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Culture

Lucia Muscetti

L'amore è desiderio non appagato, desiderio di avere ciò che manca nel presente, nel futuro; amore è ricerca di altro oltre il conosciuto, è sconfinamento oltre il perimetro della ragione, delle cose codificate: è creazione di sempre rinnovati orizzonti dell'essere due prima ancora dell'essere uno. Amore è la dimensione dialogica che fonda l'io, è la relazione dialogica che produce spazi e luoghi meticci perché l'alterità non la spaventa, l'amore si fa contaminare, è cambiamento che rigenera, è continuo divenire, rinascita: l'amore appartiene, appunto, alle categorie della creazione. E se la ricerca cessa, quando il desiderio è appagato, allora vuol dire che quel cercare non apparteneva alla dimensione dell'amore, ma era mosso da impulsi altri (possesso forse, dominio, controllo dell'altro, edonismo dei corpi) che finiscono per situare gli uomini e le donne nella sfera  utilitaristica e funzionale del vivere. In tale dimensione del vivere la ricerca di appagamento dei desideri diviene energia centripeta che tende a recidere tutto ciò che non confluisce verso il proprio centro, energia che esclude, mette fuori tutto ciò che il centro non riconosce. L'energia centripeta non sa immaginare spazi e luoghi meticci, non si fa contaminare, ha paura del diverso da sé, colloca l'uno prima del due, l'io prima della relazione, il monologo prima del dialogo e finisce per restringere l'ambito del pensiero e dell'agire umano a sterile ripetizione di un sé medesimo che non conosce cambiamento, rinascita, divenire: minacciando, infine, la stessa sopravvivenza della specie.

Allo stato delle cose del mondo siamo sicuri che stiamo viaggiando verso la direzione più congeniale agli imperativi dell'amare? Sarà pur lecito chiedersi perché la storia, antica e moderna, è permeata di guerre e olocausti certamente non collocabili nella sfera d'amore del vivere? E, condividendo pienamente il pensiero di quanti sostengono che il conflitto armato è pura energia distruttrice, è legittimo chiedersi perché gli uomini - in quasi tutte le civiltà del mondo di cui si hanno ragionevoli ricostruzioni storiche - si fanno da sempre la guerra. Franco La Cecla diceva -chiamando in causa altro pensiero storico e filosofico - che nel rapporto fra i generi, all'alba dei tempi, gli uomini che non erano ancora in grado di trovare risposte  chiarificatrici attorno al mistero della vita, restavano inermi e spaventati di fronte alla realtà, percepibile, che alle donne la natura aveva assegnato il compito di accogliere in grembo, custodire, e poi consegnare la vita al mondo. Ma La Cecla non approfondisce questo tema, anzi lo abbandona, sembra non condividerlo, e sposta il suo discorso sul dato storico che, in quasi tutte le civiltà, per la maggior parte patriarcali, ma anche in quelle matriarcali, si assiste ad una polarizzazione dei ruoli di genere - da non biasimare del tutto - nelle relazioni sociali e politiche. Pertanto la nuova indagine filosofica, antropologica e sociologica, dovrebbe essere  rivolta alla riscoperta e alla valorizzazione della differenza di genere al fine però di attivare un dialogo su basi nuove. Un dialogo orientato verso il superamento di quella contrapposizione che nel passato si è cristallizzata nella forma del dominio del maschio sulla femmina, ma che rischia oggi - con le legittime rivendicazioni di emancipazione delle donne - di rendere i maschi fragili, disorientati, nudi di identità di genere. Il rischio perciò per le nostre società è quello di restare irretiti in un circolo vizioso di nuove forme di contrapposizione maschio-femmina e, di fronte all'eterno mistero del senso del vivere, continuare ad essere incapaci di avviare processi di relazione dialogica fra i generi e con essi maturare la consapevolezza che è l'energia d'amore che promette futuro all'umanità. L'energia del dialogo che -  a partire dalla diversità dei generi - interessa, nell'esperienza umana, tutte le forme di alterità e, con la sua forza centrifuga, può ancora aprire lo spazio del divenire.

Ma se amore è desiderio inappagato, ricerca di qualcosa che possiamo pure avere nel qui ed ora, e che desideriamo garantirci anche per il futuro, perché non approfondire la ricerca sulle forze che scatenano le guerre? Perché - uscendo dal ragionamento dei singoli per situarsi negli universi collettivi - non chiedersi cosa è successo nel cuore degli uomini nel prendere atto, in quell'alba dei tempi lontani, che nelle donne risiedeva il potere di generare la vita nel mondo? Se fosse vera la tesi che gli uomini hanno avuto paura e nello stesso tempo invidia del potere primigenio delle donne, paura e invidia potrebbero essere state le forze centripete prevalenti che hanno finito per  orientarne il loro agire. Così poiché alle donne la natura aveva riservato il potere di partorire la vita, è come se agli uomini fosse rimasta la prerogativa di governare la vita appena dopo il suo originarsi e fino all'ultimo respiro della vita stessa al mondo. Per millenni allora gli uomini si preoccupano di ingabbiare, dominare, offendere, dissolvere la vita - invece di ricercarne il senso - inventando istituzioni  violente, fino alle guerre totali che, in ultima analisi si risolvono non nel governo (o buona amministrazione) della vita, ma nel malefico potere di disseminare la morte fra le creature della terra.

Ma se tutto ciò  è, in fondo, il frutto di una malefica impalcatura culturale del genere umano, urgente è l'istanza di attivare un serio dibattito sulla effettiva possibilità di riappropriarci del perduto senso dell'identità di genere per una rinnovata ricerca dei ruoli che ciascuno può dignitosamente giocare in armonia con gli altri nelle comunità di vita in cui si muove il suo divenire. E ogni cosa di quanto è appena  detto non può svolgersi se non secondo il farsi delle relazioni d'amore, amore inteso come mancanza, desiderio, ricerca: mancanza di un regno di pace - della quiete interiore degli individui e dell'abbraccio di pace comune - ; desiderio di coltivarla nel qui ed ora; ricerca di alfabeti impensabili come viatico per la cura del futuro degli uomini e delle donne nel mondo. Via concludendo, e a proposito di mondo, se l'essere è il due che viene prima del'uno - come diceva Umberto Galimberti riportandoci al discorso dei classici - è la relazione che fonda l'essere, e la relazione è per definizione dialogo, possiamo allora ragionevolmente assumere che il dialogo viene prima del monologo: ciò può voler dire che abbiamo l'obbligo di obbedire alla forza centrifuga che sta in ciascuno di noi e difenderci dal rischio di cadere nella trappola centripeta del monologo, del parlare a se stessi perdendo di vista orizzonti altri da noi. Abbiamo in definitiva il dovere di assumere la consapevolezza che noi occidentali siamo figli di un monologo culturale che dura da millenni, un monologo, dal quale non riusciamo a staccarci, nemmeno quando ci avventuriamo nelle più encomiabili e raffinate esperienze  di pensiero speculativo. Così a questo festival di filosofia può essere attribuito il merito di aver risvegliato le menti e il forte sentire, ma  nello scoprire che qualcosa non ci è stato dato, o non abbiamo trovato, ad esso ancora il merito di aver acceso in noi il desiderio di qualcosa che manca: il desiderio di cercare nel pensiero di altri popoli, di altra umanità, quali sono gli spazi d'amore in cui poter giocare la loro esistenza in relazione alla nostra.
                                                             

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