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IlPeggiore Chiarelettere

La peculiare parabola di Massimo D’Alema - biografica, psicologica, politica - disvela il senso profondo della crisi che ha colpito la sinistra italiana. Ha teorizzato il primato della politica e l’ha ridotta a puro tatticismo; voleva sbaragliare Berlusconi e lo ha fatto arricchire; idolatrava il partito e lo ha distrutto; ha partorito l’Ulivo e l’ha ammazzato in culla (“Prodi non capisce un cazzo di politica”); si proclama erede di Berlinguer ma si circonda di affaristi, coltivando passioni non certo popolari (le scarpe fatte a mano, Sankt Moritz, la barca a vela, gli chef stellati, gli abiti firmati).
Ne "Il peggiore" di Giuseppe Salvaggiulo, in libreria per Chiarelettere, Ecco la storia di un uomo che spiega perché oggi la sinistra scambia la richiesta di politica per antipolitica, ritrovandosi senza più una storia e senza una nuova identità.

L'AUTORE - Giuseppe Salvaggiulo è un giornalista del quotidiano “La Stampa”.

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Chiarelettere)

«La politica è libera. Voi non potete censurarci»


Ancor meno dura la tregua giudiziaria. Questa volta non per una notizia ritenuta falsa, ma addirittura per una vignetta pubblicata da «la Repubblica». L’autore è Giorgio Forattini, che disegna in prima pagina un D’Alema in mezze maniche intento a sbianchettare il dossier dell’ex agente del Kgb Vasilij Nikitic Mitrochin. A una voce fuori campo che chiede:
«Allora, arriva ’sta lista?» D’Alema risponde: «Un momento! Non s’è ancora asciugato il bianchetto!». Da Palazzo Chigi parte la querela e la richiesta di risarcimento, con importo ulteriormente aumentato: tre miliardi. Il duello non è inedito. Il 10 novembre 1991, Forattini aveva disegnato su «Panorama» D’Alema e Occhetto come prostitute, nell’atto di ricevere una mazzetta di rubli da Michail Gorbaciov, seduto sul sedile posteriore di un’auto. Nel 1994 il tribunale di Milano aveva condannato «Panorama» giudicando «la raffigurazione caricaturale di contenuto offensivo, anche se ironica». Ma la querela miliardaria del presidente del Consiglio provoca una sollevazione. Su «l’Unità», Michele Serra «supplica » D’Alema di ripensarci: «Specie se si è capo di un governo, si dà la sgradevole impressione di voler querelare un’opinione». La querela sarà ritirata solo nella primavera 2001, in campagna elettorale, mentre infuria la polemica della sinistra sulle censure di Berlusconi, quando Forattini ha già polemicamente lasciato «la Repubblica» dopo sedici anni, non sentendosi difeso.
Del resto, con la satira D’Alema non è mai andato troppo d’accordo, dai tempi di «Tango». Non è il suo genere. E non perché gli difetti l’ironia, e nemmeno l’autoironia. Semplicemente, è allergico ai caratteri genetici della satira. Gli è estranea l’idea che qualcuno possa ironizzare su di lui senza previa autorizzazione, del resto «nessuno è obbligato a divertirsi quando viene preso in giro: io, personalmente, mi incazzo». Inoltre non sopporta che la satira ridicolizzi il potere. La sua preoccupazione infatti non è quella di tutelare la satira dalla politica, ma il contrario. «La politica è libera. Voi non potete censurarci. La politica non può essere messa al servizio della satira» spiegò pochi giorni dopo l’insediamento a «l’Unità» a Michele Serra e Sergio Staino. Quando vuole colpire un giornalista per educarne cento, D’Alema ricorre al suo pezzo forte, la pubblica lapidazione. È chiaramente ciò che più gli dà soddisfazione, un’ebbrezza impareggiabile. Il nemico va annientato preferibilmente in campo avverso e davanti ai suoi colleghi, in modo da amplificarne l’umiliazione e l’isolamento, ottenendo anche un formidabile effetto dissuasivo di massa. Il classico scambio di battute in Transatlantico è: «Onorevole, posso farle una domanda?». «L’ha già fatta.» Non che in privato vada meglio. Durante i lavori della Bicamerale, Mario Calabresi, allora cronista dell’Ansa, entra nell’ascensore con D’Alema che sta raggiungendo Bossi per un incontro riservato. «Presidente, posso farle una domanda?» «No.» «Perché?» «Perché qualsiasi domanda sarebbe sbagliata.» «Posso almeno salire con lei sull’ascensore?» «Siamo in Europa, c’è la libera circolazione delle persone...» Nel 2011 Luca Telese ha raccontato su «il Fatto Quotidiano » questa scena. «D’Alema, nel Transatlantico di Nella tana delle iene dattilografe  Montecitorio, palpebre spalancate, tono indignato, mi guarda fisso e dice: “Voi de ‘il Fatto’ siete tecnicamente fascisti...”. Che cosa succede perché il líder máximo sia così indispettito? Mentre gli chiedo perché sia così arrabbiato fa un gesto plateale. Si toglie gli occhiali da presbite, li infila nel taschino con un gesto ampio del braccio, mi dice con tono di sfida: “Sa, quando ero ragazzo, di solito, dopo che facevo questo gesto, l’interlocutore che si trovava al posto dove lei è ora, poco dopo si ritrovava con il naso sanguinante”. Meraviglioso D’Alema quando ti parla così e non ti rendi conto se ci creda sul serio, o se stia giocando alla parodia del bullo, così per inscenare una prova di forza con l’interlocutore: “Lei forse non sa, ma vorrei ricordarglielo che ho fatto a botte tante volte. Ma sono più quelle in cui le ho date che quelle in cui le ho prese”.»
Se è di umore migliore, D’Alema si accontenta di demolire l’orgoglio professionale dell’interlocutore con un aggettivo che gli è particolarmente caro. L’arena è sempre il mitico corridoio dei passi perduti. D’Alema esce dall’aula della Camera e comincia a camminare nel grande atrio, sotto il soffitto dove i passi e il chiacchiericcio si uniscono in un unico rumore di fondo che ricorda la risacca. Ha una tecnica tutta sua, come i pescatori. Non ha bisogno di annunciarsi, chiamare, convocare alcuno. Appare, magari telefona, scambia due parole con i fidi collaboratori, sempre con fare di niente. Basta questo. Dopo pochi istanti, come pesci che disegnano cerchi sulla superficie dell’acqua, si avvicinano i giornalisti. Con un ordine quasi gerarchico. Prima gli iniziati, poi gli altri. Ultimi i novellini, sprovveduti e ignari della sorte che li attende. Uno di loro, come un pugile che sale sul ring senza guantoni e paradenti, a guardia bassa, azzarda una domanda tanto per rompere il ghiaccio. Lui non li guarda in faccia, ascolta sì e no mentre maneggia gli occhiali. Finita la domanda, un attimo di silenzio. Pare di vedere le parole rotolare per terra in frantumi. Infine, il leader con i baffi inspira profondamente e liquida la questione: «Questa è una domanda stu-pi-da». Ogni sillaba una coltellata. Gelo nelle vene del novello cronista. E risate degli astanti. A questo punto, il giornalista è a un bivio: se tace, soccombe. Se rintuzza l’assalto, rischia di uscirne malconcio ma potrebbe conquistare la riabilitazione dal grande capo, evitando di finire come la leggenda vuole accadesse nell’antica Sparta ai bambini deformi, spinti giù dal Monte Taigeto.
D’Alema non è un ruffiano. Il suo atteggiamento non muta se al posto del cronista alle prime armi si trova una firma affermata. In questo tratto di equanimità c’è anche lucidità strategica: si colpisce non l’uomo, ma la funzione. Giampaolo Pansa ha raccontato su «Libero» un incontro con D’Alema in un aeroporto il 31 ottobre 1992. «È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia contro una masnada di pessimi soggetti: giudici di Mani pulite, editori, giornalisti. Primo tra tutti Eugenio Scalfari, direttore de “la Repubblica”. Ringhia: “Scalfari ha leccato i piedi ai democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso fa il capo dell’antipartitocrazia”.» Due giorni dopo, intervistato da «Il Giorno», rilancia: «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori per lasciare tutto in mano a Scalfari?». D’Alema ne ha anche per il politologo Ernesto Galli Della Loggia, editorialista del «Corriere della Sera», «un analfabeta di andata e ritorno». E nonostante i tentativi di Scalfari di ammansirlo, dieci giorni dopo sentenzia: «Ormai i giornali sono un problema in Italia, esattamente come la corruzione». Allo stesso Pansa non andrà meglio qualche anno dopo: «Si fa leggere sempre, ma ha un solo difetto: non capisce un cazzo di politica. C’è uno solo in Italia che ne Nella tana delle iene dattilografe capisce meno di lui: Romano Prodi». E Valentino Parlato? «Non lo leggo in Italia, figuriamoci all’estero.» Altro ciak, sempre nel Transatlantico. Questa volta non c’è bisogno della domanda. È sufficiente che D’Alema abbia letto qualcosa di indigesto. Ce l’ha con Massimo Gramellini de «La Stampa». In un libro del 1997, Gramellini ha tratteggiato il rapporto tra D’Alema («l’ultimo italiano a non poter vivere senza la mazzetta dei quotidiani, a cui dedica le ore più piacevoli della giornata sfogliandoli e disprezzandoli ») e i «Vu Parlà, giornalisti di sinistra che amano farsi insolentire da D’Alema».3 D’Alema lo intercetta come un aereo da caccia in volo radente. Individuato il bersaglio, lo punta e quando è a distanza ravvicinata sgancia il missile: «Lo sa che lei è proprio spiritoso? Sì, proprio simpatico. Lei è la prova che anche le persone simpatiche possono essere stu-pi-de». Invidie tra colleghi, viltà umana, compiacenza nei confronti del potente, peraltro fonte da tenere buona: la risata generale è garantita. D’Alema lo sa e, lungi dal desistere, si gusta il colpo di grazia, ancor più subdolo perché proveniente non dal tuo avversario, ma dai tuoi pari. Persino Bruno Vespa, tenutario della terza Camera televisiva, grande apparecchiatore di salotti al cloroformio, ha assaggiato le scudisciate dalemiane. In pubblico, naturalmente, anzi in campo avverso. Settembre 2009, dibattito ad Atreju, la festa dei giovani di destra. Vespa chiede conto delle inchieste sulla sanità pugliese, in cui sono coinvolti esponenti del Pd. D’Alema non lo perdona. Incrocia lo sguardo e lo fulmina con un sorriso che si fa obliquo: «Sei così preciso quando si tratta degli altri, sei così sommario quando si tratta di me. Ma io lo capisco e ti giustifico perché ho un debole per la passione politica, diciamo. Allora la si esibisca senza fingere di essere giornalisti». Infilzata la preda, volta repentinamente il capo verso gli altri relatori, il sorriso si apre compiaciuto, sia per la stoccata sia per i fischi del pubblico. Eppure basterebbe poco per compiacere D’Alema. Il quale sarebbe anche ben predisposto e si accontenterebbe di poco. Scrive Gramellini: «Adora il fruscio della carta, che lo fa sentire tanto più importante e colto di Veltroni. Ma come tutti i dittatori e gli innamorati, vorrebbe cambiare in meglio l’oggetto delle sue brame. Rendere i giornali meno futili e superficiali. Una sobria apertura a tutta pagina sul discorso di D’Alema. Un commento autorevole di trecento righe sul discorso di D’Alema. Un’analisi delle origini storiche e culturali che hanno ispirato il discorso di D’Alema. Un approfondimento meticoloso dei testi di legge citati nel suo discorso da D’Alema. Non è poi così difficile, in fondo».
In attesa dell’inchiostro dell’avvenire, si può cominciare con dosi omeopatiche. Come le interviste di D’Alema, ormai un format. Innanzitutto, lo spazio. Devono essere ampie, ariose, sconfinate: una pagina. Tema libero. Si spazia, eccome se si spazia. Apparato iconografico: l’ideale è il disegno del líder máximo seduto alla scrivania di legno pregiato, in prospettiva frontale, con una rotazione del corpo di quarantacinque gradi, schizzato in chiaroscuro, con tratti che la matita riesce a umanizzare ma non a scapito del senso di autorità. In subordine una fotografia istituzionale, ambientazione luccicante, inquadratura da statista, possibilmente solitario (o per lo meno in compagnia di leader stranieri) e immancabilmente pensoso, immerso nella fatica della profonda riflessione e della sottile strategia. Dettaglio reso da un ampio gesto della mano, chiusa a pugno per le asserzioni più audaci o aperta con dita ben distanziate per gli equilibri più avanzati. Testo: colonne tipografiche larghe, sia per conferire solennità all’evento sia per ridurre l’impatto visivo delle risposte, solitamente lunghe, verbose, infarcite di perifrasi («È del tutto evidente...»), anacoluti e avverbi pleonastici che «francamente» stenderebbero un monaco cistercense. C’è stato un tempo in cui i giornali si contendevano queste interviste, mettendosi in fila come all’ufficio postale e rammaricandosi se lasciati a lungo a bagnomaria. D’Alema usava con cura questo potere per manifestare il mancato gradimento della linea editoriale. L’embargo più lungo l’ha riservato al «Corriere della Sera» diretto da Paolo Mieli a partire dall’estate 2005, quella dei «furbetti del quartierino ». D’Alema chiuse i rubinetti verbali con il nemico di via Solferino. Trascorrevano settimane, mesi, anni e i feticisti del genere tenevano il conto. Mieli restituì la pariglia con gli interessi nel marzo 2006, omettendo, nello storico editoriale di endorsement per l’Unione prodiana, il nome di D’Alema nell’elenco di «personalità» di centrosinistra che giustificavano la scelta del sostegno elettorale: Prodi, Rutelli, Fassino, Pannella, Boselli, Bertinotti. Lui no. Il gelo si sciolse solo nel maggio 2007, quando sul «Corriere» ricomparve un’intervista politica a D’Alema. Peraltro una delle più significative degli ultimi anni, perché contenente un avvertimento – «È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il paese con sentimenti come quelli che negli anni Novanta segnarono la fine della Prima repubblica» – che non poteva non essere lanciato sulle pagine del giornale alfiere della campagna contro la «casta» dei politici con gli articoli e i libri di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Un altro rumoroso embargo risale al decennio precedente, quando il settimanale progressista «l’Espresso» si schiera contro l’appeasement tra D’Alema e Berlusconi sulle riforme della magistratura. Nell’ottobre 1996 il condirettore Giampaolo Pansa nella rubrica «Bestiario» conia la crasi «Dalemoni». Il neologismo si trasforma tre settimane dopo in una copertina, con il disegno di D’Alema davanti a uno specchio che ne riflette l’immagine di Berlusconi. Il fuoco amico irrita D’Alema, che si fa sentire con un’intervista su «la Repubblica», quotidiano dello stesso gruppo editoriale: «C’è chi non mi perdona di aver fatto vincere le elezioni. Sta a sinistra, ma la sua personale concezione del mondo e la sua fortuna sono legate alla sconfitta. Perciò non mi perdonerà mai». Del resto già nell’aprile 1996, dopo il successo dell’Ulivo, all’editore Carlo De Benedetti aveva detto: «Hai visto? Abbiamo vinto nonostante i tuoi giornali». L’embargo di D’Alema risultava doloroso per i giornali, perché le sue interviste diventavano eventi politici. L’impaginazione di riguardo preannunciava un sicuro effetto dirompente. I cronisti politici concorrenti «rosicavano», i politologi le vivisezionavano a caccia di nuovi orizzonti, distinguo, messaggi subliminali, gradazioni di toni rivelatrici di mutati atteggiamenti verso alleati e avversari. I curatori delle rassegne stampa si inebriavano. I politici le compulsavano voluttuosamente, facendo raffreddare il caffè. Fu in una di queste interviste, nell’ottobre 1995 a Valentino Parlato su «il manifesto», che D’Alema pronunciò una delle sue frasi più celebri: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola». Frase poi rinnegata: «Non ho mai detto che la Lega è una costola della sinistra, questa è una leggenda popolare» alimentata da «molte polemiche inutili da parte di chi non capì o, forse, non volle capire». Come stupirsi, del resto? «Purtroppo in Italia si parla spesso di cose che non si sono lette, non si sanno.» Due mesi dopo quell’intervista «male interpretata», D’Alema annunciava urbi et orbi attraverso «Prima Comunicazione» la clamorosa decisione di «parlare alla gente attraverso la televisione» rinunciando alle interviste sui giornali perché «nell’informazione stampa passi attraverso un mediatore che o non capisce il tuo messaggio o lo forza per i suoi interessi. Se parli con la stampa, sei sicuro di perderci». Ma silenzio non fu. A dispetto del proclama, l’archivio della Camera dei deputati negli ultimi quindici anni conta in media un’intervista ogni diciotto giorni. Domeniche, festività e vacanze comprese. Quello che è cambiato è il successo del format. Ora le interviste di D’Alema passano come i film di Totò nei palinsesti estivi delle televisioni. Non accendono dibattiti, se non tra incanutiti aficionados. Non fanno «rosicare» i giornali concorrenti. E annoiano persino i politici, che danno una fuggevole occhiata al titolo e poi voltano pagina sorseggiando il caffè.
 

(continua in libreria)

 

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