A- A+
Culture
La colonia abbandonata, la memoria cancellata

di Fabio Isman

L’ultimo in ordine di tempo è stato il governatore della Lombardia Roberto Maroni, in visita due anni fa: «Il luogo va salvato; la Regione deve, può, vuole intervenire per conservare la memoria; il problema non è trovare i soldi per acquistare la colonia, ma immaginare un progetto duraturo»; da allora, però, non è successo nulla. E un luogo straordinario del nostro paese, in parte per la qualità architettonica, ma assai più per quanto vi è avvenuto, si sta inesorabilmente perdendo, a causa dell’incuria pubblica. Si chiama Sciesopoli ed è a Selvino, prealpi bergamasche: una colonia fascista del 1933, diventata il luogo dove, nell’immediato dopoguerra (e sembra un’ironia della storia) sono stati ricondotti alla vita, potremmo dire, ottocento bambini ebrei di tutt’Europa, rimasti senza genitori, scampati ai lager e alla Shoah. Anche Gary Bertini, musicista, direttore dell’Opera di Tel Aviv per dieci anni, e brevemente del San Carlo di Napoli, fino alla morte nel 2005, settantottenne. Ma il luogo è dimenticato da tutti; tranne che dai sopravissuti, i quali, ormai cresciuti, vi tornano ogni anno, e da Marco Cavallarin, un insegnante milanese, studioso dell’ebraismo e del colonialismo italiano, che da lungo tempo si batte perché non muoia; con lui, un gruppo che si è costituito in Comitato promotore della salvezza della memoria di Sciesopoli. Allora raccontiamola, questa storia dell’Italia ignota, di un luogo che, come tanti altri, finora invano chiede soccorso.

La colonia è progettata da Paolo Vietti-Violi (1882-1956) che è stato architetto singolarmente importante: ha ideato oltre trenta ippodromi in mezzo mondo, tra cui San Siro a Milano, il Mirabello a Monza, le Capannelle a Roma, le Cascine a Firenze, Agnano a Napoli, l’Arcoveggio a Bologna. Nel capoluogo lombardo, anche il Palazzetto dello sport vicino alla Fiera e, a Genova, l’hotel Palace Columbia. Una lapide ricorda ancora i «soci perpetui» del luogo; al primo posto Mussolini, con un’elargizione di cinquemila lire, non poco per i tempi (altri versarono anche di più, ma vollero restare anonimi); si dice, anzi, che quella colonia l’avesse voluta il duce in persona, per i ragazzi delle “élite” milanesi. Né mancano, tra i contributori incisi nella pietra che ormai nessuno più guarda, «la Direzione e Personale della Scala» e Beniamino Gigli. Sulla facciata, un balcone rotondo; potrebbe essere sul lungomare di Rimini, o di qualsiasi altra città. Quattro piani squadrati; scalinata a tenaglia; i pennoni per le bandiere. Diciassettemila metri quadrati di parco; piscina coperta, dormitori da sessanta e anche novanta letti, refettori, un cinema. Un edificio centrale e cinque padiglioni, con nomi come Dux o Arnaldo (Mussolini, il fratello, morto nel 1931).

La “piccola città” viene intitolata a un eroe del Risorgimento: Amatore Sciesa, per errore, allora, ribattezzato Antonio. A scuola, lo abbiamo conosciuto tutti: condannato a morte, lo fanno passare sotto casa, mentre provano a fargli svelare dei nomi in cambio della salvezza; ma lui non cede e replica «tiremm innanz», andiamo avanti, in milanese, passiamo oltre. Sciesopoli nasce così, e prospera; a gestirla è una fondazione che reca il nome anche di due caduti fascisti morti nel 1922 in un assalto squadrista alla sede dell’“Avanti” a Milano. Chissà in quanti vi hanno svolto gli esercizi ginnici mattutini, o quelli dei “sabati fascisti”.
Caduto il regime, diventa il primo approdo per ottocento bambini rimasti soli e sfuggiti allo sterminio. Arrivano in un’altra colonia della zona a partire dal maggio del 1945, quando cominciano a essere troppi si cerca una nuova sede. La vicenda non è molto nota. Alcuni mesi dopo la guerra, per trovare una casa a quei ragazzi due persone vanno dal sindaco di Milano (il Comune era divenuto proprietario del complesso di Sciesopoli) per avere aiuto. Viene incaricato Luigi Gorini, noto chimico, delegato dal Cnl, la giunta partigiana del Nord, a occuparsi dei beni requisiti. I due sono Raffaele Cantoni, che a Milano dirigeva la comunità ebraica («ebreo anticonformista» lo diceva Sergio Minerbi: era stato anche un “fiumano” con D’Annunzio; deportato nel 1943, sfuggì ad Auschwitz lanciandosi dal treno in corsa), e Moshé Zeiri, che faceva parte della compagnia del genio “Solel Boneh” nell’esercito inglese. Gorini, che da docente si era rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, concede loro il luogo; e Zeiri ne diventa il direttore.

Così ottocento ragazzi ricominciano a vivere. Imparano l’ebraico, e provano di nuovo a sorridere. Tra loro parlano in yiddish (ma Zeiri pretendeva che parlassero ebraico). Nel refettorio domina una grande scritta in ebraico sulla parete: «I giovani sono il futuro del nostro popolo»; loro, quel futuro in cui avevano disperato, incominciano a guadagnarselo di nuovo. Tutti senza parenti: papà e mamma sono un ricordo, un rimpianto infinito; la Shoah è negli occhi e nella mente. A fatica escono da un tunnel terribile, e risorgono per davvero. Angela Camozzi, una maestra del tempo, così ne ricorda i primi passi nella vita ritrovata: «Erano magrissimi. Molti avevano visto i genitori entrare nelle camere a gas. Me lo raccontavano in un linguaggio di gesti e qualche parola italiana, spesso piangendo in modo disperato. Mentre giocavano a calcio, o al cinema guardavano una comica di Stanlio e Ollio, qualcuno, all’improvviso, scoppiava a piangere».
Con il tempo, se ne organizza la partenza. Il viaggio clandestino verso Israele, che ancora nemmeno esisteva come tale: la Terra promessa, secoli dopo l’esodo di Mosè. «I primi vengono imbarcati a Genova già a fine 1945», spiega Cavallarin. Mussolini avrebbe mai immaginato che la “sua” colonia sarebbe divenuta, perfetto contrappasso dantesco, un ricovero per gli orfani ebrei sfuggiti allo sterminio? Non fosse che per questo, la si dovrebbe salvare; magari, farne un piccolo Yad Vashem italiano, un memoriale della Shoah imparentato con quello famoso di Gerusalemme. O qualcosa d’altro, magari legato sempre ai conflitti, e a chi ne è sfuggito, che è ormai la “cifra” di Sciesopoli. Era, dice un documento, il più grande orfanotrofio in Italia, e uno dei maggiori in Europa.

Invece no: l’abbandono. Il parco incolto, i muri scrostati, i vetri in frantumi. Si fa fatica perfino a leggerne il nome sulla facciata. Oltre a tutto, spazio e strutture sono sprecati. Il deserto fisico rischia di trasformarsi in quello della memoria. I soli che si ricordano del luogo sono quanti vi hanno ricominciato a vivere. Nel 1983, qui sono arrivati in sessantasei. E da allora ogni anno dei gruppi vi ritornano. Nel 1996, il Comune di Selvino, in cui si trova Sciesopoli, si è gemellato con il kibbutz Tzeelim, fondato in Israele da alcuni di quei bambini, ormai divenuti padri e nonni. Hanno anche scritto un libro, finanziato tra gli altri da una sopravvissuta che ora vive a Boston e pubblicato in Israele; raccoglie storie di peripezie che si stenta perfino a credere vere.
Dopo il 1948, il luogo è stato una colonia estiva per trent’anni; poi rifugio per vietnamiti immigrati; per due anni si è votato ai soggiorni per la terza età. Ma dal 1985 anche queste parentesi di vita sono cessate: più nulla. Da qualche tempo, una società immobiliare di Vallo della Lucania – che aveva comprato edificio e parco a un’asta del Comune di Milano nel 1991 – cerca perfino di vendere l’area; ci sta ancora provando.
Pericolante l’edificio, tutto razziato, tranne la lapide con Mussolini nella prima riga. Il futuro, del luogo e della memoria, è quanto mai incerto. Vi sembra giusto?

Tags:
la colonia abbandonatala memoria cancellata
in evidenza
Paola Ferrari in gol, sulla barca "Niente filtri". Che bomba, foto

Sport

Paola Ferrari in gol, sulla barca
"Niente filtri". Che bomba, foto

i più visti
in vetrina
SPID, tutto ciò che c'è da sapere sull'utile e innovativo sistema informatico

SPID, tutto ciò che c'è da sapere sull'utile e innovativo sistema informatico


casa, immobiliare
motori
Jeep, RAM e FIAT insieme a (RED) per combattere AIDS e COVID-19

Jeep, RAM e FIAT insieme a (RED) per combattere AIDS e COVID-19


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.