“Il potere è diventato molto più effimero. Ci sono meno scudi…”, sostiene Naim, che cita, tra gli altri, anche il caso italiano dell’avanzata del movimento di Beppe Grillo. E che parla anche della crescita di Cina, India e Brasile
Sapelli non la pensa come l’ex ministro dell’Industria e del Commercio del Venezuela: “Se il potete fosse davvero ‘diffuso’ come argomenta Naim, allora non esisterebbe più…”. E sul potere in Italia: “La divisione nel centro-destra tra falchi e colombe? Solo un gioco delle parti…”. E ancora, dopo aver criticato Renzi: “Il vero padrone del Pd? E’ De Benedetti, con Repubblica, un vero ‘giornale-partito’…”
Moisés Naím, membro del Carnegie Endowment for International Peace, per oltre un decennio direttore di “Foreign Policy”, oltre che ex ministro dell’Industria e del Commercio del Venezuela ed ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, nei giorni scorsi è stato a Milano per presentare il suo ultimo saggio, dal titolo “La fine del potere”, pubblicato da Mondadori.
In particolare, il 19 novembre è stato ospite della Fondazione Eni Enrico Mattei, e ne ha discusso con con l’autore Gianni Di Giovanni e Carlo Rossella.
Nell’occasione, il direttore di Affaritaliani.it l’ha intervistato. E ha parlato anche Giulio Sapelli, professore ordinario di storia economica all’università statale di Milano ed indipendent director della fondazione Mattei.

IL SAGGIO – Sappiamo che il potere si sta spostando: da Ovest a Est e da Nord a Sud, dai palazzi presidenziali alle piazze e al cyberspazio, dai formidabili colossi industriali alle agili start-up e, in modo lento ma inesorabile, dagli uomini alle donne. Chi oggi si trova in posizioni di potere è più vincolato, ha meno margini operativi e rischia di perdere il posto come mai prima d’ora. Il potere sta diventando più debole ed effimero: è divenuto più facile da conquistare, ma più difficile da esercitare e più semplice da perdere. Ne La fine del potere, Moisés Naím illustra la lotta tra i grandi protagonisti un tempo dominanti e i nuovi micropoteri che li sfidano in ogni ambito dell’azione umana. Una contrapposizione, quella tra micropoteri ed establishment, che può sfociare nel rovesciamento dei tiranni o nell’eliminazione dei monopoli, ma anche condurre al caos e alla paralisi. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, nell’ambito degli affari come in quello della religione, dell’istruzione o della famiglia, in pace come in guerra: nel 1977, ottantanove paesi erano governati da autocrati, mentre oggi oltre la metà della popolazione mondiale vive in regimi democratici; nella seconda metà del 2010, i primi dieci fondi speculativi del mondo hanno registrato profitti superiori a quelli complessivi delle sei banche più importanti; gli amministratori delegati sono sottoposti a maggiori vincoli e rimangono in carica per un periodo più breve rispetto ai loro predecessori; i moderni strumenti di guerra sono più economici e accessibili, tanto che gruppi come Hezbollah possono permettersi di acquistare droni. Chi detiene il potere lo conserva erigendo imponenti barriere, ma oggi le forze rivali smantellano quelle barriere più rapidamente e facilmente che mai. Per poi scoprire, una volta conquistato il comando, la loro stessa vulnerabilità.

