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Culture
La vita a pezzi: Bruno Nacci racconta la contemporaneità

Personaggi, immagini, incontri fugaci. Sono "pezzi" di vita quotidiana, collezionati negli anni, a dare vita alle storie che compongono "La vita a pezzi" di Bruno Nacci (Edizioni Solfanelli). I protagonisti di questi sette coinvolgenti racconti sono molto diversi e tutti particolarmente attuali: un prete che accoglie due clandestine scontrandosi con la grettezza dei fedeli; un pusher che la malattia stronca nei suoi sogni di carriera criminale; una coppia di coniugi tormentati da un'antica infedeltà e dalla vecchiaia; una donna che insegue l'amore e forse lo trova con un ragazzo molto più giovane; due sorelle alle prese con la rivelazione di una violenza subita nell'infanzia; la moglie di un carcerato che dopo molte incertezze è disposta ad accoglierlo di nuovo; un generale in pensione che ripercorre amaramente la sua vita. Ciascuno di loro condivide con gli altri il sentimento della solitudine e al tempo stesso il desiderio di uscirne e, in alcuni casi, lo strazio per non essere riuscito a farlo. Sette storie comuni, sette destini in cerca di ascolto che ci immergono e, anzi, ci trascinano nell'abisso di questa contemporaneità, facendo sentire anche un po' nostra ogni riga del libro. "Sono convinto che la fantasia in letteratura non esista se non come residuo - commenta Bruno Nacci -. Chi scrive mette insieme le tessere del mosaico o del puzzle che, in quanto tali, sono esperienza di tutti, la sua bravura consiste nel comporre un disegno originale in cui gli altri si possano rispecchiare".

 

Un libro di racconti dal titolo La vita a pezzi. Come nasce?

«Dalla vita quotidiana, in ordine sparso negli anni».

 

Un genere poco amato dal grande pubblico, come mai secondo lei?

«Poco amato dagli editori, più che dal pubblico, secondo un pregiudizio diffuso e duro a morire, ma forse anche dalla scarsità di una narrativa che si eserciti seriamente nel racconto e non come ripiego occasionale. Non si vendono i racconti di Čechov, di Pirandello, di Hemingway, di Borges o della O’Connor?»

 

Le storie narrate sono di fantasia? O dettate da suoi incontri o esperienze di vita?

«Sono convinto che la fantasia in letteratura non esista se non come residuo. Chi scrive mette insieme le tessere del mosaico o del puzzle che, in quanto tali, sono esperienza di tutti, la sua bravura consiste nel comporre un disegno originale in cui gli altri si possano rispecchiare. Chi non ha mai visto un albero come fa a disegnarlo? Da questo punto di vista, ogni racconto è frutto di esperienza, ma ogni racconto è anche l’elaborazione dell’esperienza in una visione del mondo personale».

 

A quale dei racconti è più "legato" o sente più suo?

«Non saprei stilare una classifica. L’ultimo ad esempio, quello sul generale in pensione, mi fu suggerito da due circostanze ben presenti nella mia memoria: anni fa frequentava il mio barbiere un uomo molto vecchio, che vestiva in giacca e golf anche in pieno in inverno e portava delle pantofole di feltro. Tutti lo chiamavano Generale. Questo il primo spunto. Il secondo, più doloroso, riguarda un caro amico, Roberto Rebora, bravo poeta, nipote di Clemente, che in tarda età, cadde in casa e per una notte intera non riuscì a raggiungere il telefono, morendo in seguito ai postumi della caduta. Ogni racconto mi ricorda qualcosa, che nella scrittura si deposita e sviluppa però in modo autonomo».

 

Emerge il tema della solitudine, casualità o filo conduttore?

«La nostra società, molto più di quelle che ci hanno preceduto, soffre della solitudine in cui l’individuo, vezzeggiato, sfruttato, protetto e minacciato, viene lasciato senza legami autentici con gli altri. Non si tratta, se non in casi particolari, di solitudine fisica, ma interiore. Ciascuno, spesso nei momenti cruciali della sua vita, non sa o non può trarre beneficio dal conforto del sentirsi parte di un destino comune. E il destino comune, o meglio la sua caricatura, viene rappresentato dai mezzi di “comunicazione” secondo una regia che deforma la vita, propone modelli astratti e puerili».

 

Prossimi progetti narrativi?

«Un altro romanzo storico con Laura Bosio, dopo Per seguire la mia stella (Guanda, 2017),  che riguarderà un episodio poco noto della Rivoluzione francese. E forse il prossimo anno altri sette racconti che completano il ciclo di Una vita a pezzi, tranche de vie, frammenti di vita che aspirano ad essere esemplari di una singola esistenza e con essa della nostra».

 

vita a pezzi interna
 

Bruno Nacci, La vita a pezzi, Edizioni Solfanelli, Chieti, 2018.

 

L'AUTORE

Bruno Nacci ha curato numerosi classici della letteratura francese, da Chamfort, Laclos e Chateaubriand a Balzac, Hugo, Nerval, Flaubert e Baudelaire, in particolare si è occupato di Blaise Pascal, di cui ha tradotto tra l’altro i Pensieri (Garzanti 1994, nuova edizione Utet 2014) e gli Scritti sulla grazia (Vita e Pensiero 2000), e ne ha scritto la biografia La quarta vigilia. Gli ultimi anni di Blaise Pascal (La scuola di Pitagora 2014). Ha ricostruito sui documenti un fatto di cronaca nera dell’Ottocento L’assassinio della Signora di Praslin (Archinto 2000). Con Laura Bosio ha curato l’antologia degli scritti di Luigi Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro (Paoline 2012); Da un’altra Italia. 63 lettere, diari, testimonianze sul carattere degli italiani (Utet 2014) e scritto il romanzo storico Per seguire la mia stella (Guanda 2017). È studioso di Giorgio Vigolo, di cui ha edito le prose degli anni Venti, e della teoria della traduzione in Giacomo Leopardi.

 

 

 

 

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