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Economia
L'articolo 18 in cambio di più flessibilità. Ma non basterà

Di Adriana Santacroce
@adrisantacroce

Facile promettere. Il difficile é mantenere. Lo sa bene il Premier, che hanno definito in molti malato di "annuncite". Ieri è scaduto il termine per il pagamento dei debiti della Pa. Lui, con un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, sostiene che sono stati pagati tutti. O almeno che lo Stato é in condizione di pagare, basta che vengano richiesti. Autorevoli fonti, a prescindere dalle opposizioni lo dice anche Squinzi, dicono, invece, che mancano all'appello ancora 30 mld circa. La verità si capirà tra poco tempo. Quando anche l'Europa deciderà se metter fine o meno alla procedura di infrazione. Forse era meglio dire che non c'erano riusciti. Più dignitoso. Ma tant'è.

Il problema, comunque, oltre che economico, é, soprattutto, politico. Renzi non é in grado di rispettare il calendario frenetico che ha proposto agli italiani. Si è visto già cento volte per le riforme che arrancano dietro le date segnate. Lo ha capito anche lui che dai 100 é passato ai "mille giorni" per realizzare il suo programma.

Se, però, le scadenze le chiede qualcuno di più minaccioso, come la BCE o Bruxelles, le cose cambiano. Ed é nelle loro richieste che va cercato la fretta nella svolta del Jobs Act.

Renzi non é mai stato un difensore dell'articolo 18. Anche durante le primarie ha mostrato un approccio nettamente laico e pragmatico. Serve a poco, ha sempre detto, il problema della nostra disoccupazione non é li, é solo un fenomeno mediatico. Ma la sua posizione, a partire dal primo settembre, "cambia verso". O meglio, prende una direzione precisa. E quella direzione arriva da lontano. L'Ocse ha chiesto chiaramente un intervento sull'articolo 18. E lo stesso Mario Draghi, solo un mese fa, ha chiesto al Premier un "segnale forte" per il lavoro e la flessibilità. Renzi sa che non può rinviare il pareggio di bilancio e sa che non gli verrà concessa altra flessibilità. Tradotto vuol dire manovra, altre tasse o tagli pesanti. A meno che. A meno che faccia quello che l'Europa chiede all'Italia dall'agosto del 2011. La famosa lettera della BCE che aveva contribuito a mandare a casa Berlusconi chiedeva anche questo. Riforma del mercato del lavoro. Più facilità nei licenzi amenti. Tradotto: togliete l'articolo 18. Che riguarderà  anche poche migliaia di casi all'anno ma che per gli investitori rappresenta una roccaforte sindacale e un freno notevole allo sviluppo. Ecco spiegata la fretta di Renzi, la sua "minaccia" di ricorrere anche ai decreti legge. Il suo scontro, non solo con il sindacato, ma anche con l'ala sinistra del partito. Renzi sa che é il più forte. Sa che può chiedere la fiducia sul jobs Act e minacciare le elezioni. E i dissidenti sanno bene che difficilmente saranno ricandidati. É una partita già persa la loro, lo sappiamo. Cisl e Uil hanno aperto alle modifiche dell'art.18. La Cgil ha aperto al dialogo. E comunque i sindacati ormai contano poco. La riforma si farà e lo statuto dei lavoratori cambierà. Solo un dettaglio da ricordare a Renzi. Più volte il presidente del Consiglio ha detto che "il lavoro non si crea per decreto". Bene, allora diciamo chiaramente che questo serve a far contenta l'Europa ma che, se non é accompagnato da altre manovre, come lo sviluppo delle infrastrutture, la detassazione sul lavoro e una netta sburocratizzazione, servirà a ben poco. Servono una politica industriale e un rilancio dei consumi. Gli imprenditori assumono di più solo se producono di più. I licenziamenti più facili aiutano, certo, ma non sono la soluzione.

Fatta la riforma, e non solo annunciata, Bruxelles avrà ottenuto una delle cose che chiede da tempo e sicuramente sarà più disponibile a concedere un po' più di tempo per il pareggio di bilancio. Ma non é finita qui. La liberalizzazioni e la spesa troppo alta per le pensioni sono i prossimi obbiettivi che le organizzazioni internazionali hanno chiesto al Governo. A quel punto si vedrà cosa farà il Premier. Se sarà in grado di decidere da solo o chinerà il capo. A ulteriore dimostrazione che le riforme le chiede (e le ottiene) l'Europa. E non il premier.

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