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“Sono in ritardo di 10 minuti”. Così perdiamo 22 miliardi di euro all’anno

La puntualità, come virtù e come pregio, è stata spesso trascurata negli elogi, nei trattati di educazione, persino nei manuali di business etiquette. Eppure si tratta di una dote di grande valore, e non solo morale. Infatti il costo sociale della non puntualità potrebbe essere calcolato  in termini di PIL, con una perdita annua almeno di 1,5 punti percentuali, che corrispondono a circa 22 miliardi di euro annui. Sembra incredibile, ma è questa la conclusione a cui giunge, dopo un accurato calcolo matematico, Andrea Battista, chapter chair di YPO e autore con Marco Ongaro del saggio Elogio della puntualità.
 
Il costo sociale della non puntualità
Andrea Battista muove, con un approccio modellistico, da alcuni assunti necessari, alla luce dei quali potranno poi essere interpretati e utilizzati i risultati:
il tempo è una risorsa scarsa e il suo mancato impiego rappresenta quello che gli economisti definiscono costo-opportunità il reddito prodotto dal tempo dedicato al lavoro è una buona misura del valore del tempo medesimo
il sistema economico non sta lavorando al massimo potenziale consentito dal capitale disponibile.
 
Le variabili del modello economico
La prima questione chiave è dunque: quanto tempo impieghiamo aspettando e quanto non ne riusciamo a recuperare improvvisando attività alternative comunque a valore aggiunto (controllare la posta elettronica, leggere materiale lavorativo, ecc)? Si tratta ovviamente di una questione totalmente fattuale e non verificabile con precisione, per cui è stato preso in considerazione un valore ipotetico: ogni individuo perde in media 20 minuti a causa della non puntualità altrui e ne riesce a recuperare 10. Non esiste comunque alcun modo in cui il tempo dell’attesa possa essere impiegato produttivamente al 100%.
 
In secondo luogo, va stimato il numero di individui che partecipa attivamente alla vita lavorativa. Nel modello di Andrea Battista, vengono presi in considerazione come estremi di target la forza lavoro propriamente detta (poco oltre i 20 milioni di persone), e le persone “non nullafacenti”: i due aggregati vengono utilizzati come limite inferiore e superiore del range del valore target della variabile dipendente.
 
Altri valori fondamentali per il calcolo sono la quantità di ore lavorative per individuo (si assume che le ore giornaliere utili siano sette, e che siano tutte produttive) e il valore del tempo lavorativo (si considera che la quota di valore aggiunto destinata ai redditi da lavoro sia strutturalmente attorno al 60%, senza tener conto delle differenze a livello di reddito.
 
Fino a 44 miliardi di euro sprecati in ritardi
Determinati i range delle variabili, non resta che calcolare matematicamente il valore del tempo totale di lavoro netto sprecato, moltiplicato per la quota di valore aggiunto del fattore lavoro, per tradurlo in termini di reddito prodotto. Scopriamo così che se ciascuno di noi spreca anche solo 10 minuti netti al giorno per la non puntualità altrui, il costo in termini di benessere per il sistema economico-sociale italiano è annualmente stimabile ai valori del 2013:
- tra 1,5 e 2,6 punti percentuali di PIL
- tra circa 22 e 44 miliardi di euro annui.
Siamo nell’ordine di grandezza della tipica manovra di finanza pubblica annua, superiore al budget dei Ministeri di Giustizia o Difesa, più elevato delle spese dedicate alla ricerca scientifica. In quest’ottica, la mancanza di puntualità si può considerare addirittura “un’emergenza sociale” trascurata.

 

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