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Culture
Salvatore Ferragamo e il futurismo, la mostra sulla moda degli Anni Venti

di Andrea Cianferoni

Il manifesto futurista che contamina ogni arte, anche quella manifatturiera. E una nave, mezzo di trasporto con il quale un secolo fa si attraversava l'oceano, è il simbolo della mostra "1927. Il ritorno in Italia", che si inaugura venerdì a Firenze – fino al 2 maggio 2018 - nell’anno in cui rincorre il novantesimo anniversario del ritorno del fondatore della maison Ferragamo in Italia. Il leggendario calzolaio delle dive era partito nel 1915 in cerca di fortuna negli Usa, in particolare a Hollywood, città nella quale si era stabilito per realizzare quei capolavori di scarpe che tutte le dive di Hollywood hanno calzato. Scarpe di grande classe ma soprattutto comode, e realizzate in materiali di grande innovazione per l’epoca. A cominciare dall’uso del filo di piombo per calibrare le spinte del corpo sulla scarpa. E dall’invenzione del cambrione, rinforzo dell’arco del piede. E ancora il trattamento delle pelli, davvero innovativo per l’epoca, ideato in seguito alla laurea in ingegneria chimica conseguita da Ferragamo a Berkeley, come racconta Stefania Ricci, che firma il catalogo Skira con il curatore della mostra Carlo Sisi. L’avventura di Salvatore Ferragamo inizia in Irpina, ma è a Firenze, capitale dell’artigianalità e della manifattura italiana, che prendono vita quei veri e propri capolavori da indossare realizzati con materiali di grande qualità e con un design contaminato dall’arte all’ombra del manifesto futurista degli anni venti. Un’epoca in cui il fascismo soffiava sull’autarchia, spingendo all’utilizzo dei materiali nostrani quali paglia, tipica della zona di Signa, lavorata a trecce a Prato, mentre a Fiesole si tesseva con il crine. Qualche anno dopo, nel 1937, vedrà la luce la famosa zeppa di sughero che diventerà una delle scarpe iconiche che ancora oggi viene ammirata dai visitatori del museo, che ha sede nello storico palazzo Spini Feroni di via Tornabuoni a Firenze. La mostra, che si snoda in otto sale nell’allestimento dello scenografo Maurizio Balò, racconta i fermenti artistici e culturali dell’epoca e di come influirono sulla vita e sulle opere di Salvatore Ferragamo. Così accanto alle opere di Maccari, Martini, Thayaht, Gio Ponti, Rosai, Balla, e di molti altri, si possono ammirare anche i manufatti sardi di Federico Melis, di quelli romani di Duilio Cambellotti, la casa d’artista di Balla e la casa neoclassica di Giò Ponti. Non è un caso se il primo manifesto pubblicitario di Ferragamo venga creato nel 1930 da Lucio Venna, uno dei pittori emblema del futurismo. La mostra, in definitiva, oltre a divulgare brevetti delle scarpe, fotografie, manifesti pubblicitari e altro materiale d’archivio, ha l’intento di analizzare le diverse componenti della cultura visiva degli anni Venti in Italia estraendo da questa i temi e le opere che influenzarono l’estro creativo di uno dei pionieri del Made in Italy che ancora oggi tutto il mondo ci invidia.  

 

 

 

 

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