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Economia
Banche, "grandi pulizie" di primavera. Ora parte il risiko europeo

Nonostante le incertezze provocate dai deludenti dati macroeconomici cinesi, dalla crisi in Crimea e dalle incertezze circa le prossime mosse delle banche centrali, Federal Reserve in testa, c’è un settore sul listino di borsa a Milano che non sembra conoscere problemi, quello bancario. Merito di un’accelerazione nell’opera di pulizia dei bilanci apparsa evidente dopo gli ultimi bilanci pubblicati: quando mancano ancora i dati di Intesa Sanpaolo, (che annuncerà i risultati il 27 marzo) tra Unicredit, Banco Popolare, Ubi Banca, Mps e Bpm sono stati “bruciati” quasi 20 miliardi di crediti deteriorati, con un rapporto di copertura risalito ben oltre il 50%.

Se Unicredit si è portato al 52% accantonando 13,7 miliardi (in particolare riferiti a crediti sorti “prima del 2009”) e defalcando di 9,3 miliardi l’avviamento (che così torna ai livelli 2004, azzerando ogni supposto “beneficio” dell’acquisizione di Capitalia) Mps di accantonamenti ne ha fatti “solo” 2,75 miliardi, cifra che peraltro equivale quasi interamente al prossimo aumento di capitale da 3 miliardi e che ha portato il rapporto di copertura al 58,8%, rendendo più appetibile l’eventuale investimento da parte di soggetti come fondi hedge o fondi sovrani (la Fondazione Mps, che ha i titoli in carico a 24 centesimi, è già scesa al 29,9% approfittando degli ultimi rialzi di borsa per ridurre al minimo le minusvalenze e potrebbe a breve annunciare l’accordo per cedere un altro 8%-9% e scendere così attorno al 20%).

La pulizia non è in ogni caso finita qui perché anche gli istituti di minori dimensioni, che tipicamente hanno visto finora una copertura dei crediti deteriorati intorno al 35%-40%, dovranno adeguarsi e salire almeno al 50% a loro volta. E visto che il totale dei crediti deteriorati per le banche italiane viaggiava attorno ai 300 miliardi di euro a fine 2013 (di cui un centinaio solo nei portafogli di Intesa Sanpaolo e UniCredit), vuol dire che circa 150 miliardi spariranno dal sistema con un colpo di penna da qui al massimo ai prossimi trimestri. Un massacro? Dipende dai punti di vista, perché con tassi sempre più bassi sui titoli di debito e borse vicine ai massimi storici il valore dei “non performing loan” (Npl, crediti deteriorati) dovrebbe recuperare, perché è meno difficile che una parte almeno dei creditori riesca a uscire dalla fase di difficoltà e rimborsare i prestiti ricevuti.

Questo finora non è accaduto ed anzi gli ulteriori accantonamenti preludono a successive svalutazioni dei crediti che verranno poi o ceduti sul mercato attraverso il collocamento di singoli portafogli, come fatto da Unicredit, Intesa Sanpaolo, ma anche Credito Valtellinese, o ammassandoli in una o più “bad bank” create ad hoc come già vanno prefigurandosi. La pressione dell’offerta tiene dunque basso il valore di questi asset e ciò contribuisce da un lato ad attirare potenziali compratori (come si è visto di recente con la discesa in campo di fondi quali Kkr, BlackRock, Cerberus, Blackstone, ma anche di gestori come Pimco o Morgan Stanley), dall’altro a prefigurare per loro futuri profitti, direttamente proporzionali allo sconto che riusciranno ad ottenere dai venditori (considerate che mediamente da un default si riesce a recuperare tra il 20% e il 30% dei crediti, mentre le prime cessioni di Npl sono avvenute per valori attorno al 5%-10% dei crediti nominali).

Perché allora tanto entusiasmo in borsa? Un poco certamente perché i titoli di stato italiani continuano ad andare molto bene, intercettando almeno in parte la domanda di investimenti “sicuri” (almeno rispetto ad alternative rappresentate da investimenti azionari, ad esempio su mercati emergenti) o di un sovrarendimento (lo spread tra Btp e Bund tedeschi oscilla da settimane tra l’1,75% e l’1,95% sui titoli decennali) e di titoli di stato italiani sono ancora piene le casse delle banche italiane (anche se sono scesi a 383,4 miliardi di euro a fine gennaio dai 387,4 miliardi del mese prima).

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