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Culture
Sul colle del poeta il fabbricar si vieta...

di Fabio Isman

 

L'Italia, per fortuna, è piena di luoghi rimasti abbastanza incontaminati; di paesaggi che hanno resistito agli assalti del moderno di basso livello, dell’industria, ma anche della scempiaggine umana. In provincia di Macerata ce n’è uno, quasi emblematico. In sé, riassume infatti tutte le caratteristiche di qualcosa da salvare a ogni costo. È tra le poche isole di verde rimaste intatte in prossimità del centro storico di una città, e nel passato ha ispirato uno tra i maggiori e più famosi poeti ma è in serio pericolo. È oggetto di non pochi attacchi: qualcuno vorrebbe stravolgerlo, demolire il poco che c’è per ricostruirlo. E, dieci anni fa, è stato perfino probabile concausa della rimozione di un paio di dirigenti. Insomma, una “cartina di tornasole” di quanto accade al paesaggio italiano, s’intende quello finora preservato e ancora assolutamente da difendere. Il luogo è a Recanati, e il poeta, manco a dirlo, Leopardi. La verde collinetta, ancora intatta, si chiama monte Tabor, ma è assai più nota come il colle dell’Infinito. Perché qui, quando era appena ventenne e già macerato, il conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro (1798-1837) scrive i suoi versi forse più famosi. Da lontano, si traguarda anche la torre del Passero solitario.

Il luogo, si diceva, è rimasto intonso. Una casa colonica con la porcilaia, il fienile e uno sgabuzzino per gli attrezzi; il resto è verde.  E proprio qui, dall’«ermo colle» che gli era «sempre caro», e oltre la «siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude», il poeta si «fingeva» la «profondissima quiete», gli «interminati spazi», e i «sovrumani silenzi» «ove per poco il cor non si spaura». Vero, dimostrato: il Comune vi ha perfino affisso una lapide con una grande iscrizione. Ma (ironia della sorte?) proprietaria del terreno è Anna Maria Dalla Casapiccola, e la vuole più grande. Intende demolire e riedificare; accorpare i volumi; un piano in più di quello, unico, attuale. Una prima proposta parlava di una “country house”, ombrelloni, sedie a sdraio con vista sull’Infinito; poi, ha corretto il tiro: solo una casa più comoda e moderna, magari per il figlio. E sono stati alti e unanimi lai, “querelle”, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato; anche qualche reazione sdegnata. In fin dei conti, Leopardi veniva proprio qui, «pien d’angoscia a rimirar» il nostro satellite: lo scrive in un altro celeberrimo componimento, Alla luna.

C’è un vincolo dei Beni culturali. Se ne cancella un altro: troppo generico. Arriva il parere contrario della Soprintendenza alla ristrutturazione. Però il Tribunale amministrativo regionale accoglie il ricorso della signora. I Beni culturali si appellano; il Consiglio di Stato dice no e prescrive: «La Soprintendenza provvederà a riattivare, in collaborazione con il Comune di Recanati e con spirito di leale interlocuzione con la parte privata, il procedimento»; esprimerà il proprio parere, ma «nei limiti delle sue attribuzioni» e dettagliando specificatamente con quali criteri potrà rilasciarne uno positivo. Se non è un permesso di costruire, poco ci manca.

Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini afferma che farà di tutto pur di tutelare il colle; dice subito dopo la sentenza: «Ho dato disposizione agli uffici perché adottino tutti gli atti necessari a ribadire il parere negativo sui progetti che incidono sull’area»; adesso, il dicastero pensa perfino a un “vincolo letterario”. Anche il sindaco è chiarissimo. Il pronipote del poeta, il conte Vanni, ricorda che già nel 1998 si era opposto, vittoriosamente, al passaggio di un elettrodotto; e combatte il «pesante restauro». Il soprintendente Stefano Gizzi osserva alcuni errori di forma (il progetto non gli è stato trasmesso per l’obbligatorio parere ambientale), dice che darà parere favorevole «solo a un mero restauro conservativo della casa colonica, tipico esempio d’edilizia minore della zona. Senza aumenti di volume; sbancamenti di terreno nella collina; resorts, o simili amenità». Antonio Paolucci, oggi direttore dei Musei vaticani, a lungo soprintendente, poi anche ministro, conosce la zona quanto pochi altri; spiega: «La costa marchigiana è stata assai distrutta, vilipesa. Ma appena la lasci, e vai all’interno, nelle valli del Conca, del Marecchia, dell’Esino, o del Tronto, tutto cambia. Ogni valle è diversa per modo di parlare e gastronomia, paesaggi e cultura. E se le città antiche sono state cinturate da orride periferie, le valli si salvano ancora: sono intonse. Proprio il colle dell’Infinito è un frammento di questo paesaggio mirabile», va tutelato a ogni costo.

Scende in campo anche la Provincia di Macerata: al Comune di Recanati, il cui piano regolatore tutela l’area forse genericamente, chiede spiegazioni; e il sindaco ricorda che il colle «è interessato da smottamenti e piccole frane», desidererebbe «un progetto di consolidamento e di rigenerazione», pronto «a studiare insieme le migliori soluzioni», e segnala che anche palazzo Antici, quello della madre di Leopardi, «è da tempo nel degrado e rischia di crollare». Un appello del “Messaggero” raccoglie in poco tempo un migliaio di firme. E Gizzi conclude: «Ci sono aspetti materiali, legati ai sensi, che ci svelano un particolare tipo di ambiente; e aspetti immateriali, correlati ad aspetti mentali, immaginari, o creativi, come in questo caso. Ho utilizzato proprio L’infinito e il colle per una conferenza sul paesaggio in Portogallo, nel 2013, alla facoltà di Lettere di Oporto».

La vicenda, tuttavia, fa drizzare le orecchie anche a qualcun altro. Francesco Scoppola, dieci anni fa, era dirigente regionale nelle Marche. Con la soprintendente di allora, Liana Lippi, si oppose alla prima richiesta di edificare: «Volevano costruire degli impianti di rottamazione». Nello stesso tempo, aveva vincolato il Conero e l’eremo di Fonte Avellana. E incappò, guarda caso, nelle “grandi purghe” di Giuliano Urbani, il ministro dei Beni culturali del tempo. Il primo cui non venne rinnovato il contratto (pur se dicono che fosse perfino già firmato) fu Adriano La Regina, detto il «signorno» per l’inflessibile coerenza, soprintendente archeologo di Roma, agosto 2004, poco dopo che era stato estromesso da sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi. Poi toccò a cinque dirigenti regionali: Franco Bocchieri a Trieste (aveva difeso le coste: lasciò il ministero con dispiacere tale da cadere malato); quelli del Molise, come Nicoletta Pietravalle (lottava contro l’eolico “selvaggio”, se ne andò in pensione), della Calabria e della Basilicata (Attilio Maurano e Gregorio Angelini accettarono di compiere un passo indietro: retrocessi a soprintendenti, hanno poi ripreso la carriera e sono oggi direttori generali nella Basilicata e in Campania), e poi, appunto, la vicenda di Scoppola. Ancora pochi mesi ed è licenziata anche Lippi, la prima a tutelare il colle dell’Infinito: era soprintendente, veniva dalla scuola e, «dieci anni dopo, è ancora senza lavoro e senza adeguata pensione», dice Scoppola.

Al quale offrono sei mesi di “incarico di studio”: l’anticamera del licenziamento. Non può rifiutare, perderebbe il posto; osserva che non è un incarico equivalente. Il ministero degli Esteri lo “salva”, incarichi a Teheran e poi a Vienna. A Urbani, succede Rocco Buttiglione. «Mi ha recuperato», dice ancora Scoppola. Ormai da sette anni, è direttore generale in Umbria. «Ma ho sempre avuto l’impressione, quella volta, di avere detto un no che a qualcuno era risultato di troppo». Come un no infinito?

E chissà che quei quindici endecasillabi sciolti del poeta di Recanati, una volta per tutte, non riescano a chiarire a chi spetti l’ultima parola sul paesaggio in Italia. Antonio Paolucci spiega: «Fra tutti i beni culturali del Paese, [il paesaggio] è quello che più è stato manomesso negli ultimi cinquant’anni. Ed è la cornice che contiene tutti gli altri beni. Si parla del Bel Paese, e si pensa a Michelangelo, Raffaello, Pompei, ma inseriti nella bellezza e nell’armonia della natura. La grande bellezza italiana sta lì. Può tutelarla soltanto un soprintendente, un funzionario che non debba rispondere ai vari poteri. I maggiori guasti sono stati causati da quelli locali: il territorio è una tra le poche loro fonti di reddito. Un museo provoca solo fastidi e costi; il territorio fa guadagnare: il Comune o la Regione, ma anche il privato che magari ti ha eletto, o potrebbe farlo».

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