Culture
“Punti di contatto – Restiamo in ascolto”: arriva a Milano la mostra dell’artista lucana Betty Salluce, promossa da Cranum e Gaggenau a cura di Sabino Maria Frassà
Betty Salluce: “Il paesaggio che porto nelle opere non è un’immagine costruita a distanza. È un paesaggio vissuto: l’ho attraversato, toccato, ascoltato, camminando a lungo nei calanchi lucani, fino a sentirne la fragilità e la memoria”





Punti di contatto – Restiamo in ascolto: Promosso da Cramum e Gaggenau per l’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026. Dal 27 gennaio 2026 al 18 dicembre 2026 presso Showroom Gaggenau DesignElementi Hub
Arte, tecnologia, sport e inclusione sono le parole chiave di Punti di contatto — Restiamo in ascolto, la nuova mostra che dal 27 gennaio 2026 e per tutto l’anno Cramum e dal brand di design di lusso Gaggenau presentano nel cuore di Milano, dedicata a Betty Salluce e curata da Sabino Maria Frassà. L’esposizione si inserisce nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026. Le opere fotografiche di Betty Salluce dialogano con le nuove interfacce utente dei forni Gaggenau Expressive e Minimalisticper raccontare la riscoperta dell’altro e dell’empatia attraverso l’arte, il design e un nuovo senso dell’abitare e del vivere insieme. La mostra omaggia così lo spirito olimpico aprendo un campo sensibile: il contatto diventa linguaggio.
Sabino Maria Frassà, curatore della mostra, ha dichiarato: “Com’è essere un pipistrello? La domanda con cui Thomas Nagel, nel 1974, rivela l’irriducibile inaccessibilità dell’esperienza altrui è il varco concettuale da cui prende avvio questa mostra. Se quella domanda ci consegna l’irriducibilità del che-cosa-si-prova, allora l’empatia non è proprietà cognitiva ma esercizio di prossimità: non forza l’accesso, affina l’ascolto. Betty Salluce e Gaggenau mostrano che l’empatia non è solo la chiave del futuro: è un fare reale e concreto — restare in ascolto per diventare qualcosa di più. L’empatia non è sforzo unidirezionale, ma pratica generativa: apre immagini nuove e realtà più dense di significato”.
Betty Salluce — da anni attenta alle inquietudini del presente e alle storie di migrazione (vincitrice del Premio Acquisizione Cramum Reti nel 2024) — arriva per la prima volta a Milano con una fotografia che non si limita a mostrarsi: si cuce. Il filo attraversa le immagini come segno di fraternità e responsabilità, ricomponendo fratture e comunità.
“In risonanza con la ricerca artistica di Salluce, Gaggenau propone un’inedita e pionieristica interfaccia utente che pratica la prossimità: un sensore che accoglie la presenza più che richiederla e un “sole nascente” che orienta a distanza il gesto del cucinare. Non spettacolo, ma misura, eleganza e senso profondo di un vivere finalmente più ricco nella sua essenzialità” spiega Mistral Accorsi, Brand Manager Gaggenau.
Per la prima volta l’artista cuce parti del corpo al paesaggio: il ricamo non sovrascrive, interpreta la morfologia, lavorando su collage da lei stessa realizzati. Ventagli, dorsali, costolature diventano cartografie tattili in cui corpo e paesaggio si innestano. La stampa su ecopelle non è un effetto materico: è metonimia dell’epidermide; la grana assorbe il grigio e rende l’immagine mimetica ed essenziale, quasi a chiedere di essere toccata. Così la fotografia oltrepassa sé stessa: non più superficie, ma pelle d’opera che restituisce un noi su cui il filo segna il passaggio dalla visione alla prossimità. Nel grado zero del colore — una scala di inediti grigi di Salluce che omaggia e dialoga con il nuovo lessico materico di Gaggenau (Acciaio dietro vetro fumé, il vetro antracite di Onyx e la tonalità più chiara di Sterling) — si trattengono memoria e profondità; le cuciture restano visibili e, insieme, mostrano le ragioni della loro necessità. La fotografia cucita diventa un rito laico: tiene insieme ciò che il tempo e la paura tendono a separare. Qui il paesaggio non è più sfondo, è soggetto dell’empatia. I corpi non posano davanti al mondo: vi si innestano, si conformano alla sua morfologia e ne diventano tessuto
“Il risultato è un “tutto” in cui corpo, materia e paesaggio sono strutture equivalenti: il corpo è l’involucro di noi stessi; la terra lo è del suo nucleo; l’universo, in fondo, di tutti noi”. Afferma l’artista, Betty Salluce.
L’opera si fa pratica viva dei valori olimpici e dello spirito paralimpico: amicizia come fiducia che apre all’incontro; rispetto come ascolto delle differenze e dei luoghi; eccellenza come miglioramento condiviso; il coraggio di esporsi e la determinazione nel ricucire. Ogni immagine è un varco, ogni gesto un ponte: tra intimità e collettività, memoria e desiderio. Nel medesimo ordito, il filo di Salluce e la luce discreta dell’interfaccia compiono lo stesso gesto: avvicinare senza imporre. Il comando si fa invito, il feedback visivo diventa segno; la materia, più che mostrarsi, ospita. È qui che design e arte si toccano: nella promessa di uno spazio più umano, dove ciò che è tecnico si trasforma in ospitalità e la prossimità diventa linguaggio condiviso.
“Da bambina”, spiega l’artista “durante i viaggi notturni, guardavo le colline illuminate solo dalla luna: in quelle linee riconoscevo profili umani, corpi distesi, presenze. Era un gioco dello sguardo, ma già allora era anche un modo per sentirmi parte di quel paesaggio. Anni dopo, mi sono accorta che quel gesto istintivo non mi aveva mai lasciata: è tornato nella mia ricerca artistica, trasformandosi in un modo di leggere la terra come un corpo e il corpo come terra a cui si appartiene. Per questo il paesaggio che porto nelle opere non è mai un’immagine costruita a distanza. È un paesaggio vissuto: l’ho attraversato, toccato, ascoltato, camminando a lungo nei calanchi lucani, fino a sentirne la fragilità e la memoria come qualcosa di fisico. In quel contatto nasce la necessità del filo. Il ricamo, che appartiene alla mia storia familiare e a un sapere tramandato dalle donne, per me è un atto del corpo: una pratica di connessione e di cura, ma anche una sutura che può rendere visibile la ferita. Ricamare, per me, è un atto fisico”.
“In queste opere inedite” conclude il curatore ”il ricamo diventa sinestesia: non è un’aggiunta ornamentale, ma un reale dispositivo di traduzione, capace di trasformare la visione in tatto e il paesaggio in ritmo. Il filo registra una respirazione comune – quella della terra e quella del corpo – ela rende leggibile come una trama di punti, tensioni, pause. È qui che si concentra la ricerca di Betty Salluce: nel punto esatto in cui due forme si incontrano e si trasformano, in quelle soglie fragili ma necessarie che somigliano alle cuciture. Punti di contatto è questo luogo ideale in cui il paesaggio smette di essere solo spazio e diventa presenza grazie a un noi condiviso”.
Per tutto l’anno, le opere animeranno lo showroom, trasformandolo in un viaggio-atelier dove arte e design interrogano il senso dell’empatia. Punti di contatto — Restiamo in ascolto invita a riconoscere, custodire e generare nuovi punti di contatto: tra il corpo e il paesaggio, tra il desiderio di capire e il rispetto di ciò che nell’altro resterà sempre opaco. È qui che l’empatia diventa etica: non la pretesa di sapere “com’è” essere l’altro, ma la decisione di farsi prossimi.
