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Economia
11° Rapporto di Intesa sui distretti industriali: vince il modello di filiera

Fatturato in crescita del 7,7% nel biennio 2017-2018 con una crescita, dal 2008 a oggi, di 5 punti percentuali superiore alle aree non distrettuali. Migliore è anche la produttività del lavoro (+10%) grazie alle filiere di prossimità che si confermano fattore competitivo con una distanza fornitori-committenti inferiore rispetto ai non distretti (mediamente 100 km contro 118). L’adozione di tecnologie 4.0 è altresì favorita; mentre è in sofferenza il reperimento di competenze, soprattutto digitali.

Il Rapporto annuale sull’economia e finanza dei distretti industriali è un’indagine che la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo dedica all’evoluzione economica e finanziaria delle imprese distrettuali. Alla sua undicesima edizione, il Rapporto indaga i bilanci aziendali degli anni 2008-17 di quasi 20.000 imprese appartenenti a 156 distretti industriali e di oltre 62.000 imprese non-distrettuali attive negli stessi settori di specializzazione, per un totale di circa 82.200 realtà, con un fatturato aggregato pari a 765 miliardi, di cui 236 miliardi riferiti a imprese distrettuali. L’analisi si sofferma, inoltre, sui cambiamenti strutturali che stanno interessando il tessuto produttivo distrettuale.

A presentarlo nella sede milanese di Intesa Sanpaolo sono stati il Chief Economist Gregorio De Felice e il Responsabile della Ricerca Industry & Banking Fabrizio Guelpa.

Ad Affaritaliani.it Gregorio De Felice ha commentato: “Negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di un capitalismo di territorio, o capitalismo di filiera, laddove una miriade di piccole e piccolissime imprese interagiscono riuscendo a ottenere ottimi risultati soprattutto nell’export”. Il riunirsi in distretti risulta dunque un fattore di vantaggio competitivo perché, ha continuato De Felice, “all’interno dei distretti vi sono tutti gli elementi che permettono di innovare, di accrescere la qualità dei prodotti e di farlo in modo sostenibile”. D’altro canto, un punto ancora da attenzionare rimane quello del reperimento di competenze per l’Industria 4.0: “Come per il resto dell’economia italiana, anche nei distretti c’è un problema di incontro tra domanda e offerta. Stiamo andando sempre più verso un’economia digitale, ma mancano le persone che possano far fruttare gli investimenti in questo senso. L’assurdo è che le imprese sono costrette ad assumere all’estero perché in Italia persiste un ritardo del sistema formativo, tuttora scollegato dall’industria”. Tra le professioni più richieste dal mondo produttivo e meno disponibili sul mercato, fa sapere De Felice, “i data scientist e gli esperti in Ict”.

Nel presentare i dati dell’indagine, il Chief Economist ha ricordato lo scenario internazionale in cui ci muoviamo: “Molto più complesso rispetto al passato, per il comparire di variabili politiche difficili da prevedere”. De Felice fa riferimento al rischio protezionismo, alla guerra commerciale Cina-USA – che un domani potrebbe riguardare l’Europa –, alla Brexit e alle imminenti elezioni europee: “Potenziali fattori di accelerazione o freno alla crescita”.

All’interno di tale scenario De Felice ha concluso ponendo l’accento sul capitalismo di filiera, vera leva per far ripartire il sistema Paese rafforzandone la crescita. Ma, mette in guardia il Chief Economist di Intesa Sanpaolo, “perché tale modello funzioni occorre puntare su alcuni fattori: investimenti materiali e immateriali e creazione di startup con focus sul capitale umano”.

11° Rapporto Intesa Sanpaolo: fatturato e produttività nei distretti

Nel 2017 i distretti hanno continuato a mostrare performance di crescita del fatturato migliori rispetto alle aree non distrettuali (+4,3% a prezzi correnti vs +4%). Nel decennio 2008-17 il differenziale di crescita ha così superato i 5 punti percentuali. Nel 2018 la crescita del fatturato dei distretti è proseguita (+3,4%), seppure a ritmi più contenuti a causa della brusca frenata del ciclo economico nella seconda parte dell’anno. La produttività del lavoro è salita nel 2017 a 56 mila euro per addetto, il 10% in più rispetto alle aree non distrettuali specializzate negli stessi settori dei distretti. I risultati sono trainati anche da numerose imprese “champion” che guidano con successo le filiere presenti nei territori.

11° Rapporto Intesa Sanpaolo: le eccellenze distrettuali

Sul territorio italiano sono molte le aree di eccellenza distrettuale. Ordinando i distretti industriali oggetto dell’analisi per performance di crescita e reddituale, è possibile ricavare una classifica dei 20 distretti migliori. Prevalgono i distretti del Nord-Est e del Nord-Ovest. Il Centro e il Mezzogiorno sono presenti con due distretti ciascuno. Tutte le principali filiere produttive sono rappresentate, anche se emerge una prevalenza dei distretti dell’Agro-alimentare e soprattutto della Metalmeccanica. Ai primi tre posti: la Gomma del Sebino bergamasco, la Pelletteria e Calzature di Firenze e i Dolci di Alba e Cuneo. In salita la Meccatronica di Reggio Emilia, mentre a calare è il distretto dell’occhialeria di Belluno.

11° Rapporto Intesa Sanpaolo: tendenze

Si conferma il ruolo delle filiere di prossimità come fattore competitivo nei distretti: i fornitori sono molto più vicini ai committenti di quanto avviene altrove (100 km vs 118), con valori minimi di 56 chilometri nei distretti orafi. Questi risultati sono stati ottenuti costruendo un originale database contenente 7 milioni di transazioni tra le imprese distrettuali e i loro fornitori.

I distretti continuano a offrire vantaggi localizzativi, percepiti soprattutto dalle imprese più piccole. Il legame con il territorio appare comunque importante anche per i soggetti più grandi, che considerano il distretto un luogo che agevola i processi di innovazione (44% dei casi) e di internazionalizzazione (42%). La vicinanza favorisce inoltre l’adozione di tecnologie 4.0, già oggi diffuse nei distretti, soprattutto in quelli specializzati nella meccanica (38% vs 30%). L’innovazione è oggi realizzata anche tramite una interazione con le startup e le PMI innovative. Benché queste siano concentrate soprattutto nei grandi centri urbani, vi è una buona presenza anche nei territori distrettuali (nei distretti 8,4 ogni 1.000 società di capitale attive vs 9,5 nelle aree non distrettuali).

I vantaggi delle filiere integrate sul territorio, punto di forza dei distretti tradizionali, si stanno affermando anche in altre specializzazioni meno tipiche del mondo distrettuale: ne sono prova lo sviluppo del comparto della cosmetica in Lombardia e l’emergere di veri e propri distretti della componentistica auto nell’area torinese e nel bresciano.

I distretti sono stati rinnovati anche dalla crescente presenza di capitali esteri nelle compagini societarie: il 43% degli ingressi è stato effettuato dopo il 2001, contro il 30% circa nelle aree non distrettuali, con punte sopra il 63% nel caso degli investitori francesi e una quota elevata anche per quelli tedeschi (44%). I tedeschi hanno una buona presenza sui territori distrettuali con investimenti greenfield e i francesi con un’alta partecipazione nel settore moda.

Il 76% delle imprese distrettuali è guidato da board composti da amministratori nati esclusivamente nella regione di operatività delle aziende. La varietà culturale della governance è quindi meno accentuata che altrove, costituendo un ostacolo all’ingresso in azienda di manager con competenze trasversali e con esperienza in ambito internazionale.

Il tema delle competenze non riguarda soltanto la governance. Più in generale, le imprese distrettuali faticano a trovare operai specializzati e addetti con competenze in tecnologie 4.0 (nel 78% dei casi, contro il 71% dei casi al di fuori dei distretti). Il superamento di queste criticità passa anche attraverso una rivisitazione dei canali di recruiting nei distretti, molto ancorati a procedure informali (in circa tre quarti delle imprese) e poco orientati a canali formali che utilizzano le agenzie interinali, gli istituti tecnici e professionali, gli istituti tecnici superiori e l’università.

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