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Economia
L'articolo 18? Una "zona di comfort". Ecco perché va abolito

Di Nicolò Boggian

In questi giorni si è ravvivato il dibattito sull’articolo 18 e sullo Statuto dei Lavoratori. Vale la pena di fare il punto della situazione per capire cosa si propone e quali sono le novità sul tema.
Le proposte che circolano sono di eliminare l’art.18 per i neoassunti o in alternativa di prevedere il reintegro solo in casi estremi.  Altri propongono un ridisegno complessivo di tutto il sistema di Diritto del Lavoro.

La prima proposta sembrerebbe un ripetersi di quanto accaduto con le leggi Treu e Biagi per effetto delle quali la flessibilità è stata scaricata solo sui più giovani che sono rimasti intrappolati nel “precariato”, ma pagando alti contributi, mentre le protezioni contrattuali sono state riservate per intero solo agli “insider”. Proporre di togliere l’art.18 sui neoassunti ripeterebbe quindi lo stesso errore e causerebbe un nuovo calo della produttività del lavoro e una forte disuguaglianza sociale. Un po’ meglio  sarebbe la seconda proposta, che avrebbe il pregio di evitare in gran parte soluzioni giudiziarie e forse di limitare la visione “antagonista” tra datori di lavoro e lavoratori, ma che non cambierebbe molto del sistema attuale di diritto del lavoro.
Alcuni invece “snobbano” il dibattito sottolineando come i contratti sottoposti all’articolo 18 siano solo il 2,4% di tutti i contratti di lavoro ( fonte Cgia di Mestre) , non riguardando le aziende sotto i 15 dipendenti, e molti dei contratti di lavoro recenti ( l’80% degli avviamenti del 2014) è a tempo determinato*.

Più che per l’irrilevanza dell’argomento alcuni invece non vogliono discutere il tema perché comporterebbe un’alta conflittualità sociale e politica che l’attuale governo preferisce non innescare.

Quello che interessa dire è invece che l’art. 18 è  simbolo di una concezione del lavoro che ha penalizzato fortemente le aziende italiane, i lavoratori tutti ( non solo i giovani) e ha contribuito ad un welfare iniquo e inefficace. E’ il simbolo della resistenza al cambiamento di una parte della nostra società che non vuole uscire dalla propria “zona di comfort”. E’ il simbolo di un modo di pensare il lavoro che privilegia l’utilizzo delle norme per gestire i rapporti lavorativi, quando è più probabile che al crescere delle norme diminuisca la fiducia, la leadership e la visione nelle imprese e nel Paese.
Quello che però è veramente interessante e nuovo e getta una luce innovativa sul tema dell’art.18 è la questione giovanile.

E’ indubbio che dal 1997 (anno che ha visto nascere la flessibilità nel mercato del lavoro) al 2011 i giovani hanno visto scaricato su di sé il peso della precarietà. E’ anche indubbio che in una prima fase i più giovani abbiano subito il colpo di un cambiamento rilevante nelle loro aspettative professionali.
Tuttavia dal 2011 a oggi il trend si è pesantemente invertito. Se, infatti, una ricerca della Fondazione Adecco mostrava come soprattutto i giovani ad alta qualifica ambissero a impieghi sicuri, anche se poco interessanti, scartando i lavori manuali, oggi il panorama “giovanile” è radicalmente cambiato e in meglio. Sembra che ai giovani l’articolo 18 non interessi più. Quello che interessa sono i progetti, l’immagine, il lavorare in gruppo per qualcosa in cui si crede, il fare qualcosa di utile.

I giovani in pratica vogliono più Meritocrazia e meno assistenzialismo (https://www.facebook.com/media/set/?set=a.749362878438737.1073741826.278543992187297&type=1) . Alcuni fenomeni che si riscontrano sono quindi l’aumento significativo delle Start up, la ritrovata propensione al Lavoro manuale e artigianale ( studio 2014 della fondazione Toniolo) e l’autoimpiego di dipendenti che hanno deciso di rinunciare al “posto fisso”. C’è addirittura chi scommette nell’arrestarsi del calo delle nascite nel 2014! Quasi come se i giovani, dopo anni di difficoltà, siano riusciti a trovare altre vie per costruire le proprie sicurezze professionali e personali, in alternativa al posto fisso. Tutto ciò in una congiuntura negativa e in mezzo a mille difficoltà di un sistema che fa resistenza al cambiamento. Altri giovani trovano la loro strada all’estero come dimostra il fenomeno della Fuga dei Talenti. Allo stesso tempo si registra un calo nelle iscrizioni alle Università (altro esempio spesso di blocco al cambiamento) perché molti giovani hanno capito che è meglio formarsi con la pratica, i viaggi all’estero e la sperimentazione che non con percorsi scolastici che si rivelano spesso poco decisivi sul futuro professionale e poco “premianti”.

Insomma molti “giovani” stanno cambiando, scelgono fra mille difficoltà la strada del Merito, anche in Politica. Lo fanno da soli, senza l’appoggio del welfare e dello Stato e senza ambire alla tutela dell’articolo 18. Stanno portando valore e freschezza al Paese pur avendo molte meno risorse e possibilità del più senior (si veda dati su immobili e stipendi). Questi giovani spesso sfuggono alle aziende italiane che non possono assumerli anche per la rigidità dell’attuale diritto del Lavoro.

D’altra parte molti insider, nonostante le tutele dell’art.18, sono sempre più spaesati in questo contesto, come le cronache delle migliaia di crisi aziendali mostrano. Fa riflettere vedere ragazzini “inesperti” lanciarsi in start up anche improbabili e fior di professionisti andare in panico per la prima difficoltà professionale.
La domanda che viene da porsi è quindi : Siamo sicuri che l’art.18 sia una tutela utile che aumenta il valore e la sicurezza delle persone e delle organizzazioni o invece le penalizza e ne impedisce l’evoluzione?
La storia dell’articolo 18 ci ha insegnato che il percorso verso il cambiamento è lungo e difficile, ma porta a grandi benefici futuri. Questo percorso è fatto di fiducia e di passione. I giovani lo stanno percorrendo portando valore a tutti gli altri. E’ ora che lo facciano anche le grandi aziende, lo Stato e il resto del Paese
Il futuro della nostra economia sono le nuove imprese e la passione
di chi innova e intraprende per fare qualcosa di utile e non chi si nasconde dietro all’articolo 18 o ad altri orpelli contrattuali. Un nuovo statuto dei lavoratori dovrebbe considerare anche le storie di questi giovani e la loro idea di futuro.

 

*Nda: Il dibattito invece tra chi s’interessa alla questione si divide tra chi reputa l’art. 18 causa di scarsa produttività delle aziende e di bassa propensione alla crescita, perché non consente di riorganizzarsi nei periodi di calo del mercato,  e chi lo reputa un pilastro fondamentale per la tutela del lavoratore come spiegato bene nell’articolo di Enrico Marro (http://www.corriere.it/economia/14_agosto_12/via-tabu-ma-realta-giovani-gia-non-vale-18c90218-21e8-11e4-81f2-200d3848d166.shtml).

Entrambe le concezioni però non sono del tutto rappresentative di quanto si osserva effettivamente nel mercato del lavoro. Più che solo una questione quantitativa di scarsa produttività, infatti, l’art.18 porta con se grandi problemi qualitativi di scarsa innovazione, cambiamento e disuguaglianza nelle organizzazioni e nel mercato del lavoro. Allo stesso tempo quanti reputano l’art.18 una tutela fondamentale nel mercato non spiegano come mai sono sempre di meno i “tutelati” e come mai sempre di più si stanno restringendo le tutele ( si vedano i 3 mesi di mobilità offerti ai dipendenti Alitalia proposti nel 2014 contro i 7 anni degli anni scorsi). Si osserva infine che le aziende con elevata protezione legale dei dipendenti non hanno particolari performance positive (come non le hanno quelle con scarsa protezione), mentre le hanno le organizzazioni che investono sulle persone effettivamente (si veda dati Great Place to Work) non solo con una forte protezione contrattuale del lavoratore. Il tema è quindi più che quello di creare una nuova cultura del lavoro che non di introdurre o no nuove regole.

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