LA TRAMA - Un piccolo aereo da turismo si leva in volo per attraversare le Alpi. Dentro ci sono due persone: un giovane uomo, muto, alla cloche e una ragazza incantata che guarda al di là del vetro. Lei, bellissima, a terra lascia la famiglia e il padre, famoso chirurgo, improvvisamente arrestato. Lui, giocatore di poker professionista, non parla ma si fa capire mostrando una collezione di immagini che ha fatto plastificare, come un mazzo di carte. È lui, Remì, ad aver cercato lei, Ione, per portarla con sé in cielo. Quel volo è una sfida che Remì ha lanciato a se stesso e alla sua giovane compagna: la posta in gioco è quella di una comunicazione profonda, che "buchi" il silenzio in cui lui è rinchiuso e il vuoto lussuoso nel quale lei vive sospesa. Da quando l'ha conosciuta, anni prima, nel palazzo dove entrambi abitavano a Milano, Remì ha desiderato Ione con l'intensità con cui si desidera il proprio opposto. La vita di Remì è la geometria esatta del poker, sono le lunghe notti insonni, è la certezza di aver costruito una barriera contro qualsiasi intrusione esterna. Ione è viziata, fragile, chiassosa: ma non ha mai smesso di sperare che il bene venga da fuori, che qualcuno sappia toccarla senza farle male. Il volo di Remì e Ione è un viaggio ad altissima tensione, un gioco di seduzione - iniziato con un raffinato mind game virtuale - che porterà a un cambiamento radicale, capace di riflettersi sull'intero orizzonte circostante: intanto, sotto il piccolo aereo, la crosta terrestre è pronta a tremare in uno dei più grandi terremoti della storia...

 

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L’amore alla fine del mondo.

L’orma del realismo ne La produzione di meraviglia di Gianluigi Ricuperati

 

 di Raffaello Palumbo Mosca*

Cominciamo dalla fine. C’è un giovane uomo, Remì - è un giocatore di poker professionista, è muto dalla nascita e comunica col mondo esterno, con «gli altri», grazie a delle immagini plastificate come un mazzo di carte; c’è una ragazza, Ione, che ha «gli occhi di una principessa egizia», parla velocissimo e forse un po’ a vanvera, «come un fatto clamoroso» e vive i libri come «emozioni pure» che la trafiggono, anche se talvolta - per proteggersi, forse - li dimentica, o crede di dimenticarli. Ma questo, per ora, non ha importanza. Ciò che ha importanza, invece, è che Ione e Remì sono insieme, sono appena scesi dal piccolo aereo da turismo di Remì; camminano sulla pista di atterraggio - o quello che rimane della pista di atterraggio - dell’aeroporto di Ginevra. Il mondo davanti a loro è un mondo imploso, sconquassato da una scossa tellurica di potenza terribile. Lontano si alzano «colonne di fumo grigie e bianche»; vicino - sotto ai loro piedi - è un misto di liquami e asfalto; intorno: alberi cose colli divelti e in fiamme, quadrati di verde, pecore stramazzate. La visione-profezia che Ricuperati propone in Litosfera, l’ultima parte della Produzione di meraviglia, è un’immagine potentissima, quasi apocalittica, e di rara intensità. Si potrebbe pensare al Leopardi gnostico, quello del Cantico del gallo silvestre: «così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Ma è la suggestione di un momento, dovuta all’improvvisa vertigine metafisica; in realtà, l’immagine che Ricuperati ci consegna è molto diversa da quella leopardiana, non foss’altro che per il punto di vista, che qui è sempre dell’uomo e per l’uomo. Walter Siti ha parlato di «realismo gnostico» come «realtà frugata per rivelarne la mancanza, l’inadeguatezza ad una luce superiore», ed è forse proprio questa la definizione che più ci avvicina alla tensione del testo di Ricuperati; tale tensione, che è la consapevolezza della frattura tra banalità del quotidiano e significato profondo delle nostre azioni, percorre tutto il romanzo, ma esplode con potenza inaudita nella desolata scena finale, dove i lamenti dei sopravvissuti dicono il tragico disaccordo tra evento e senso; Ione e Remì camminano in una landa desolata dolorosamente percependo - uso ancora le parole di Siti - «l’orma vuota di Dio». 

Se il terremoto, questa «improvvisa, intollerabile apertura di fauci dell’animale Terra» rende evidente la nostra fragilità e, forse, anche la nostra irrilevanza, esso non è però l’ultima parola. Lo sguardo di Ricuperati è dapprima disincantato, a tratti potrebbe persino apparire duro: «nessuno durante il terremoto stava coincidendo con se stesso, o quasi, perché il terremoto si incunea nel silenzio delle azioni comuni, e le azioni comuni portano le persone a discostarsi da ciò che dovrebbero tenere sempre vicino, presente, qualcosa che assomiglia a sé». Eppure è proprio in questo disincanto, in questa attenzione per le azioni e cose comuni, per le cene preparate e per i colletti di camicie «lisi e ormai poco dignitosi», che l’autore sa ritrovare il filo della nostra umanità per raccontarla con un «di più» di pietas che incanta. Mentre «il sole, imperturbato, comincia la sua discesa a oriente», lacrime e «urla di spavento, urla traumatiche, urla di lamento, urla postraumatiche» sono l’umano controcanto ai tristi «muggiti» della terra, alle sue scosse di assestamento. Il cammino di Remì e Ione in questa parte di mondo ridotta a Natura (a caos, o ad un ordine estraneo e incomprensibile alla vita umana) è anche il culmine di un percorso di conoscenza e avvicinamento: Ione e Remì forse per la prima volta davvero si vedono e si incontrano; per la prima volta i loro corpi si toccano. Non è, questo, uno slittamento verso il romance, ma qualcosa di diverso e decisivo: attraverso il corpo - attraverso la sua fragilità ma anche la sua ricettività - Ricuperati costruisce, e ci fa intuire, un senso possibile; nel resistere insieme dei due protagonisti ci mostra il momento in cui, finalmente, è possibile coincidere con se stessi. E coincidere con sé, il testo sembra suggerire, è sempre e necessariamente anche un uscire da sé verso l’altro.

(...)

*Raffaello Palumbo Mosca ha conseguito un Ph.D. in letteratura italiana presso la University of Chicago e un dottorato di ricerca presso l’Università degli studi di Torino. Attualmente è ricercatore di letteratura italiana presso la University of Kent. Ha pubblicato saggi in Italia, in Francia e negli Stati Uniti su, tra gli altri, Gadda, Manganelli, Saviano, Franchini, e il rapporto tra letteratura e etica. Ha curato, con Joel Calahan, una antologia della letteratura italiana contemporanea per la rivista Chicago Review. La sua prima monografia L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico contemporaneo uscirà per Gaffi nel 2013.

 

IL COMMENTO DI RICUPERATI ALL'ANALISI CRITICA DI PALUMBO MOSCA:

GianluigiRicuperati

 

LA TRAMA - Un piccolo aereo da turismo si leva in volo per attraversare le Alpi. Dentro ci sono due persone: un giovane uomo, muto, alla cloche e una ragazza incantata che guarda al di là del vetro. Lei, bellissima, a terra lascia la famiglia e il padre, famoso chirurgo, improvvisamente arrestato. Lui, giocatore di poker professionista, non parla ma si fa capire mostrando una collezione di immagini che ha fatto plastificare, come un mazzo di carte. È lui, Remì, ad aver cercato lei, Ione, per portarla con sé in cielo. Quel volo è una sfida che Remì ha lanciato a se stesso e alla sua giovane compagna: la posta in gioco è quella di una comunicazione profonda, che "buchi" il silenzio in cui lui è rinchiuso e il vuoto lussuoso nel quale lei vive sospesa. Da quando l'ha conosciuta, anni prima, nel palazzo dove entrambi abitavano a Milano, Remì ha desiderato Ione con l'intensità con cui si desidera il proprio opposto. La vita di Remì è la geometria esatta del poker, sono le lunghe notti insonni, è la certezza di aver costruito una barriera contro qualsiasi intrusione esterna. Ione è viziata, fragile, chiassosa: ma non ha mai smesso di sperare che il bene venga da fuori, che qualcuno sappia toccarla senza farle male. Il volo di Remì e Ione è un viaggio ad altissima tensione, un gioco di seduzione - iniziato con un raffinato mind game virtuale - che porterà a un cambiamento radicale, capace di riflettersi sull'intero orizzonte circostante: intanto, sotto il piccolo aereo, la crosta terrestre è pronta a tremare in uno dei più grandi terremoti della storia...

 

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L’amore alla fine del mondo.

L’orma del realismo ne La produzione di meraviglia di Gianluigi Ricuperati

 

 di Raffaello Palumbo Mosca*

Cominciamo dalla fine. C’è un giovane uomo, Remì - è un giocatore di poker professionista, è muto dalla nascita e comunica col mondo esterno, con «gli altri», grazie a delle immagini plastificate come un mazzo di carte; c’è una ragazza, Ione, che ha «gli occhi di una principessa egizia», parla velocissimo e forse un po’ a vanvera, «come un fatto clamoroso» e vive i libri come «emozioni pure» che la trafiggono, anche se talvolta - per proteggersi, forse - li dimentica, o crede di dimenticarli. Ma questo, per ora, non ha importanza. Ciò che ha importanza, invece, è che Ione e Remì sono insieme, sono appena scesi dal piccolo aereo da turismo di Remì; camminano sulla pista di atterraggio - o quello che rimane della pista di atterraggio - dell’aeroporto di Ginevra. Il mondo davanti a loro è un mondo imploso, sconquassato da una scossa tellurica di potenza terribile. Lontano si alzano «colonne di fumo grigie e bianche»; vicino - sotto ai loro piedi - è un misto di liquami e asfalto; intorno: alberi cose colli divelti e in fiamme, quadrati di verde, pecore stramazzate. La visione-profezia che Ricuperati propone in Litosfera, l’ultima parte della Produzione di meraviglia, è un’immagine potentissima, quasi apocalittica, e di rara intensità. Si potrebbe pensare al Leopardi gnostico, quello del Cantico del gallo silvestre: «così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Ma è la suggestione di un momento, dovuta all’improvvisa vertigine metafisica; in realtà, l’immagine che Ricuperati ci consegna è molto diversa da quella leopardiana, non foss’altro che per il punto di vista, che qui è sempre dell’uomo e per l’uomo. Walter Siti ha parlato di «realismo gnostico» come «realtà frugata per rivelarne la mancanza, l’inadeguatezza ad una luce superiore», ed è forse proprio questa la definizione che più ci avvicina alla tensione del testo di Ricuperati; tale tensione, che è la consapevolezza della frattura tra banalità del quotidiano e significato profondo delle nostre azioni, percorre tutto il romanzo, ma esplode con potenza inaudita nella desolata scena finale, dove i lamenti dei sopravvissuti dicono il tragico disaccordo tra evento e senso; Ione e Remì camminano in una landa desolata dolorosamente percependo - uso ancora le parole di Siti - «l’orma vuota di Dio». 

Se il terremoto, questa «improvvisa, intollerabile apertura di fauci dell’animale Terra» rende evidente la nostra fragilità e, forse, anche la nostra irrilevanza, esso non è però l’ultima parola. Lo sguardo di Ricuperati è dapprima disincantato, a tratti potrebbe persino apparire duro: «nessuno durante il terremoto stava coincidendo con se stesso, o quasi, perché il terremoto si incunea nel silenzio delle azioni comuni, e le azioni comuni portano le persone a discostarsi da ciò che dovrebbero tenere sempre vicino, presente, qualcosa che assomiglia a sé». Eppure è proprio in questo disincanto, in questa attenzione per le azioni e cose comuni, per le cene preparate e per i colletti di camicie «lisi e ormai poco dignitosi», che l’autore sa ritrovare il filo della nostra umanità per raccontarla con un «di più» di pietas che incanta. Mentre «il sole, imperturbato, comincia la sua discesa a oriente», lacrime e «urla di spavento, urla traumatiche, urla di lamento, urla postraumatiche» sono l’umano controcanto ai tristi «muggiti» della terra, alle sue scosse di assestamento. Il cammino di Remì e Ione in questa parte di mondo ridotta a Natura (a caos, o ad un ordine estraneo e incomprensibile alla vita umana) è anche il culmine di un percorso di conoscenza e avvicinamento: Ione e Remì forse per la prima volta davvero si vedono e si incontrano; per la prima volta i loro corpi si toccano. Non è, questo, uno slittamento verso il romance, ma qualcosa di diverso e decisivo: attraverso il corpo - attraverso la sua fragilità ma anche la sua ricettività - Ricuperati costruisce, e ci fa intuire, un senso possibile; nel resistere insieme dei due protagonisti ci mostra il momento in cui, finalmente, è possibile coincidere con se stessi. E coincidere con sé, il testo sembra suggerire, è sempre e necessariamente anche un uscire da sé verso l’altro.

(...)

*Raffaello Palumbo Mosca ha conseguito un Ph.D. in letteratura italiana presso la University of Chicago e un dottorato di ricerca presso l’Università degli studi di Torino. Attualmente è ricercatore di letteratura italiana presso la University of Kent. Ha pubblicato saggi in Italia, in Francia e negli Stati Uniti su, tra gli altri, Gadda, Manganelli, Saviano, Franchini, e il rapporto tra letteratura e etica. Ha curato, con Joel Calahan, una antologia della letteratura italiana contemporanea per la rivista Chicago Review. La sua prima monografia L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico contemporaneo uscirà per Gaffi nel 2013.

 

IL COMMENTO DI RICUPERATI ALL'ANALISI CRITICA DI PALUMBO MOSCA:

GianluigiRicuperati

 

LA TRAMA - Un piccolo aereo da turismo si leva in volo per attraversare le Alpi. Dentro ci sono due persone: un giovane uomo, muto, alla cloche e una ragazza incantata che guarda al di là del vetro. Lei, bellissima, a terra lascia la famiglia e il padre, famoso chirurgo, improvvisamente arrestato. Lui, giocatore di poker professionista, non parla ma si fa capire mostrando una collezione di immagini che ha fatto plastificare, come un mazzo di carte. È lui, Remì, ad aver cercato lei, Ione, per portarla con sé in cielo. Quel volo è una sfida che Remì ha lanciato a se stesso e alla sua giovane compagna: la posta in gioco è quella di una comunicazione profonda, che "buchi" il silenzio in cui lui è rinchiuso e il vuoto lussuoso nel quale lei vive sospesa. Da quando l'ha conosciuta, anni prima, nel palazzo dove entrambi abitavano a Milano, Remì ha desiderato Ione con l'intensità con cui si desidera il proprio opposto. La vita di Remì è la geometria esatta del poker, sono le lunghe notti insonni, è la certezza di aver costruito una barriera contro qualsiasi intrusione esterna. Ione è viziata, fragile, chiassosa: ma non ha mai smesso di sperare che il bene venga da fuori, che qualcuno sappia toccarla senza farle male. Il volo di Remì e Ione è un viaggio ad altissima tensione, un gioco di seduzione - iniziato con un raffinato mind game virtuale - che porterà a un cambiamento radicale, capace di riflettersi sull'intero orizzonte circostante: intanto, sotto il piccolo aereo, la crosta terrestre è pronta a tremare in uno dei più grandi terremoti della storia...

 

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L’amore alla fine del mondo.

L’orma del realismo ne La produzione di meraviglia di Gianluigi Ricuperati

 

 di Raffaello Palumbo Mosca*

Cominciamo dalla fine. C’è un giovane uomo, Remì - è un giocatore di poker professionista, è muto dalla nascita e comunica col mondo esterno, con «gli altri», grazie a delle immagini plastificate come un mazzo di carte; c’è una ragazza, Ione, che ha «gli occhi di una principessa egizia», parla velocissimo e forse un po’ a vanvera, «come un fatto clamoroso» e vive i libri come «emozioni pure» che la trafiggono, anche se talvolta - per proteggersi, forse - li dimentica, o crede di dimenticarli. Ma questo, per ora, non ha importanza. Ciò che ha importanza, invece, è che Ione e Remì sono insieme, sono appena scesi dal piccolo aereo da turismo di Remì; camminano sulla pista di atterraggio - o quello che rimane della pista di atterraggio - dell’aeroporto di Ginevra. Il mondo davanti a loro è un mondo imploso, sconquassato da una scossa tellurica di potenza terribile. Lontano si alzano «colonne di fumo grigie e bianche»; vicino - sotto ai loro piedi - è un misto di liquami e asfalto; intorno: alberi cose colli divelti e in fiamme, quadrati di verde, pecore stramazzate. La visione-profezia che Ricuperati propone in Litosfera, l’ultima parte della Produzione di meraviglia, è un’immagine potentissima, quasi apocalittica, e di rara intensità. Si potrebbe pensare al Leopardi gnostico, quello del Cantico del gallo silvestre: «così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Ma è la suggestione di un momento, dovuta all’improvvisa vertigine metafisica; in realtà, l’immagine che Ricuperati ci consegna è molto diversa da quella leopardiana, non foss’altro che per il punto di vista, che qui è sempre dell’uomo e per l’uomo. Walter Siti ha parlato di «realismo gnostico» come «realtà frugata per rivelarne la mancanza, l’inadeguatezza ad una luce superiore», ed è forse proprio questa la definizione che più ci avvicina alla tensione del testo di Ricuperati; tale tensione, che è la consapevolezza della frattura tra banalità del quotidiano e significato profondo delle nostre azioni, percorre tutto il romanzo, ma esplode con potenza inaudita nella desolata scena finale, dove i lamenti dei sopravvissuti dicono il tragico disaccordo tra evento e senso; Ione e Remì camminano in una landa desolata dolorosamente percependo - uso ancora le parole di Siti - «l’orma vuota di Dio». 

Se il terremoto, questa «improvvisa, intollerabile apertura di fauci dell’animale Terra» rende evidente la nostra fragilità e, forse, anche la nostra irrilevanza, esso non è però l’ultima parola. Lo sguardo di Ricuperati è dapprima disincantato, a tratti potrebbe persino apparire duro: «nessuno durante il terremoto stava coincidendo con se stesso, o quasi, perché il terremoto si incunea nel silenzio delle azioni comuni, e le azioni comuni portano le persone a discostarsi da ciò che dovrebbero tenere sempre vicino, presente, qualcosa che assomiglia a sé». Eppure è proprio in questo disincanto, in questa attenzione per le azioni e cose comuni, per le cene preparate e per i colletti di camicie «lisi e ormai poco dignitosi», che l’autore sa ritrovare il filo della nostra umanità per raccontarla con un «di più» di pietas che incanta. Mentre «il sole, imperturbato, comincia la sua discesa a oriente», lacrime e «urla di spavento, urla traumatiche, urla di lamento, urla postraumatiche» sono l’umano controcanto ai tristi «muggiti» della terra, alle sue scosse di assestamento. Il cammino di Remì e Ione in questa parte di mondo ridotta a Natura (a caos, o ad un ordine estraneo e incomprensibile alla vita umana) è anche il culmine di un percorso di conoscenza e avvicinamento: Ione e Remì forse per la prima volta davvero si vedono e si incontrano; per la prima volta i loro corpi si toccano. Non è, questo, uno slittamento verso il romance, ma qualcosa di diverso e decisivo: attraverso il corpo - attraverso la sua fragilità ma anche la sua ricettività - Ricuperati costruisce, e ci fa intuire, un senso possibile; nel resistere insieme dei due protagonisti ci mostra il momento in cui, finalmente, è possibile coincidere con se stessi. E coincidere con sé, il testo sembra suggerire, è sempre e necessariamente anche un uscire da sé verso l’altro.

(...)

*Raffaello Palumbo Mosca ha conseguito un Ph.D. in letteratura italiana presso la University of Chicago e un dottorato di ricerca presso l’Università degli studi di Torino. Attualmente è ricercatore di letteratura italiana presso la University of Kent. Ha pubblicato saggi in Italia, in Francia e negli Stati Uniti su, tra gli altri, Gadda, Manganelli, Saviano, Franchini, e il rapporto tra letteratura e etica. Ha curato, con Joel Calahan, una antologia della letteratura italiana contemporanea per la rivista Chicago Review. La sua prima monografia L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico contemporaneo uscirà per Gaffi nel 2013.

 

IL COMMENTO DI RICUPERATI ALL'ANALISI CRITICA DI PALUMBO MOSCA:

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IL NUOVO ROMANZO DI RICUPERATI

RicuperatiMondadori

 

LA TRAMA - Un piccolo aereo da turismo si leva in volo per attraversare le Alpi. Dentro ci sono due persone: un giovane uomo, muto, alla cloche e una ragazza incantata che guarda al di là del vetro. Lei, bellissima, a terra lascia la famiglia e il padre, famoso chirurgo, improvvisamente arrestato. Lui, giocatore di poker professionista, non parla ma si fa capire mostrando una collezione di immagini che ha fatto plastificare, come un mazzo di carte. È lui, Remì, ad aver cercato lei, Ione, per portarla con sé in cielo. Quel volo è una sfida che Remì ha lanciato a se stesso e alla sua giovane compagna: la posta in gioco è quella di una comunicazione profonda, che "buchi" il silenzio in cui lui è rinchiuso e il vuoto lussuoso nel quale lei vive sospesa. Da quando l'ha conosciuta, anni prima, nel palazzo dove entrambi abitavano a Milano, Remì ha desiderato Ione con l'intensità con cui si desidera il proprio opposto. La vita di Remì è la geometria esatta del poker, sono le lunghe notti insonni, è la certezza di aver costruito una barriera contro qualsiasi intrusione esterna. Ione è viziata, fragile, chiassosa: ma non ha mai smesso di sperare che il bene venga da fuori, che qualcuno sappia toccarla senza farle male. Il volo di Remì e Ione è un viaggio ad altissima tensione, un gioco di seduzione - iniziato con un raffinato mind game virtuale - che porterà a un cambiamento radicale, capace di riflettersi sull'intero orizzonte circostante: intanto, sotto il piccolo aereo, la crosta terrestre è pronta a tremare in uno dei più grandi terremoti della storia...

 

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L’amore alla fine del mondo.

L’orma del realismo ne La produzione di meraviglia di Gianluigi Ricuperati

 

 di Raffaello Palumbo Mosca*

Cominciamo dalla fine. C’è un giovane uomo, Remì - è un giocatore di poker professionista, è muto dalla nascita e comunica col mondo esterno, con «gli altri», grazie a delle immagini plastificate come un mazzo di carte; c’è una ragazza, Ione, che ha «gli occhi di una principessa egizia», parla velocissimo e forse un po’ a vanvera, «come un fatto clamoroso» e vive i libri come «emozioni pure» che la trafiggono, anche se talvolta - per proteggersi, forse - li dimentica, o crede di dimenticarli. Ma questo, per ora, non ha importanza. Ciò che ha importanza, invece, è che Ione e Remì sono insieme, sono appena scesi dal piccolo aereo da turismo di Remì; camminano sulla pista di atterraggio - o quello che rimane della pista di atterraggio - dell’aeroporto di Ginevra. Il mondo davanti a loro è un mondo imploso, sconquassato da una scossa tellurica di potenza terribile. Lontano si alzano «colonne di fumo grigie e bianche»; vicino - sotto ai loro piedi - è un misto di liquami e asfalto; intorno: alberi cose colli divelti e in fiamme, quadrati di verde, pecore stramazzate. La visione-profezia che Ricuperati propone in Litosfera, l’ultima parte della Produzione di meraviglia, è un’immagine potentissima, quasi apocalittica, e di rara intensità. Si potrebbe pensare al Leopardi gnostico, quello del Cantico del gallo silvestre: «così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Ma è la suggestione di un momento, dovuta all’improvvisa vertigine metafisica; in realtà, l’immagine che Ricuperati ci consegna è molto diversa da quella leopardiana, non foss’altro che per il punto di vista, che qui è sempre dell’uomo e per l’uomo. Walter Siti ha parlato di «realismo gnostico» come «realtà frugata per rivelarne la mancanza, l’inadeguatezza ad una luce superiore», ed è forse proprio questa la definizione che più ci avvicina alla tensione del testo di Ricuperati; tale tensione, che è la consapevolezza della frattura tra banalità del quotidiano e significato profondo delle nostre azioni, percorre tutto il romanzo, ma esplode con potenza inaudita nella desolata scena finale, dove i lamenti dei sopravvissuti dicono il tragico disaccordo tra evento e senso; Ione e Remì camminano in una landa desolata dolorosamente percependo - uso ancora le parole di Siti - «l’orma vuota di Dio». 

Se il terremoto, questa «improvvisa, intollerabile apertura di fauci dell’animale Terra» rende evidente la nostra fragilità e, forse, anche la nostra irrilevanza, esso non è però l’ultima parola. Lo sguardo di Ricuperati è dapprima disincantato, a tratti potrebbe persino apparire duro: «nessuno durante il terremoto stava coincidendo con se stesso, o quasi, perché il terremoto si incunea nel silenzio delle azioni comuni, e le azioni comuni portano le persone a discostarsi da ciò che dovrebbero tenere sempre vicino, presente, qualcosa che assomiglia a sé». Eppure è proprio in questo disincanto, in questa attenzione per le azioni e cose comuni, per le cene preparate e per i colletti di camicie «lisi e ormai poco dignitosi», che l’autore sa ritrovare il filo della nostra umanità per raccontarla con un «di più» di pietas che incanta. Mentre «il sole, imperturbato, comincia la sua discesa a oriente», lacrime e «urla di spavento, urla traumatiche, urla di lamento, urla postraumatiche» sono l’umano controcanto ai tristi «muggiti» della terra, alle sue scosse di assestamento. Il cammino di Remì e Ione in questa parte di mondo ridotta a Natura (a caos, o ad un ordine estraneo e incomprensibile alla vita umana) è anche il culmine di un percorso di conoscenza e avvicinamento: Ione e Remì forse per la prima volta davvero si vedono e si incontrano; per la prima volta i loro corpi si toccano. Non è, questo, uno slittamento verso il romance, ma qualcosa di diverso e decisivo: attraverso il corpo - attraverso la sua fragilità ma anche la sua ricettività - Ricuperati costruisce, e ci fa intuire, un senso possibile; nel resistere insieme dei due protagonisti ci mostra il momento in cui, finalmente, è possibile coincidere con se stessi. E coincidere con sé, il testo sembra suggerire, è sempre e necessariamente anche un uscire da sé verso l’altro.

(...)

*Raffaello Palumbo Mosca ha conseguito un Ph.D. in letteratura italiana presso la University of Chicago e un dottorato di ricerca presso l’Università degli studi di Torino. Attualmente è ricercatore di letteratura italiana presso la University of Kent. Ha pubblicato saggi in Italia, in Francia e negli Stati Uniti su, tra gli altri, Gadda, Manganelli, Saviano, Franchini, e il rapporto tra letteratura e etica. Ha curato, con Joel Calahan, una antologia della letteratura italiana contemporanea per la rivista Chicago Review. La sua prima monografia L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico contemporaneo uscirà per Gaffi nel 2013.

 

IL COMMENTO DI RICUPERATI ALL'ANALISI CRITICA DI PALUMBO MOSCA:

GianluigiRicuperati

di Gianluigi Ricuperati
(per Affaritaliani.it)

Il diario biologico di un romanzo appena uscito – o in procinto di uscire – ha almeno un paio di date già storiche, già forzate, prepotenti. Quella su cui vorrei soffermarmi qui è la primissima reazione che arriva da un lettore qualificato – studiosi, critici. Può essere una formula, o una semplice suggestione ancora abbastanza vaga, una moda non ancora affermata – una frase, come quella che Raffaello Palumbo Mosca, tra i migliori e più seri studiosi giovani di letteratura italiana in Italia e all’estero (insegna alla University of Kent ma ha fatto Phd alla University of Chicago), ha coniato, scrivendomi una mail forse anche abbastanza distratta: ‘hai scritto un finale gnostico’, recitava la frase, ed è successo un pling! nella mia mente, perché da anni corteggiavo alcuni volumi sulla Gnosi cui non avevo mai avuto il coraggio vero di avvicinarmi: Sulle tracce della Gnosi di Puech (Adelphi), I Vangeli Gnostici (Adelphi) Testi Gnostici Greci e Latini (Fondazione Valla). Ora – nella vita quotidiana di un dilettante intuitivo non c’è nulla di più eccitante che questo: il pling! che apre le porte di una nuova avventura di conoscenza, nient’affatto attuale, nient’affatto allineata con ciò che consegna il traffico mentale delle giornate. Ho passato settimane, tra quella stesura digitale del romanzo e oggi, il giorno dell’uscita del romanzo, a leggere e provare a capire quei (e altri) fondamentali volumi che per me alla fine hanno soprattutto provveduto una fantastica messe di frasi magnifiche, aperture improvvise, squarci verbali attraverso i quali ricostruire i movimenti e i moventi di comunità religiose perdute nel precipizio storico.

Ovviamente non avevo consapevolezza di aver progettato o scritto un ‘finale gnostico’, ma ho compreso – o creduto di comprendere – ciò che intendeva Palumbo Mosca: ma ciò che ha davvero rimato, la musica dell’evidenza, è giunta durante la lettura del bel libro di Walter Siti Il realismo è l’impossibile: lì, a un certo punto, l’autore formula lo slogan ‘realismo gnostico’, e visto che alcuni lettori, dopo Palumbo Mosca, mi hanno chiesto ‘come mai hai abbandonato il racconto del presente?’ (leggi: perché i personaggi del tuo nuovo romanzo, a differenza del tuo primo romanzo, non riflettono in modo ‘verosimile’ la trama della realtà sociale ‘percepita’ nel 2013?), ho capito che la risposta-senza-risposta, forse, stava proprio in quell’idea di ‘realismo gnostico’, ingrandimento di un dettaglio fino a rivelarne la natura assoluta di ‘orma del Sacro’ ormai fuggito per sempre. Nel mio romanzo, però, il dettaglio è un terremoto, che volevo raccontare senza alcuna emozione umana, solo come un trionfo negativo di molteplicità, ed è stato tecnicamente difficile (chissà se riuscito?).  Nella mia ‘visione’ – è un romanzo fatto con immagini e nato dalle e con le immagini – addirittura a salvare i protagonisti dal suddetto terremoto è un viaggio aereo fatto di scossoni e pericoloso fluttuare, mentre la Terra, sotto, trema in modalità-catastrofe. Realismo tecnicamente quasi Impossibile, ma anche qualcosa che si avvicinava, nella sua concezione originale, a due capitoli dello Zohar letto nella splendida edizione dei Millenni illustrati da Nicola De Maria: ‘volo’ e ‘morte’. Tutto, forse, era nato da lì – e i capitoli del mio romanzo avrebbero dovuto intitolarsi semplicemente ‘volo’ e ‘morte’. Mi sembrava tutto perfettamente funzionante e perfettamente incompreso.

Aggiungerei che nel primo paragrafo del romanzo compare la frase ‘tutto è aumentato’ – una frase che il redattore Michele Bertinotti aveva saggiamente suggerito di togliere, perché stava in questo contesto (le prime righe del libro)

 

Succederanno cose fantastiche, poi succederanno cose terribili, e fra le prime e le seconde c’è un piccolo aereo. E’ il decimo giorno, il decimo mese, l’undicesimo anno, il ventunesimo secolo. Tutto è aumentato.

 

Quando ero alla ricerca di un’espressione che sintetizzasse l’attitudine che ha presieduto alla ricerca istintiva alla base di questo strano romanzo breve, ho pensato ai vari dispositivi di ‘realtà aumentata’ che da qualche anno imperversano, facendo sobbalzare sulla pagina di una rivista bizzarre creature che si muovono sullo schermo del telefono, in una strana congiunzione d’intenti fra il digitale e l’analogico – aumentare di big data la secca, muta, trama degli oggetti che ben conosciamo. Ecco, se dovessi piegare la oscura bizzarra fonte d’influenze e impressioni da cui è nato questo tentativo di romanzo, userei l’espressione ‘realismo aumentato’ – senza sapere del tutto cosa significa, ma in attesa esatta di qualcuno che me lo spieghi.

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"la produzione di meraviglia"mondadorigianluigi ricuperatirealismo
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