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Culture
La cultura durante la dittatura fascista
La Cultura durante la Dittatura Fascista è il titolo del convegno organizzato il 11 maggio 2017 ore 9,00 presso il Liceo Scientifico "G. Berto " di Vibo Valentia città natale di Luigi Razza ministro dei lavori pubblici del Governo Mussolini, evento organizzato per gli studenti ma aperto a tutti  dal Rotaract Vibo con la partecipazione della prof.ssa Alessandra Tarquini, docente di Storia Contemporanea all'Università Sapienza di Roma e autrice di successo, Studiosa di cultura e politica italiana del Novecento, allieva di Renzo De Felice,insegna attualmente Storia contemporanea all'Università La Sapienza di Roma, ha curato numerosi saggi in riviste e miscellanee nonché l'edizione del carteggio CROCE-TILGHER (Il Mulino 2004) e del carteggio GENTILE-PREZZOLINI (Edizioni di Storia e Letteratura, 2006).
Ha inoltre pubblicato alcune monografie di successo tra cui:
- " IL GENTILE DEI FASCISTI"  (Ediz. Il Mulino) che ha vinto il premio «Maria Corti» dell’università di Pavia;
- "STORIA DELLA CULTURA FASCISTA" (Ediz. Il Mulino ,2011 - 2016);
 
È esistita una cultura fascista e sono esistiti soprattutto gli intellettuali fascisti. Questo lo si è sempre saputo. Ma era difficile affermarlo, poiché bisognava dover fare i conti con una «vulgata» solida, potente, annaffiata quotidianamente sui giornali e sulle riviste scientifiche e militanti, nelle case editrici, nelle aule universitarie. A tenere in mano l’innaffiatoio erano studiosi autorevoli come Norberto Bobbio e Eugenio Garin, solo per citare gli esempi migliori, sempre protetti dalla politica culturale del Partito Comunista. E proprio da questa «vulgata» parte la ricostruzione di Alessandra Tarquini, dal dibattito storiografico. Sono stati gli storici a determinare la fortuna del «paradigma» dell’inesistenza culturale del fascismo ! -Mancava nel mercato editoriale e tra gli intellettuali un’agile ricostruzione della cultura fascista, capace di sgombrare il campo da problematiche e incomprensioni vecchie e nuove, e fissare saldi riferimenti. Mancava, appunto, perché il vuoto è stato colmato dal saggio di una studiosa di valore e scrittura chiara, Alessandra Tarquini “Storia della cultura fascista” (il Mulino, p. 239, 18 euro). Alessandra Tarquini aveva giù esplorato la materia con uno studio equilibrato e molto ben documentato dedicato al ruolo (e soprattutto all’ostilità messa in campo contro di lui da varie forze) del filosofo del fascismo Giovanni Gentile (“Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista”, il Mulino, 2009). Alessandra Tarquini scrive: «i politici, gli intellettuali e gli artisti, i giovani e i non giovani, sono stati fascisti nonostante le differenze delle biografie, dei percorsi intellettuali e delle discipline di cui si sono occupati. Ciò che accomunò gli uomini, le istituzioni e le idee dell’Italia fascista fu allora più importante di ciò che li divise e quindi determinò la loro identità politica e culturale. 
 
Questo non significa che nel regime totalitario non vi furono scontri fra correnti e gruppi antagonisti, né che la cultura espressa dal fascismo fu un monolite identico a se stesso. Significa invece prendere sul serio le scelte di chi si impegnò dal 1922 al 1943 per esprimere una nuova cultura e non volle vivere in modo diverso. Significa leggere le opere e ricostruire le azioni di quei fascisti che fornirono al regime totalitario il loro contributo e il loro talento cercando uno spazio e un ruolo nel fascismo, convinti di partecipare ad una grande opera di costruzione della storia».-- Nell'ambito degli studi sul fascismo, il tema della cultura è stato certamente uno dei più studiati e dibattuti, ma anche quello che più si è prestato a distorsioni fattuali e a forzature interpretative derivanti dal suo "uso pubblico". In effetti, fino alla metà degli anni settanta gli storici hanno negato che il fascismo fosse stato in grado di elaborare una cultura e un'ideologia autonome e originali. 
 
Il corollario di questa tesi era che il mondo della cultura fosse rimasto lontano dal fascismo e avesse continuato a scrivere e a pensare come se il fascismo non fosse esistito, adattandosi superficialmente alle imposizioni del regime e limitandosi, al più, ad alcune concessioni alle convenzioni retoriche allora dominanti. La "scoperta" che il regime si era basato sul consenso degli italiani e il tramonto del "paradigma antifascista" hanno comportato la necessità di ritornare a studiare la cultura del fascismo per tentare di comprendere le ragioni per le quali milioni di italiani, di ogni età e di ogni condizione sociale, avevano creduto nei suoi valori e si erano identificati nei suoi miti. Perciò, nel trentennio successivo, gli storici hanno completamente capovolto il precedente giudizio, sottolineando la centralità del problema rappresentato dalla cultura per comprendere il fascismo. In questa nuova fase, è stata prodotta una quantità di studi che, da un lato, hanno evidenziato il coinvolgimento degli intellettuali nella definizione e nell'attuazione del progetto di pedagogia di massa del regime. Dall'altro, sulla scia dei cultural studies, hanno studiato l'estetica del fascismo non solo attraverso la sua produzione artistica, ma anche esaminando le feste, le manifestazioni di massa, le esposizioni, ecc. 
 
Tuttavia, come nel periodo precedente si era giunti alla conclusione che il fascismo non aveva avuto una propria cultura, perché al suo interno ne erano esistite troppe e troppo dissimili tra loro, l'approccio "culturalista", insistendo sul "pluralismo estetico" del regime e, dunque, sulla mancanza di un'arte di stato, ha sostenuto il carattere non totalitario o imperfettamente totalitario del fascismo. Nel quadro di una produzione storiografica fin troppo abbondante e caratterizzata dal sovrapporsi di interpretazioni diverse e contraddittorie, un lavoro di sintesi come quello di Tarquini è non solo utile, ma anche necessario. Dopo avere tratteggiato, in un capitolo introduttivo, lo stato della ricerca, l'autrice, selezionando con piglio sicuro i temi e i problemi, guida il lettore attraverso la storia della cultura fascista, letta come risultante dell'intrecciarsi di tre piani di analisi: quello della politica culturale del regime, quello delle espressioni del sapere e quello dell'ideologia. Da questo punto di vista, appare decisiva la lezione metodologica e interpretativa di Emilio Gentile che, in solitudine, fin dalla metà degli anni settanta, aveva chiaramente indicato che per intendere l'ideologia del fascismo e, dunque, la natura del regime, occorresse tenere unite la dimensione organizzativa, la dimensione istituzionale e la dimensione ideologico-culturale. 
 
In effetti, scorrendo le pagine del volume si trova la conferma che per afferrare la cultura fascista, che può sembrare un oggetto indefinibile e sfuggente nella cacofonia di voci che animarono il dibattito del tempo, contino di più, in qualche caso, la pratica dello squadrismo, l'azione pedagogica della Gioventù italiana del littorio (1927-1943), o la politica culturale del Sindacato fascista di belle arti della moltitudine di teorie elaborate dai vari intellettuali che ambivano a ricoprire il ruolo di interpreti ufficiali della dottrina fascista. Dal lavoro emerge in maniera netta che il fascismo ebbe una propria cultura, intesa come produzione estetica, simbolica e ideologica, e che questa cultura fu moderna e totalitaria, in quanto, nella tensione a creare l'"uomo nuovo", aveva la funzione di ridefinire in maniera originale i rapporti tra individuo e stato, celebrando il primato del collettivo, la funzione rivoluzionaria del partito, la sacralizzazione della politica e la politicizzazione integrale dell'esistenza individuale. Questo obiettivo, confusamente percepito da una minoranza negli anni venti, guadagnò terreno negli anni trenta e costituì infine, nei primi anni quaranta, in virtù dell'azione di Bottai e della componente intellettuale giovanile, l'elemento unificante delle diverse tendenze che pure continuavano a convivere nel fascismo. Una simile conclusione testimonia che il progetto totalitario del regime trovò concreta attuazione anche attraverso la politica culturale e che, di conseguenza, i miti e i valori del fascismo ebbero una reale diffusione, almeno fino alla vigilia del conflitto, in settori rilevanti non solo delle élite intellettuali, ma anche del ceto medio borghese e delle masse popolari.
 
Si svilupperanno questi importanti argomenti dopo l'introduzione del presidente Rotaract Dott. Amedeo Carchedi e gli interventi dell'Assessore alla Cultura di Vibo Avv Raimondo Bellantoni e il Presidente del Rotary Club Francescantoni Stillitani e l'Avv. Alessandro Colacchio responsabile eventi culturali.
 
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