di Piero Righetti
Il settore del credito italiano – secondo una approfondita analisi effettuata da Bankitalia, i cui risultati sono stati resi noti in questi giorni – dovrà subire nei prossimi anni una serie di drastici tagli sia al numero di sportelli aperti al pubblico sia al personale. Ciò è dovuto, oltre che alla crisi economica italiana ed internazionale che ha colpito pesantemente anche le banche, alla necessità, per i nostri istituti di credito, di rinnovarsi costantemente per affrontare meglio la concorrenza estera e di adeguarsi al sempre maggiore utilizzo di strumenti informatici e di operazioni online. Soprattutto nelle grandi città aumenta di continuo il numero delle persone che preferiscono effettuare pagamenti e riscossioni senza andare in banca, evitando così lunghe attese e, al limite, il rischio di essere rapinati.
Nei prossimi anni, conclude il rapporto Bankitalia, dovrebbero essere chiusi 1.500 sportelli e licenziati tra i 12mila e i 15mila dipendenti. Cifre tutt’altro che di poco conto ove si pensi che dal 2007 ad oggi sono stati già chiusi quasi 1.000 sportelli mentre il personale è stato ridotto, nell’arco di 13 anni, di 48mila unità. I tagli hanno riguardato soprattutto le banche di credito ordinario – quelle cioè che fanno capo all’Abi – mentre le banche popolari e quelle di credito cooperativo, che sono più ancorate al territorio, hanno addirittura aumentato, in alcuni casi, il numero delle filiali.
Le difficoltà del settore e la necessità di ridurre il costo del lavoro hanno anche portato ad una disdetta anticipata dei contratti collettivi da parte di Abi e di Federcasse, disdetta che ha determinato un pesante irrigidimento dei sindacati di categoria al punto che, dopo una tregua più che decennale, sono state proclamate alcune giornate di sciopero. A differenza però di quanto avvenuto anche di recente in tutti gli altri settori produttivi, a fronte dei 48mila esuberi finora effettuati non ci sono state astensioni dal lavoro. Nel settore bancario il personale vicino al pensionamento, invece di protestare contro il pericolo di un licenziamento, ha accettato di buon grado – e in alcuni casi ha addirittura chiesto di propria iniziativa – di essere collocato tra le persone da dichiarare in esubero e licenziare.
Vediamo perché. Fino alla fine degli anni ’90 l’intero settore del credito era escluso dai trattamenti di cassa integrazione e di mobilità, un’esclusione di fatto pacificamente accettata da tutte le parti sociali perché, per le banche, voleva dire pagare meno contributi all’Inps e, per i sindacati di categoria, un rafforzamento, di fatto, della stabilità del posto di lavoro. Pian piano però le cose sono cambiate: i costi del personale continuavano ad aumentare, la concorrenza estera appariva sempre più pericolosa, la necessità di riorganizzarsi e modernizzarsi sempre più pressante.
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Si è così arrivati, in attuazione di quanto stabilito dalla Finanziaria 1997 (legge n. 662 del 23.12.96), alla sottoscrizione da parte delle banche e dei sindacati di categoria di specifici contratti collettivi in base ai quali sono stati istituiti nel 2000 specifici Fondi di Solidarietà (uno per il credito ordinario e uno per le banche di credito cooperativo) per il sostegno del reddito, dell’occupazione, della riconversione e della riqualificazione professionale del personale.
Ciascuno di questi Fondi è totalmente autofinanziato dai diretti destinatari (banche e dipendenti) e ha garantito, e continua a garantire, in estrema sintesi:
a) la possibilità per le banche di procedere abbastanza facilmente alla riduzione del proprio personale e ad attivare costantemente un sistema di formazione professionale continua al proprio interno;
b) la possibilità, per i dipendenti, di fruire di trattamenti di disoccupazione, di mobilità e di cassa integrazione più favorevoli di quelli spettanti alla generalità dei lavoratori;
c) la possibilità, sempre per i dipendenti, di poter essere collocati in pensione con un anticipo anche di 5 anni e con un trattamento mensile superiore a quello maturato al momento del licenziamento.
Ed è proprio questa possibilità di ottenere la pensione con qualche anno di anticipo e con un importo maggiorato che ha evitato per più di 10 anni la proclamazione di scioperi. I trattamenti pensionistici garantiti dal Fondo di Solidarietà, con oneri in questo caso a totale carico delle banche, sono apparsi in concreto talmente favorevoli che, di regola, il numero di coloro che chiedevano, di volta in volta, il pensionamento è risultato superiore al numero delle persone da dichiarare in esubero, tanto più che il collocamento in pensione era sempre accompagnato da ulteriori incentivi economici. E tutto questo ha permesso alle nostre banche di ristrutturarsi e di riorganizzarsi.
Ma, come detto, la crisi economica e finanziaria e il peso della globalizzazione impongono ulteriori tagli e ridimensionamenti di organico e di sportelli. C’è da dire però che in molti casi le banche, specie quelle di maggiori dimensioni come Banca Intesa e Unicredit, nel firmare con i propri sindacati l’accordo sugli esuberi, si sono spesso impegnate ad assumere nuovo personale. Proprio per favorire l’assunzione di giovani (la cui retribuzione, sia detto per inciso, è di gran lunga inferiore a quella di un bancario con 25/30 anni di anzianità) l’Abi e le banche di credito ordinario hanno istituito nel 2012 il Fondo nazionale per l’occupazione del credito (FOC), anch’esso autofinanziato, che dà diritto alla banca che assume un giovane disoccupato di ottenere un incentivo di 2.500 euro l’anno, per un massimo di tre, per ogni nuova assunzione.
Questo Fondo è ora divenuto operativo e consente l’assunzione incentivata, con le disponibilità attuali, di 11.605 persone, una piccola goccia comunque nell’oceano sempre più tempestoso della nostra disoccupazione giovanile.
