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Politica

I media italiani hanno dato poco risalto alle proposte contemplate nel documento dei “saggi” in materia economica e sociale nominati da Giorgio Napolitano relative alla valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. (Vedi il paragrafo Due anni di investimenti orientati all’innovazione nel settore turistico e alla valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico)

… la normativa esistente - affermano i saggi -  va rivista allo scopo di favorire le iniziative private (comprese le sponsorizzazioni) per rafforzare la tutela del paesaggio, la valorizzazione del patrimonio storico e la gestione dei servizi culturali. Va poi valutata la possibilità di costituire un fondo straordinario pubblico-privato per i beni culturali, che coinvolga anche fondi UE e risorse provenienti dall’estero (filantropi globali, italiani all’estero, ecc.). Tale fondo dovrebbe, in primis, finanziare un censimento digitale completo del patrimonio culturale, che serva anche a programmare interventi di manutenzione e sostenere corsi di formazione di management culturale rivolti agli amministratori pubblici e privati, organizzati in collaborazione con le università attive in questo campo. Infine, allo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibile il patrimonio culturale disponibile, si potrebbero sperimentare forme di prestito oneroso ai privati, ivi comprese le organizzazioni del Terzo Settore, di parte delle opere attualmente chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti”.

Un’impostazione, quella prospettata dai saggi, in linea con quanto indicato in passato da Salvatore Settis in un suo intervento su La Repubblica dell’ottobre 2006 allorché affermava che “Solamente un grande patto nazionale fra soggetti diversi, dallo Stato ai privati, può invertire la tendenza che ha portato a bilanci sempre più esigui e Soprintendenze al collasso”, ma che si incentrava soprattutto sulle donazioni incentivate fiscalmente. Proposta apprezzabile, a mio avviso, ma non sufficiente (mia lettera su La Repubblica del 12 ottobre 2006: Concedere ai privati l’uso di beni culturali).

I saggi, proponendo di sperimentare forme di prestito oneroso ai privati,  vanno più in là e motivano la loro proposta  con lo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibili parte delle opere chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti.

A commento della mia lettera su La Repubblica di ieri che plaudiva alle indicazioni dei saggi, Corrado Augias ricordava quanto gli disse un grande libraio romano “il libraio che sta dietro al bancone ad aspettare che entri un cliente, probabilmente non arriva alla fine dell’esercizio. Il libraio deve muoversi, invitare gli autori, uscire, offrire al pubblico, inventarsi iniziative, vivacizzare l’iniziativa. Allora, forse, ce la fa”. “Mutatis mutandis – concludeva Augias – lo stesso vale per i musei e pinacoteche. Anche se fosse servito solo a questo, il lavoro dei saggi avrebbe già una sua utilità”.

Tutto risolto allora ? Se guardo al dibattito degli ultimi 30 anni, temo di no, è qui il caso di ricapitolarlo per sommi capi.

Da sempre sono un convinto assertore della necessità che lo Stato apra ai privati per la salvaguardia del nostro ingente patrimonio culturale nazionale. Per questo motivo nel 1985 mi sono fatto promotore – assieme ad altri consiglieri regionali dell’epoca - di una progetto di legge presentato “provocatoriamente” in una sede impropria: il Consiglio Regionale della Lombardia, e che ho in seguito ripreso in una pubblicazione che riassumeva l’aspro dibattito scaturito al suo apparire, nonché in lettere ai giornali e ai Ministri dei Beni Culturali.

Obiettivo della proposta era di consentire ai musei di affittare (concedere in uso) ai privati, a determinate condizioni, i beni culturali “minori” che giacciono nelle loro cantine. Quelli cioè che non abbiano un particolare valore artistico, storico o culturale (che in genere si suppone siano o debbano essere esposti al pubblico) e che non siano oggetto di studi e ricerche.

Questa proposta poteva, a mio avviso, offrire un significativo contributo per sottrarre all’oblio e all’inevitabile degrado una parte del nostro ingente patrimonio culturale, reperire fondi da destinare al restauro dei nostri beni di maggiore pregio culturale e alla valorizzazione dei musei, nonché a promuovere nuovi posti di lavoro altamente professionali.

La proposta ebbe a suo tempo pareri favorevoli e contrari, ma soprattutto fu oggetto di un’autorevole stroncatura da parte del Prof. Carlo Bertelli che dalla prima pagina del Corriere della Sera del 26 maggio 1985 definì “dissennati” i firmatari della proposta, avanzò timori sul saccheggio che verrebbe effettuato su musei maggiori e minori, irrise “la forza irresistibile della banalità, la confusione ormai sovrana tra pubblico e privato” dei proponenti … , ma si guardò bene dall’avanzare una qualunque realistica proposta per affrontare seriamente il problema.

Ma forse i tempi sono maturi per un giudizio diverso e costruttivo. Sergio Romano, ad un lettore che, sull’onda del crollo della Domus dei Gladiatori di Pompei, proponeva di consentire la vendita dei beni archeologici collocati in “magazzini chiusi” e che costituiscono dei “doppioni” per finanziare la conservazione del nostro patrimonio culturale, rispondeva sul Corriere della Sera il 21 novembre 2010 “Ma oggi, in un momento in cui la cultura è costretta a stringere la cinghia, i depositi potrebbero essere utili”.

L’ipotesi di vendere i “doppioni” ha trovato nel tempo pareri concordi, da  Leonardo Sciascia (favorevole anche all’affitto) a Cesare De Seta fino all’assessore alla cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory (Corriere della Sera del 13 novembre 2010 - pagine di Milano).

Sulla più prudente linea dell’affitto si colloca invece Umberto Broccoli, sovrintendente ai beni culturali di Roma, in più interventi su La Repubblica, l’ultimo il  21 novembre 2010, ed io con lui.

Da tutto questo sembrerebbe che siano finalmente maturi i tempi affinché le indicazioni avanzate dai Saggi vengano prese nella giusta considerazione, se non altro, come anch’essi suggeriscono, al fine di una prudente sperimentazione. Tanto più che il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.lgs.42/2004 e successive modificazioni) già oggi offre delle aperture nella direzione indicata dai saggi.

Massimo Gargiulo

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