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Culture
Premio Strega, specchio di un Paese incarognito e senza meritocrazia
Premio Strega 2018, la vincitrice Helena Janeczek (foto LaPresse)

Il premio letterario più importante d’Italia ostaggio del nuovo (discutibile) regolamento e delle congiure degne del tardo impero romano: il ruolo del Comitato direttivo, tirato per la giacca dagli “amici degli amici” e dai “tengo famiglia”

 

Negli altri Paesi sono solo premi, premi letterari e basta. Si vince, si perde, poi finisce lì. Rappresentano l’occasione per far emergere nuove voci, per cercare altri talenti, per aiutare quegli autori che non hanno avuto la fortuna che avrebbero meritato, per stimolare un dibattito intellettuale possibilmente privo di ipocrisie. Negli Stati Uniti, in parte anche in Inghilterra, Francia, Svezia e Germania, i premi letterari vengono spesso vinti da piccole case editrici, anzi concorrervi con realtà artigianali impegnate a produrre libri di qualità rappresenta una sorta di un valore aggiunto, paradossalmente equivale a partire con qualche metro di vantaggio.

In Italia invece rappresenta una colpa. Un peccato da espiare nell’unico modo possibile, l’esclusione. I piccoli editori vengono reclusi, scansati, boicottati, emarginati per far spazio ai grandi gruppi, ai grandi interessi editoriali che quasi sempre rappresentano piccoli libri scritti male e senza alcuna dignità letteraria. E se c’è un epicentro di questa specie di peste tutta italiana, è ovviamente il Premio Strega (sebbene anche altri premi non si sottraggano alla confortevole legge del più forte, basti pensare a ciò che successe al Grinzane Cavour).


Il nuovo (discutibile) regolamento

Dopo il cambio del regolamento fortemente voluto dalla Fondazione Bellonci – che sulla carta avrebbe voluto facilitare i piccoli editori, ma che di fatto li ha relegati al “contentino della vetrinetta” della presentazione da parte di un solo Amico della Domenica – il pallino del gioco è passato saldamente nelle mani del Comitato direttivo del premio, composto per l’ultimo anno (dal prossimo cambierà formazione) da Pietro Abate, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Ernesto Ferrero, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Melania G. Mazzucco, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine. Spetterà a loro, domenica 17 marzo nella cornice di Libri Come a Roma, individuare i 12 titoli che potranno appropriatamente definirsi candidati al Premio Strega. E la sorpresa non sta tanto nelle candidature fin qui pervenute e che, anche quest’anno, quasi certamente supereranno le 40 proposte, ma nell’attribuire il giusto peso politico – non soltanto letterario – alle persone nelle cui mani è riposta una importante decisione culturale: selezionare i romanzi secondo coscienza e merito, non secondo convenienza e appartenenza parrocchiale. Il Comitato direttivo, si diceva. Tirato per la giacca “dagli amici degli amici” (ad esempio la lobby degli accademici delle università romane, rappresentate sia all’interno del Comitato sia tra gli Editori che hanno presentato libri fidando proprio sull’appoggio dei colleghi) e tirato per la giacca anche dai cosiddetti “tengo famiglia” (candidature ormai sbiadite dal tempo, scrittori campani e non solo vicini alla proprietà Alberti-Strega, testimoni di un modo di fare cultura che assomiglia molto a modi della politica).


Retroscena del tardo romano impero

Ma lo Strega è così, prendere o lasciare. Ed ecco che tutto diventa lecito. Ad esempio che all’interno di Einaudi si scateni un fuoco amico difficile anche da commentare, dal momento che lo Struzzo ha presentato in concorso Evelina Santangelo (Da un altro mondo, libro dell’anno per la trasmissione Fahrenheit di Rai Radio Tre), Nadia Terranova (Addio fantasmi) e Marco Missiroli (Fedeltà). Quest’ultimo con grandi ambizioni di vittoria, anche se le recensioni – e diverse stroncature, su tutte quella di Filippo La Porta su la Repubblica –, per quanto addomesticate verso il capolavoro storico, lasciano tutte intendere che il romanzo sia un romanzo dei nostri tempi e basta, niente di memorabile. Einaudi ha già vinto? Manco penniente, dicono le congiure da tardo romano impero che condurranno alla scelta della “cinquina” (Casa Bellonci in Roma, metà giugno) e a quella del “trionfatore” (Ninfeo di Villa Giulia sempre in Roma, primi di luglio). Innanzi tutto perché fino all’ultimo il Comitato direttivo spera vivamente che Antonio Scurati ci ripensi e accetti di concorrere – con i rischi del caso – con M. Il figlio del Secolo (Bompiani): potrebbe essere lui la mina vagante, il coniglio estratto dal cilindro e lanciato a rovinare una festa che pare già apparecchiata. E poi perché ci sono gli outsider. Roberto Cotroneo con Niente di personale (La Nave di Teseo), Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo (Mondadori) e la quotatissima Eleonora Marangoni con Lux (Neri Pozza), solo per citarne alcuni. Ma l’elenco è lungo, così come sono in molti a pensare che Carnaio di Giulio Cavalli (Fandango) faccia leva sulla presentazione della inseritissima Concita De Gregorio e su tutta quella élite di sinistra (ammesso ne esista ancora una) che si vedrebbe rappresentata da questi libri, da questi autori, da questa scrittura. Ed ancora Roberto Pazzi e l’epilogo dell’imperatore Napoleone (Verso Sant’Elena), Mauro Covacich che molti danno già in cinquina, l’inattesa Giulia Caminito e l’attesissima Francesca Diotallevi con Dai tuoi occhi solamente, Raffaella Romagnolo e il suo Destino, l’outsider Paola Cereda, Pasquale Panella (più che per la forza del suo Naso, per quello che è stato: l’autore di alcune grandi canzoni di Lucio Battisti) e la storia di trapianti d’organo proposta da Davide Grittani con La rampicante: tutti selezionabili, tutti candidati alla dozzina, insomma bene che gli vada comparse in un campionato in cui si gioca per il sesto o settimo posto.


La scomunica dei piccoli editori

Con un escamotage che deve far riflettere, il Comitato direttivo e la Fondazione Bellonci che insieme all’Alberti organizza lo Strega, sono riusciti a fare passare l’idea – sulla scorta delle sciagurate decisioni assunte dai rappresentanti della categoria – che possano essere considerati piccoli/medi editori anche Sellerio (già, quelli di Camilleri e Manzini), Neri Pozza (ormai un polo editoriale, con tanto di premio letterario da 25.000 euro), E/O (avete capito bene, quelli di Elena Ferrante), Minimum Fax (realtà ben consolidata, con un fatturato di tutto rispetto) e tutti quei marchi indipendenti con disponibilità e risorse economiche stellari se paragonate a quelle della piccolissima editoria di contorno. Questo meccanismo farà in modo che, nella dozzina e quindi a cascata nella cinquina, la presenza di piccole sigle editoriali diventi pressoché impossibile, a meno che non scattino i meccanismi di cui sopra: “gli amici degli amici”, i “tengo famiglia”, quelli che si presentano in concorso a vicenda, e quelli che qualcuno all’interno del Comitato direttivo “gli deve un favore”. Nel 2017 Manni (casa editrice di Lecce) è arrivata addirittura in cinquina, ma a portarne la bandiera era un certo Alberto Rollo: tra i direttori editoriali italiani più importanti e potenti degli ultimi trent’anni. Insomma non se ne esce, lo Strega è la tana degli intrecci e delle congiure, delle faide e delle denunce tra candidati (in passato si è assistito a scene non certo edificanti, come successe per la contesa Scarpa-Scurati e per quella Trevi-Carofiglio). Queste dinamiche fanno in modo che talento e merito passino sotto silenzio se non in secondo piano, anzi che la scelta della dozzina diventi il contesto naturale per ospitare regolamenti di conti che in fondo rispecchiano il clima di risentimento e persistente cattiveria che si respira nel Paese. Lo Strega ne è specchio fedele, non da adesso. Solo che negli ultimi anni questa percezione è emersa senza più censure, senza più pudori. Per l’esattezza da quando il Comitato direttivo ha ripreso in mano le redini di un premio che sembrava essergli sfuggito, ottenendo il risultato di aver compromesso ancora di più gli equilibri in un mondo – quello editoriale – già contraddistinto da mediocrità e precarietà.


Aspettando il vincitore, ha già perso lo Strega

Indipendentemente da come andrà a finire, lo Strega ha già perso. Senza concorrere, prima ancora di partire. Perché quando un premio letterario – per quanto importante e storico sia – finisce per assomigliare sempre di più all’emiciclo di un parlamento politico e sempre meno a una occasione di riflessione intellettuale, vuol dire che ha smarrito il proprio senso, che ha perduto la sua identità. Che è diventato altro. Citando Italo Calvino (uno che lo Strega non l’ha mai vinto, per forza mica era bravo come Antonio Pennacchi!) … «chi non si accorge delle cose che cambiano, corre il rischio di esserne travolto».
 

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