Con la fine del lungo ponte primaverile, iniziato con le festivita’ pasquali e terminato con le vacanze per il Primo maggio, per oltre 15 milioni di italiani si presenta il rientro che, per molti, è un momento di ansia e depressione. Cresce l’ansia di organizzare e pianificare ogni aspetto del ritorno, chiamato dagli esperti ‘post vacation blues’, letteralmente la tristezza post-vacanza. Ad amplificare tale percezione si presentano le troppe commissioni accumulate nei mesi precedenti e tutte da sbrigare durante gli ultimi momenti liberi e i lunghi viaggi per tornare a casa. Il tutto appesantito dalle situazioni contingenti, come la crisi economica generale e la mancanza di lavoro, e l’ansia si fa sentire con maggiore importanza quando la tensione torna ad essere alta.
“La fase del rientro risulta talvolta insidiosa e la ripresa lavorativa, oltre che delle abitudini quotidiane, puo’ generare disagio. Alcuni studi suggeriscono che addirittura sia il 50% dei vacanzieri a soffrirne – spiega l’esperto di ansia Michele Cucchi Direttore Sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano ed autore del libro ‘Vincere l’ansia con l’intelligenza emotiva’ – La sintomatologia puo’ essere caratterizzata da senso di stanchezza, difficolta’ di concentrazione, mal di testa, sensazione di stordimento, confusione e non presenza, come vivere all’interno di una bolla, attivazione neurofisiologica con tachicardia, ipersudorazione, dolori muscolari, oltre che sintomi a maggior connotazione affettiva come perdita di entusiasmo, irritabilita’, rimugino e chiusura relazionale”.
L’esperto rassicura anche chi si domanda il perché di tale spiacevole sensazione: “Per alcune persone la vacanza significa annullare l’inerzia dell’abitudine, quella che ci porta a fare tante cose in modo automatico, senza che siano veramente frutto di una scelta, potremmo dire quasi in modo schizofrenico ci troviamo immersi in un’operativita’ che e’ una specie di trance agonistica: sempre di corsa, intossicati da mail e continui impegni, anche la vita extra lavorativa puo’ essere assorbita da questo vortice e diventare una sequenza di eventi e impegni da mantenere faticosamente. Al rientro dalla vacanze possono sorgere spontanee domande come: “ ma perché faccio tutto questo? Che senso ha? Lo voglio veramente? Nono esiste un modo alternativo per gestirmi queste cose?”. Quindi il problema e’ che si mettono in discussione quelle abitudini che non sono il consolidamento di comportamenti adattivi, come dovrebbero essere le abitudini appunto, ma il frutto di una vita forse troppo freneticamente all’inseguimento di aspettative e ritmi piu’ subiti che voluti”.
Michele Cucchi pone poi l’accento sull’aspetto fisico e cerebrale del malessere da rientro: “I sintomi pero’ hanno una dimensione fisica oltre che psicologica. Non e’ solo un problema di vissuto e di atteggiamento mentale, ma anche di “omeostasi cerebrale”. E’ come se il nostro cervello avesse dimenticato alcuni schemi che riproduceva “a memoria” consentendoci efficienza e velocita’, e va in panne momentaneamente nel tentativo di ritrovarli. Esistono caratteristiche individuali che rendono alcuni soggetti piu’ sensibili di altri a questa sindrome: le persone che vivono di regolarita’, di routine, che non amano le novita’, si sentiranno bene nel tornare ai vecchi ritmi e abitudini, che sono il rifugio da ansia e insicurezza. Sono i tipi che potremmo definire dei “diesel”, che si trovano bene alla velocita’ di crociera, e anzi a volte si sentono in colpa per essersi allontanati da doveri e responsabilita’. Le persone invece meno organizzate, ambiziose, competitive, tendono a risentirne maggiormente. Questi invece sono “motori da corsa”, vivono di sprint, non di costanza, e fanno fatica a tornare al concetto di abitudine”.
Ma non c’e’ da preoccuparsi, perché secondo lo psichiatra: “Il post vacation blues e’ un passaggio fisiologico che se ne va in pochi giorni. Il nostro organismo e’ infatti progettato con la straordinaria capacita’ di adattarsi al cambiamento, anche se talvolta qualcosa va storto e ne deriva un disagio, tecnicamente chiamato sindrome da adattamento. Talvolta il problema puo’ permanere, o perché si innesta su un disagio psicologico piu’ profondo, in cui la parentesi vacanza ha solo amplificato il problema che spesso sta nel vivere una vita troppo lontana dal proprio reale modo di essere, o perché la difficolta’ di adattamento si e’ trasformata in uno squilibrio del sistema ormonale deputato a reagire allo stress. In questi casi puo’ avere senso chiedere un supporto ad uno specialista”.



