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Economia
Portafoglio/ Alimentare: la borsa prende gusto: nuove Ipo, ma i big latitano

Luca Spoldi

Se c’è una cosa per cui l’Italia è famosa nel mondo, assieme al suo stile e ai suoi monumenti e opere d’arte, è la sua gastronomia. Il settore alimentare è però ancora poco rappresentato a Piazza Affari e se togliamo Parmalat (latte e merendine, 4,55 miliardi di capitalizzazione), che ormai di italiano ha solo più il nome dopo essere stata acquistata dalla francese Lactis (salito all’83,33% del capitale dopo l’Opa dell’estate del 2011), chi volesse scommettere sulle produzioni tipiche del Belpaese per ora non potrebbe che limitarsi a Campari (bevande alcoliche e analcoliche, 3,63 miliardi di capitalizzazione), o ripiegare su La Doria (conserve e biscotti, poco meno di 190 milioni di euro di capitalizzazione), Centrale del Latte Torino (meno di 40 milioni di capitalizzazione), Bioera (alimenti biologici vegetali, una quindicina di milioni di capitalizzazione), Arena (surgelati, scarsi 10 milioni di euro di capitalizzazione).

L’importanza del settore sembra essere stata capita di più dagli operatori di private equity e dai grandi gruppi dell’industria alimentare mondiale: non sarà un caso se Pernigotti (cioccolateria) è finito dal gruppo Aversa ai turchi di Toksoz, la storica pasticceria Cova, in Via Montenapoleone a Milano, è passato ai francesi di Lvmh, Casanova - La Ripintura, azienda vitivinicola della zona del Chianti Gallo Nero Docg, è stata acquistata da un imprenditore cinese di Hong Kong, gli spumanti di Gacia sono finiti nel portafoglio del magnate russo della vodka Rustam Tariko.

Prima ancora avevano cambiato bandiera il riso Scotti (passato agli spagnoli di Ebro Foods), gli oli della Bertolli (prima all’Unilever poi a Deoleo, ora al private equity britannico Cvc), i dadi Knorr della Star (finita alla spagnola Gallina Blanca), i salumi Fiorucci (la spagnola Campofrio), la birra Peroni (da tempo di proprietà della sudafricana-statuntense SabMiller), per non dire dei formaggi di Galbani (passati dall’Ifil a Lactalis, che già aveva rilevato da Nestlè e Kraft i marchi italiani Locatelli e Invernizzi) o del “portafoglio” di marchi tricolori su cui ha messo le mani già dalla fine degli anni Ottanta la svizzera Nestlè  (Buitoni, Perugina, Antica Gelateria del Corso e San Pellegrino). Il tutto per un controvalore di oltre 10 miliardi di euro secondo calcoli di Coldiretti che rischiano di dover essere aggiornati al rialzo nei prossimi anni.

Il ritrovato interesse per gli asset italiani e le buone performance di Piazza Affari stanno però indirizzando nuovamente imprenditori e investitori finanziari verso il listino italiano come possibile “way out” o fonte di finanziamento, tanto più importante in quanto la ristrutturazione in corso del sistema bancario non pare poter riportare ad un allargamento del credito come prima della crisi mondiale del 2007-2009. La prima ad  affacciarsi sul listino è stata la piccola Agronomia Srl, che produce e commercializza insalate confezionate in Italia e all’estero, sbarcata martedì scorso sull’Aim dopo aver raccolto 7,2 milioni di euro (di cui un milione mediante un bond convertibile) con un flottante del 19,22% ed una capitalizzazione di circa 31,5 milioni di euro (collocato a 1 euro per azione il titolo oscilla al momento a poco più di 98 centesimi).

Entro fine anno, probabilmente in novembre, dovrebbe invece debuttare la trevigiana Massimo Zanetti Beverage Group, cui fa capo, tra gli altri, il marchio Caffè Segafredo grazie al quale è il secondo produttore italiano di caffè alle spalle di Lavazza. Il gruppo, che realizza il 90% del proprio giro d’affari all’estero, fattura attorno al miliardo di euro l’anno con un Ebtida di oltre 63 milioni e secondo gli esperti potrebbe arrivare a capitalizzare attorno al miliardo di euro, collocando una quota attorno al 40% del capitale. Niente da fare, per ora, per i “campioni nazionali”: l’ipotesi borsa non alletta né i Ferrero, né i Barilla né i Lavazza e neppure il gruppo Illy, che nel frattempo (nel 2011) ha messo un piedino nelle gelaterie Grom diventando socio al 5% della società torinese fondata nel 2002 da Federico Grom e Guido Martinetti (entrambi soci al 45,24%, mentre la giapponese Kabushikigaisha Lemongas Fukuoka ha un 4,52%).
 

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