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Culture
Locarno, a ottobre nelle sale il documentario sulla vita ai piedi del Vesuvio

La chiamano "la zona rossa". Proprio quella cintura, quella fetta di terra intorno al Vesuvio, che in pochi sanno essere la più densamente popolata di tutta Europa, è protagonista del Festival di Locarno nel film di Gianfranco Pannone, documentario fuori concorso in uscita all'inizio di ottobre per Istituto Luce - Cinecittà. Un vero evento nel mondo della cinematografia italiana visto che l'ultimo documentario risale al 1944, dopo l'ultima eruzione del vulcano il 18 marzo, realizzato dagli alleati che avevano appena occupato Napoli.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, ma una cosa è rimasta costante: il senso di incertezza che caratterizza quel luogo, un clima di timorosa attesa che nel film di Pannone assume un significato filosofico, oltre l'aspetto geologico, e si mischia all'amore incondizionato e orgoglioso per le proprie radici.

Protagonisti tre personaggi che conducono la loro vita ai piedi della montagna. “Ho scelto dei testimoni, dei custodi involontari del territorio – ha detto il regista a Locarno a Comingsoon – con lo scopo di evitare i luoghi comuni, ma piuttosto di raccontare una Napoli pensosa, con un senso delle morte e una compostezza morale che potessero rappresentare l’altra faccia della città”.

Proprio nei mesi del grande successo della serie televisiva tratta dal libro di Saviano, Pannone ha sentito il bisogno di raccontare la terra in cui è nato, volendo evitare l’effetto Gomorra: il ritratto consueto fra disoccupazione, monnezza e camorra; ma percorrere un viaggio sulle macerie di un paradiso perduto. “Questa terra è contraddistinta dal fatalismo che fa auspicare a uno dei protagonisti una ‘tragedia dolce’. In questo c’è tutta Napoli e la terra vesuviana, una sorta di fatalismo filosofico, buono, che si contrappone a quello cattivo, della criminalità, in un luogo in cui la storia e la geologia hanno forgiato l’uomo”. Un angolo di mondo schizofrenico, fra bellezza e degrado, genio e scelleratezza, che esibisce sfacciatamente alla luce del sole tutta la sua complessità, anche i difetti, senza nasconderli sotto il tappeto. Una terra forgiata dagli altri popoli che si sono susseguiti nei secoli e che hanno quasi imposto un fatalismo che unisce sacro e profano, il culto per il sangue di San Gennaro con quello della montagna, come la chiamano - al femminile - i contadini, riconoscendone le straordinarie proprietà fertilizzanti.

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