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Deutsche Bank, Commerz, Bnp e CA. I problemi di Draghi stanno in Francia e Germania

Deutsche Bank, Commerz, Bnp e CA. I problemi di Draghi stanno in Francia e Germania
draghi merkel 800

Mentre in Italia le principali banche, anche in vista dell’asset quality review e degli stress test della Bce, si preparano a chiedere oltre 11 miliardi di mezzi freschi al mercato e intanto studiano come procedere con le cessioni di sempre più corposi pacchetti di crediti non performanti (ancora da ristrutturare o già in sofferenza che siano) che sembrano piacere molto a operatori di private equity come KKR, Blackstone, ma anche a gestori come Lone Star o Pimco, come stanno messe le loro concorrenti europee?

Come in Italia, anche in Francia e Germania le banche hanno cercato di condizionare (in buona misura riuscendovi) i rispettivi governi perché si opponessero a richieste “eccessive” in tema di rafforzamento patrimoniale, motivando la propria opposizione col rischio che, in un momento di riduzione del credito (“credit cruch”) provocato da uno scenario macroeconomico che solo ora va parzialmente schiarendosi e da una politica di repressione fiscale che se non aumenta di certo stenta ad allentare la presa, varare robusti aumenti di capitale avrebbe potuto mettere a rischio il controllo della proprietà degli istituti stessi. 

Sottinteso, questo avrebbe potuto a sua volta mettere a rischio la sottoscrizione delle centinaia di miliardi di euro di titoli di stato che i principali paesi europei continuano ad emettere ogni anno. Risultato: nonostante le banche europee abbiano aumentato di 80 miliardi di euro i loro capitali lo scorso anno (mentre quest’anno sono previsti altri 60 miliardi o più di aumenti) lo stesso Mario Draghi, presidente della Bce, ha più volte messo in guardia circa la possibilità che alcuni istituti del Vecchio Continente non riescano a superare l’esame (che prevede che le banche superino i test con un coefficiente di capital equity Tier 1 dell’8% nello “scenario base” e non inferiore al 5,5% nello “scenario avverso”), nonostante sulla carta la quasi totalità degli istituti europei (e italiani) presentino già ora indici in linea con tali indicazioni.

Sorvegliati speciali risultano al momento, secondo quanto emerge dai report redatti dagli analisti delle maggiori banche d’affari, la tedesca Deutsche Bank, la spagnola Banco Santander e la francese Bnp Paribas (oltre alle britanniche Barclays e Hsbc). Sotto esame, rispetto agli stress test già effettuati nel 2009, è soprattutto la qualità del capitale, giudicata dagli analisti ancora debole se paragonata ai criteri adottati dalla Federal Reserve per validare le richieste di liberazione del capitale da parte delle 25 maggiori banche americane lo scorso marzo. Un test certamente severo visto che è stato fallito da Citigroup e dalle controllate americane di Royal Bank of Scotland, Hsbc e Banco Santander, oltre ad essere stato superato da Goldman Sachs e Bank of America solo dopo l’introduzione di correttivi agli originali piani relativi a buy-back e distribuzione di dividendi.

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Sedute su 30,9 triliardi di euro di crediti, in calo rispetto ai picchi toccati prima della crisi finanziaria del 2008-2009 in particolare a seguito della “stretta” in Spagna e Italia ma ancora quasi 3 volte il Pil europeo (contro un rapporto all’incirca di uno a uno per le banche statunitensi), le banche Ue stanno valutando le istruzioni diramate di recente dalla Bce in tema di linee guida dell’Aqr e degli stress test e non si escludono sorprese come già accaduto in casa Mps. Guardando ai singoli Paesi, le banche più a rischio appaiono ancora oggi quelle francesi, a causa del peso delle attività di trading e dell’esposizione ai derivati, con Credit Agricole (95,8 miliardi di asset a rischio un anno fa) Bnp Paribas (73,7 miliardi) e Societe Generale (53,4 miliardi) che risultavano, secondo la società di consulenza Value4Risk, possedere più asset “a rischio” di Jp Morgan, Bank of America e Citigroup messe assieme.

Anche la Germania non se la passa bene: con 86,5 miliardi di asset “a rischio” Deutsche Bank dodici mesi or sono era la seconda banca “sistemica” più rischiosa d’Europa, mentre la più piccola Commerzbank (14,7 miliardi di capitalizzazione contro i 32,55 miliardi di Deutsche Bank) risultava possederne per 30,4 miliardi, una cifra analoga a quanto veniva indicato per Unicredit (31,9 miliardi) e ben superiore ai crediti rischiosi di Intesa Sanpaolo (stimati pari a 33,6 miliardi). Così, visto che negli ultimi 12 mesi le cose sul fronte dei rischi non sono particolarmente migliorate, non stupisce che proprio le banche francesi (e tedesche) siano tra le più impegnate nella politica di dismissione di asset a rischio o non più strategici e nella ridefinizione del perimetro di attività e mercati, prima e più che in operazioni di ulteriore ricapitalizzazione. 

Dal canto suo Credit Agricole col nuovo piano strategico 2014-2016 (che prevede un utile netto superiore ai 4 miliardi di euro a fine triennio rispetto ai 2,51 miliardi del 2013) ha già messo nero su bianco di volersi concentrare su tre principali business (retail banking, asset management e insurance) in due soli principali mercati (Francia e Italia), mentre Bnp Paribas finora si è concentrata in un’opera di “pulizia del bilancio” delle controllate estere come l’italiana Bnl ma non ha rinunciato a qualche “colpo” come l’acquisizione da Rabobank del gruppo polacco Bank Gospodarki Zywnosciowej (Bgz) per circa un miliardo di euro a fine 2013, al contrario di Societe Generale (che nel 2008 pur incassando 4,9 miliardi di euro di perdita per le speculazioni del trader Jerome Kerviel chiuse l’esercizio con un utile di 678 milioni di euro) che ha appena ceduto le proprie attività di private banking in Asia all’istituto di credito di Singapore Dbs per 220 milioni di dollari.

Ci sono poi alcuni “grandi malati” come l’austriaca Hypo Bank che ancora stentano a riprendersi dai colpi inferti dalla crisi del 2008-2009. A quattro anni dalla nazionalizzazione scattata per impedirne il collasso, 5,5 miliardi di euro di aiuti pubblici e una drastica “cura dimagrante” che ha finito col far porre sul mercato anche la controllata italiana (una trentina di sportelli in tutto), il gruppo ha perso ancora nel 2013 quasi 1,9 miliardi. Per colpa di Hypo il rapporto debito/Pil di Vienna è balzato a livelli quasi da “PIIGS”, arrivando al 74,5% a fine 2013 dal 60,7% di fine 2008. Insomma: le banche italiane hanno certamente dei problemi, ma stanno in fin troppo buona compagnia (si fa per dire).
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Luca Spoldi