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Culture

di Massimo Gargiulo

Il decreto sulle semplificazioni varato ieri dal governo consente ai musei statali di affittare “beni culturali non esposti, ma richiesti da accordi culturali con istituzioni museali straniere” e di ricevere un corrispettivo per lo sfruttamento economico di tali beni per un periodo che non può essere superiore a dieci anni, eventualmente rinnovabile una sola volta.

Plaudo all’iniziativa del governo, finalizzata a cercare di dare ossigeno ai nostri musei, ma temo che essa non avrà pratiche conseguenze.

Salvo casi eccezionali, i beni che abbiano un particolare valore artistico, storico o culturale si suppone che siano (o debbano essere) esposti al pubblico. A meno che si tratti di beni che necessitino di essere restaurati o che siano oggetto di studi e ricerche.

Se così fosse, quale museo estero sarebbe interessato ad affittare beni culturali di pregio, ma comunque difficilmente in grado di attirare quote consistenti di pubblico?

Diversa era l’indicazione dei saggi di Napolitano allorché proponevano “allo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibile il patrimonio culturale disponibile, si potrebbero sperimentare forme di prestito oneroso ai privati, ivi comprese le organizzazioni del Terzo Settore, di parte delle opere attualmente chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti”.

Questa sì, come ho avuto modo di affermare in un mio intervento pubblicato su Affari Italiani il 17 aprile scorso, consentirebbe una possibilità in più per i musei per offrirsi al pubblico, inventarsi iniziative, vivacizzare l’attività.

Salvatore Settis, il 18 aprile scorso su La Repubblica, replicando ad un mio intervento, osservava che i musei non hanno risorse umane sufficienti per questo genere di attività e che la legge non consente sperimentazioni.
Posto che è necessaria una normativa che definisca le garanzie necessarie per l’affitto dei beni, basterebbe accompagnarla dall’autorizzazione a procedere per i soli musei che siano in grado di soddisfare (eventualmente con il concorso di sponsor) gli opportuni criteri di ordine organizzativo.
 

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