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Alesina e la globalizzazione

Alesina e  la globalizzazione
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L’economista tace sull’impoverimento dell’Occidente

Due giorni fa Alberto Alesina ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera, “Le virtù dell’era globale”, pro – globalizzazione il che non sorprende affatto essendo Alesina un economista professore all’Università di Harvard oltre che collaboratore del giornale milanese.

Le sue sono infatti tesi tipicamente accademiche, non prive di un certo superficiale fascino o meglio dire fascinazione fatta di visioni future di un mondo senza confini, pacificato, universale, dove il commercio libero regna e produce incommensurabile e progressiva ricchezza per tutti.

Insomma un sogno filosoficamente kantiano, economicamente globalista (non strettamente liberista tout court, si badi).

La sua analisi parte naturalmente dall’elezione dell’anomalo (indubbiamente) repubblicano Donald Trump che attacca perché, appunto, contro la globalizzazione. Alesina cita i dati sulla crescita mondiale e sull’uscita dalla povertà per tanti abitanti del nostro pianeta.

Ad esempio parla del caso della Cina che ha un Pil del 7 – 8 % l’anno grazie alle meraviglie della globalizzazione e ci dice inoltre che se non ci fosse essa, sempre lei, la globalizzazione, avremo molti più migranti verso l’Occidente, smentendo così, intrinsecamente, l’ipotesi di una rilevante migrazione da fuga delle guerre.

Tutto plausibile.

Ma Alesina colpevolmente sorvola un punto fondamentale che è poi quello che ha fatto le fortune elettorali di Trump e dei populisti europei tra cui in Italia la Lega e i Cinque Stelle , ma anche della sinistra estrema: la globalizzazione crea ricchezza ma nei Paesi non sviluppati e per i padroni delle multinazionali non per la popolazione occidentale che invece si impoverisce in termini di posti di lavoro che prendono il volo e di diritti dei lavoratori compressi e conculcati dal dumping sui salari.

Un particolare non da poco che da solo però fa capire che la strada giusta è proprio quella di recuperare il lavoro in casa propria e anche i diritti dei lavoratori.

Cosa che ha iniziato, come da promessa elettorale, già a fare Trump mentre da noi i discorsi sulla globalizzazione cominciano a far infuriar veramente chi è disoccupato.

Trump ha convocato i capi delle industrie automobilistiche minacciandoli di dazi se non avessero riportato la produzione negli Usa, cosa che prontamente hanno promesso, compreso l’ex amicone dell’ex presidente Obama Marchionne che a proposito c’ha sfilato la Fiat dall’Italia per disseminarla nel mondo (e pagarvi le tasse) dopo aver preso per decenni pubblici incentivi.