvicinare o allontanare da un grande autore”.

Sempre restando sulla sua opinione di Camus, che cosa possedeva a suo parere per far sì che le donne gli cadessero ai piedi e si dedicassero a lui in maniera devozionale?
“Non credo che questo ragionamento funzioni sempre: che si possa partire dal successo seduttivo per dedurre qualcosa sulle qualità di un uomo. Dei perfetti idioti hanno un sacco di donne. Ovviamente Camus non era un perfetto idiota, ma un immenso scrittore, un fine pensatore, un uomo di un’intelligenza e di un’ironia deliziose. Questo non poteva che renderlo affascinante. Direi però che per avere tante donne bisogna innanzitutto essere molto interessati alla materia, dedicarci del tempo e dell’energia. Non tutti gli uomini hanno questa ambizione, perlomeno non in modo concreto, fattuale (le fantasie sessuali sono altra cosa). Molti lettori uomini, fra cui alcuni scrittori, mi hanno confessato che per loro l’idea di dividersi fra quattro storie d’amore è una sorta di definizione dell’inferno. Per riuscire in un’impresa bisogna perseguirla e lui lo faceva con una certa costanza. Parte della risposta risiede, quindi, in questa constatazione.
Per quanto riguarda la devozione, non sono sicura che sia stata una costante sempre univoca e unidirezionale nelle quattro relazioni amorose esplorate dal mio romanzo. Per esempio, Camus mostrava una forma di devozione nei confronti di Casares che infastidiva Sellers. I rapporti amorosi sono anche rapporti di forza e Casares non era, al culmine della sua carriera, così facilmente impressionabile dal successo artistico di Camus, per due ragioni: si frequentavano da tanti anni e lei stessa era conosciuta ed acclamata nel mondo intero. Però questo è il mio punto di vista, il lettore si farà la sua idea in proposito”.
Come si è svolto il lavoro di ricerca storica? Oltre alle fonti scritte, ha visitato tutti i luoghi che descrive? Ha intervistato molte persone?
“Ho visitato i luoghi sì: Lourmarin, gli indirizzi parigini in cui hanno vissuto i miei personaggi, Ermeronville… No, non ho intervistato nessuno. Mi sono basata sulle fonti edite e inedite (diari, lettere…) esistenti per poi lavorare d’immaginazione. È un partito preso che mi ha permesso di mantenere la stessa distanza da tutti i personaggi: vivi o morti che siano”.

Qual è il suo rapporto con la Francia, con Parigi e come mai ha pensato proprio a questo progetto?
La Francia, dove vivo da ventun anni, è il Paese che ho scelto. Si nasce per caso in un luogo e spesso lo si lascia per caso, ma stabilirsi in un Paese straniero è una scelta che per un lungo periodo va rinnovata quotidianamente. Passato un certo numero di anni, diventa un fatto assodato, difficile da rimettere in discussione, anche per mere questioni pratiche.
Della Francia amo la politica culturale, la filosofia del tempo libero, l’orgoglio di avere un welfare forte e la convinzione con cui viene difeso in piazza quando è minacciato. E poi lo spirito profondamente laico delle istituzioni.
Parigi è una città che ho apprezzato progressivamente. Ho iniziato la mia vita francese in una piccola città di provincia, Albi, in Occitania. Mi sono poi trasferita a Tolosa in un momento in cui avrei potuto scegliere subito Parigi, ma non me la sono sentita: non ero pronta per la metropoli, per la sua vita sotterranea, i suoi milioni di abitanti, gli appartamenti striminziti e carissimi. Oggi non riesco ad immaginarmi altrove. Succede che le cose che si faticano a conquistare diventino più intimamente nostre, alla fine.
Ho una natura malinconica e Parigi mi permette di cambiare rapidamente contesto e situazione per distrarmi da me stessa, uscire dalla circolarità dei pensieri. Ho un cinema d’essai davanti casa, almeno altri 4 raggiungibili con pochissimo sforzo, in metropolitana o in bicicletta. Posso mangiare qualsiasi pietanza etnica mi passi per la testa, passare da un quartiere popolare a uno ultra-chic in qualche minuto, trovare qualsiasi libro, anche in italiano, vedere gli spettacoli dei più grandi metteur en scène contemporanei o scoprire artisti meno conosciuti in piccolissimi teatri di quartiere. E poi io non guido e a Parigi non è considerato un handicap. Certo è una città caotica, molto rumorosa. Sopporto sempre meno il rumore, invecchiando.
Sono, ovviamente, molto legata all’Italia, dove torno molto spesso per la promozione dei libri, per vedere la mia famiglia, gli amici, per la bellezza dei luoghi. E poi, come diceva Tabucchi parafrasando Pessoa, la mia patria è l’italiano: intendo proprio la lingua, quella della scrittura, ma prima di tutto quella delle letture che mi hanno formata da bambina e da ragazza.
Questo libro è, per forza di cose, di ambientazione esclusivamente francese, mentre nei precedenti era presente anche l’Italia e il Veneto, la mia regione. Mi riservo la libertà di ambientare le mie storie in entrambi i Paesi in futuro. È una caratteristica della mia scrittura”.

Si sarebbe mai immaginata di arrivare finalista allo Strega? Come ha vissuto questa esperienza?
“No, non sono cose che si possono immaginare, non all’inizio di un percorso. Chi c’era stato due volte considerava possibile che succedesse una terza volta, presumo, in particolare se ha pubblicato con una grossa casa editrice, ma noi, intendo io e L’Orma, abbiamo tentato l’avventura senza aspettarci nulla. È stato molto spiazzante, ed è bello che sia così.
Ho vissuto questa esperienza con eccitazione e apprensione: all’inizio ero inibita dall’ansia da prestazione, perché è difficile parlare del proprio libro dividendo il tempo con altri undici candidati e continua ad esserlo anche in sei. Si procedeva sempre in ordine alfabetico e quindi ascoltavo tutti gli altri prima che fosse il mio turno e avevo modo di chiedermi se sarei riuscita ad esprimermi con altrettanta convinzione. Ma è stata un’ottima scuola.
Le platee erano immense; il Premio Strega permette di raggiungere moltissime persone dal vivo e ancora di più attraverso la stampa, la televisione, la comunicazione fatta dalla Fondazione Bellonci, il passaparola: è un’opportunità immensa di cui sono estremamente grata”.
Avrei molte altre domande, ma per non rubarle troppo tempo mi limito alla mia curiosità sui figli di Camus. Che impressione si è fatta delle loro vite e del rapporto con il padre? In particolare si parla poco di Jean. Pensa che abbia avuto una vita difficile?
“Non mi permetto di esprimere un parere sul tipo di vita che ha avuto Jean Camus, che è poco presente nel romanzo come è stato poco presente nella vita pubblica per sua insindacabile e, per quanto mi riguarda, condivisibile scelta.
Nel documentario di James Kent evocato nel mio romanzo, Jean si manifesta solo attraverso una registrazione sonora che trovo struggente per intelligenza e sensibilità. Per me è lui a dire le cose più giuste su suo padre, mentre la sorella Catherine ha un approccio molto agiografico, di facciata, che resta in superficie. Penso sia dovuto a una personalità molto diversa, ma anche al ruolo che lei ha scelto di avere nella gestione dell’opera di suo padre e che suo fratello ha declinato. Jean Camus è un personaggio molto misterioso e mi sembra sia un aspetto affascinante in quest’epoca in cui si sa tutto di tutti.
I gemelli Camus avevano quattordici anni quando il padre è morto. In quel momento Jean viveva un periodo conflittuale con il padre, mentre il rapporto con Catherine era più semplice. Ma probabilmente le cose non sarebbero rimaste così. È una relazione che non ha potuto essere declinata in un rapporto adulto”.


