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Culture
Ritoccare il Padrenostro sarebbe un peccato?

di Giacomo Costa

La discussione di questi giorni è alimentata dall’ala tradizionalista del mondo cattolico, che non approva la riforma liturgica di Papa Francesco, che comporta un ritocco al testo del Padrenostro: da “Non ci indurre in tentazione” a “Non abbandonarci alla tentazione”.

Quelli che, come me, per antica fedeltà seguono con un minimo di attenzione la vita della Chiesa, staranno provando uno strano senso di deja vu. Infatti vi fu una discussione molto simile nel 2008, quando Papa Benedetto, a cui i tradizionalisti si richiamano, autorizzò l´ introduzione di questa modifica nell´ Edizione della Conferenza Episcopale Italiana (“C.E.I.”) delle Scritture. Dunque parrebbe che questa volta quegli esponenti del movimento tradizionalista che accusano Papa Francesco di aver edulcorato la preghiera abbiano sbagliato anno e bersaglio.

Ma perché i due Papi, e i loro dotti collaboratori, hanno deciso di operare questo cambiamento? Stando alle spiegazioni che diede nel 2008 Mons. Giuseppe Betori, allora segretario della C.E.I., vi era il timore che l´ “indurre “ italiano non corrispondesse più all´ “inducere” latino: che avesse acquisito una connotazione costrittiva (in fondo come sedurre) che né in latino né nell'originale greco ha mai avuto. Se il mio fallibile senso della mia lingua madre, l'italiano, non cede miseramente proprio quì, questo timore sembra del tutto ingiustificato. Sarebbe più perspicuo osservare che “indurre” è ed è sempre stato vago e suscettibile di interpretazioni anche inquietanti, ed è da esse che la nuova traduzione vuole metterci al riparo. Infatti, proseguiva Mons. Betori, che Dio voglia costringerci alla tentazione non sarebbe teologicamente accettabile.

Vi è dunque sullo sfondo una questione teologica: come la Chiesa insegna a concepire Dio. E, stando a Mons. Betori, parrebbe che per i cattolici questa sia l´ unica. Ma ve ne è una precedente, quella esegetica (e non si dica che si pone solo per i protestanti, o i non credenti; si pone, o per lo meno dovrebbe porsi, anche per i cattolici): come intendeva questa richiesta l´autore della preghiera, Gesù di Nazareth? La questione è difficile, ma anche interessante, dato che il Padrenostro si situa alla congiunzione delle due religioni, quella ebraica, la religione in cui Gesù era nato, e quella cristiana, che dalla sua missione è scaturita. E alla congiunzione, vi è quella che lo storico  Géza Vermès ha chiamato “la religione di Gesù”, l´ insieme di credenze e dottrine che egli aveva elaborato in base alle quali egli agiva. Per un ebreo non c è niente di strano se Jahweh tende tranelli, inganna, sta a guardare con distacco qualcuno che si perde: si pensi ad esempio al suo trattamento di re Saul che sente come un rivale di cui disfarsi.

Ma questo non è l'insegnamento di Gesù, che è molto più simile a quello del cristianesimo odierno. Gesù però condivideva le aspettative apocalittiche di Giovanni Battista e altri, una consistente minoranza, ed è in questo contesto che si inquadra il Padrenostro. Dio regna solo in cielo, ma Gesù e i discepoli lo invitano, lo pregano, di affrettarsi ad estendere alla terra il Suo Regno. Essi credevano che questo sarebbe avvenuto, ma che la transizione tra i due eoni sarebbe stata contrassegnata da una crisi catastrofica. L´ avvento del Regno di Dio è desiderato, ma le terribili turbolenze da cui sarà preceduto sono temute al punto da chiedere a Dio di “risparmiarci dalla prova”. Vi è un altro senso in cui il Padrenostro è alla congiunzione tra le due religioni. Il cristianesimo origina dalla fede in Gesù risorto dalla morte in croce. La prova, in definitiva non gli fu risparmiata, anzi, egli la scelse per forzare l´ avvento del Regno. Come cristiani, dovremmo forse fare un passo oltre i due Papi, per quanto bravi, e chiedere a Dio “Aiutaci a superare la prova.”

 

 

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