Negli ultimi anni la tutela dei minori e il libero accesso alle piattaforme virtuali hanno finito per scontrarsi sempre più spesso, tanto da arrivare ad essere oggetto di leggi o di discussione nelle sedi legali e parlamentari di tutto il mondo. Dopo quanto accaduto di recente in Regno Unito, in Francia e in Nuova Zelanda, infatti, si è cercato anche in Italia di porre un freno allo sdoganamento dei social media fra i più piccoli. Alcuni genitori, insieme al Codacons, all’Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, Finanziari, Postali e Assicurativi (Adusbef) e all’Associazione Utenti Radiotelevisivi (Assourt), avevano chiesto formalmente a Meta, la società statunitense di Mark Zuckerberg che controlla Instagram e Facebook, di rafforzare i controlli sugli account, arrivando a domandare l’eliminazione dei profili utilizzati dai bambini sotto i 14 anni.
Tuttavia, la necessità di proteggere i propri figli da contenuti, dinamiche e strumenti pensati per un pubblico adulto sembra essersi scontrata con un ostacolo procedurale dal momento che sarebbe emerso un difetto di giurisdizione.
Prima del merito, c’è da stabilire chi può giudicare

La class action contro il colosso americano, dunque, si è arrestata ancor prima di cominciare. Secondo il Tribunale di Roma, il motivo è legato alla sede europea di Meta, che si trova in Irlanda. Perciò, in base al provvedimento, la controversia non può essere esaminata da un magistrato italiano nei termini proposti dai ricorrenti, non entrando di fatto nel merito. A tal proposito, nel corso del procedimento la difesa di Instagram ha chiamato in causa l’articolo 82 del Digital Services Act (DSA), il regolamento dell’Unione europea che disciplina gli obblighi delle varie piattaforme e in base al quale, per servizi digitali utilizzati contemporaneamente in diversi Paesi, bisogna tenere in considerazione le normative comunitarie per l’individuazione di un giudice che possa occuparsi del caso.
Oltre al “danno”, però, ci sarebbe persino la “beffa”. Se da un lato l’istanza delle famiglie in merito all’efficacia della vigilanza, alla facilità con cui i limiti anagrafici possono essere aggirati e alle eventuali responsabilità del gruppo di Zuckerberg è rimasta inascoltata, almeno per adesso, dall’altro toccherà a loro provvedere al pagamento delle spese legali per una cifra di oltre 10mila euro. E così, mentre si cerca di capire come impedire ad un bambino di aggirarsi liberamente per la rete, con il rischio, tra l’altro, di esporsi a numerosi pericoli, al di là del pagamento, la questione rimane irrisolta, non decretando chi abbia torto o ragione, ma mettendo in discussione chi abbia il diritto di stabilirlo.


