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Culture

di Fabio Isman

 

 

Artedossier

C'era una volta in Italia un corpo di funzionari tecnici, che era, al mondo, tra i più apprezzati: quello dei soprintendenti, sparsi alquanto oculatamente sul territorio. E con loro, i funzionari: storici dell’arte, architetti, archeologi, e via elencando; con tutti i quadri intermedi: dai restauratori ai geometri, agli assistenti di cantiere. Erano persone assunte per concorso, che tutelavano il “Bel Paese”. Le leggi del 1939 che ne difendevano il patrimonio artistico e culturale, ci erano molto invidiate; con l’Unità, nasce «un sistema di capillare controllo territoriale con criteri uniformi assolutamente all’avanguardia in Europa, e non solo»(1). La prima embrionale struttura di tutela dello Stato italiano era nata nel 1875, per opera di Ruggiero Bonghi; e Giuseppe Fiorelli fu il primo direttore generale(2). Quella intelaiatura ha subito nel tempo fieri assalti, e ora è completamente in crisi. Non soltanto: ma quel che ne rimane vive, per mille motivi, infinite difficoltà a lavorare, a operare, a svolgere i compiti d’istituto. Nel 2001, c’è stata la riforma del Titolo V della Costituzione, che non ha certo giovato; quindi, per il paesaggio, è nato il “silenzio-assenso”; e poi si sono moltiplicati i burocrati, alla faccia del dicastero tecnico-scientifico cui pensava Giovanni Spadolini, quando lo fece nascere nel 1975.

Ormai da decenni, non si indicono più i concorsi. I dipendenti del ministero dei Beni culturali se ne vanno per anzianità, e non vengono sostituiti. I ruoli dei custodi e delle funzioni intermedie sono abbondantemente deficitari: in alcune aree geografiche e settori dell’amministrazione manca perfino il quaranta per cento del personale previsto. E non basta: nel nome della legge sulla cosiddetta “spending review” si prevede pure il rientro alle amministrazioni originarie di quattordici dirigenti comandati al ministero, anche se, dicono i sindacati, in «nessuna fase della procedura di tagli all’organico la legge fa riferimento al personale comandato», e, come racconta Claudio Calcara della Cisl, «da numerosi istituti, tra cui il Polo museale romano, l’Archivio di Stato di Belluno o il Polo fiorentino, si evidenzia l’impossibilità di continuare a offrire all’utenza un servizio minimo ordinario» senza queste persone. Ma nelle fasce inferiori le carenze sono ancora maggiori: secondo i calcoli dello stesso ministero, almeno 560 unità.


Inoltre c’è una grave penuria di fondi, anche soltanto per far funzionare gli uffici e i musei: quelli per le spese di manutenzione, ordinaria e straordinaria, spesso sono stati non solo ridotti, ma perfino azzerati; una denuncia arriva dai musei di Lucca, e riguarda tutto: dalle pulizie, alle revisioni periodiche degli impianti, dagli ascensori in giù. Per giunta, chi resta, o almeno ci prova, deve fare i conti con incredibili difficoltà, anche burocratiche.
C’è una vicenda da raccontare, assolutamente esemplare: quella delle “missioni”. Non si tratta di viaggi di piacere: parecchie soprintendenze hanno competenza su un’intera regione; esistono cantieri e lavori (spesso pubblici, e importanti) da seguire e controllare, magari in aperta campagna. Come la posa di reti idriche; campi di pale eoliche o di impianti fotovoltaici; la costruzione di metanodotti; gli scavi di varia natura; per non dire poi della scoperta di tombe o di nuove aree archeologiche, magari sui cocuzzoli collinari.


Già due anni fa, le missioni con l’automobile privata erano state limitate a due al mese (è un nuovo istituto: la tutela a singhiozzo; se si scopre una tomba quando le due missioni del mese sono state già effettuate, si controllerà il mese dopo), mentre quelle con la vettura di servizio erano da tempo già scomparse. Queste trasferte sono pagate nemmeno trenta centesimi al chilometro; e i rimborsi arrivano, di solito, dopo un anno. Qualche soprintendenza aveva protestato per questa decisione, che seguiva una circolare della Corte dei Conti: per l’uso del mezzo proprio, prevedeva rimborsi alquanto iniqui, «un “ristoro” calcolato sulla base delle tariffe dei mezzi pubblici; non c’è alcuna proporzione con le spese dei dipendenti per espletare le proprie funzioni».


S’intende che parliamo di missioni tutte debitamente autorizzate dal soprintendente, che ne approva le motivazioni e il percorso. Ma adesso è scaduta l’assicurazione che copriva, appunto, i viaggi con i veicoli privati; e le missioni con l’auto dei dipendenti non sono più autorizzate. «Bisognerebbe viaggiare soltanto con i mezzi pubblici», spiega Sandra Gatti della Soprintendenza archeologica del Lazio. Poi, aggiunge: come andare nel Reatino, se non esiste treno? Per arrivare a Sora, occorrono almeno tre ore: in treno fino a Frosinone, poi un autobus. Ma non basta: le pale eoliche, per esempio, mica le mettono a sventolare nelle piazze dei paesi; e anche le tombe, di solito, si trovano in campagna, «la villa di Traiano è a venticinque chilometri da Arcinazzo»: come raggiungere questi luoghi con i mezzi pubblici? Per carità, non pensiamo a servizi di taxi gratuito, magari da parte delle imprese incaricate dei lavori: sarebbe abbastanza poco commendevole. Probabilmente, è nata una nuova forma di tutela: quella a distanza; anche se sembra, francamente, un assurdo.


Ma tenetevi forte, perché il grottesco deve ancora arrivare. Dopo quattro anni, la Ragioneria regionale, nel Lazio, ha da eccepire su queste trasferte. Ha calcolato le distanze sulla base delle tabelle dell’Automobile club: qui vengono imputati quattro chilometri in eccesso, qui addirittura trentacinque dei duecentottanta che il funzionario afferma di aver percorso (ma quanto sarà costato eseguire questi conteggi, operare questi rilievi, magari per risparmiare, in tutto, due chilometri in un viaggio di duecento?). La Ragioneria scrive alla direzione regionale dei Beni culturali, che impone al malcapitato dipendente di rimborsare entro trenta giorni: chi qualche decina di euro, chi addirittura quasi un migliaio. Per una trasferta, un euro e dieci centesimi; per un’altra, sei e trentacinque.


Non solo: ma senza che nessuno ne avesse precisato l’obbligo, e magari rimborsando perfino il biglietto autostradale, la Ragioneria spiega che la distanza deve essere la più breve: non prevede, appunto, le autostrade. E se sulla Pontina si compiono meno chilometri, ma ci si impiega un’ora di più che non sull’Autosole? Anche qui, sono contestazioni. Se un funzionario va in una città, magari ne approfitta per sistemare faccende diverse, si intende sempre d’ufficio: va a controllare un lavoro in corso, e poi fa un salto al museo, o a uno scavo, che pure sono sotto la sua competenza. Ma questo le tabelle Aci non lo valutano; e qualcuno dovrebbe spiegarlo alla Ragioneria: l’Aci non è certamente composta da storici dell’arte, architetti, o archeologi. Affermano i sindacati: «Il più delle volte, i siti oggetto di tutela non sono individuati nelle mappe topografiche; di solito, sono privi del numero civico, e per questo non possono essere individuati puntualmente attraverso gli strumenti informatici, che ne certificano le distanze. Per questo vengono indicate nei documenti contabili quelle effettivamente percorse». Parrebbe logico; ma, evidentemente, non a tutti.


Qui, siamo allo Stato che contraddice se stesso. Uno va dal soprintendente; gli sottopone un modulo con la trasferta che deve compiere; indica anche l’autostrada. E il dirigente firma, approva, autorizza. Nessuno prevede l’adozione delle tabelle di un ente, per conteggiare la distanza. Al ritorno, il dipendente compila un altro modulo: le spese sostenute, l’itinerario percorso, i chilometri coperti. Lo spedisce alla direzione regionale, che non fa osservazioni, e rimborsa. Anni dopo, invece, no: avevano torto il soprintendente ad autorizzare, la direzione regionale a pagare. Un po’ kafkiano, vero? Ma, soprattutto, sembra una Santa Inquisizione, il dipendente pubblico trattato da imbroglioncello; e che della qualità del lavoro di questi signori, ma anche della loro produttività, allo Stato interessi davvero poco. Per non dire della tutela: perché, è palese, questa non interessa (più) nulla a nessuno. C’era una volta il Bel Paese, di cui scrivevano ammirati migliaia e migliaia di Grandtouristi...
 

(1) S. Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino 2002, p. 28.
(2) M. Serio, Istituzioni politiche per i Beni culturali, materiali per una storia, presentazione di A. Emiliani, introduzione di G. Melis, Bologna 2004.

Tags:
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