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Banche, “grandi pulizie” di primavera. Ora parte il risiko europeo

Quattrosoldi/ Nonostante le tensioni in Ucraina e i timori sulla crescita cinese le banche italiane continuano a correre a Piazza Affari. Gli investitori hanno capito che il tempo dell’attesa sta per finire. Dopo che avranno ripulito i bilanci dei crediti deteriorati gli istituti tricolori potranno dare vita a nuovi raggruppamenti. In attesa di un “risiko” a livello europeo che sarà inevitabile se si vuole evitare il rischio di una prolungata stagnazione. Dopo che Banco Desio ha messo le mani su Popolare di Spoleto e Popolare Bari ha conquistato Tercas, occhi puntati su Popolare Etruria e Lazio, Banca Marche e Veneto Banca. Mentre dall’estero fondi hedge e banche d’affari si preparano a fare affari d’oro

Nonostante le incertezze provocate dai deludenti dati macroeconomici cinesi, dalla crisi in Crimea e dalle incertezze circa le prossime mosse delle banche centrali, Federal Reserve in testa, c’è un settore sul listino di borsa a Milano che non sembra conoscere problemi, quello bancario. Merito di un’accelerazione nell’opera di pulizia dei bilanci apparsa evidente dopo gli ultimi bilanci pubblicati: quando mancano ancora i dati di Intesa Sanpaolo, (che annuncerà i risultati il 27 marzo) tra Unicredit, Banco Popolare, Ubi Banca, Mps e Bpm sono stati “bruciati” quasi 20 miliardi di crediti deteriorati, con un rapporto di copertura risalito ben oltre il 50%.

Se Unicredit si è portato al 52% accantonando 13,7 miliardi (in particolare riferiti a crediti sorti “prima del 2009”) e defalcando di 9,3 miliardi l’avviamento (che così torna ai livelli 2004, azzerando ogni supposto “beneficio” dell’acquisizione di Capitalia) Mps di accantonamenti ne ha fatti “solo” 2,75 miliardi, cifra che peraltro equivale quasi interamente al prossimo aumento di capitale da 3 miliardi e che ha portato il rapporto di copertura al 58,8%, rendendo più appetibile l’eventuale investimento da parte di soggetti come fondi hedge o fondi sovrani (la Fondazione Mps, che ha i titoli in carico a 24 centesimi, è già scesa al 29,9% approfittando degli ultimi rialzi di borsa per ridurre al minimo le minusvalenze e potrebbe a breve annunciare l’accordo per cedere un altro 8%-9% e scendere così attorno al 20%).

La pulizia non è in ogni caso finita qui perché anche gli istituti di minori dimensioni, che tipicamente hanno visto finora una copertura dei crediti deteriorati intorno al 35%-40%, dovranno adeguarsi e salire almeno al 50% a loro volta. E visto che il totale dei crediti deteriorati per le banche italiane viaggiava attorno ai 300 miliardi di euro a fine 2013 (di cui un centinaio solo nei portafogli di Intesa Sanpaolo e UniCredit), vuol dire che circa 150 miliardi spariranno dal sistema con un colpo di penna da qui al massimo ai prossimi trimestri. Un massacro? Dipende dai punti di vista, perché con tassi sempre più bassi sui titoli di debito e borse vicine ai massimi storici il valore dei “non performing loan” (Npl, crediti deteriorati) dovrebbe recuperare, perché è meno difficile che una parte almeno dei creditori riesca a uscire dalla fase di difficoltà e rimborsare i prestiti ricevuti.

Questo finora non è accaduto ed anzi gli ulteriori accantonamenti preludono a successive svalutazioni dei crediti che verranno poi o ceduti sul mercato attraverso il collocamento di singoli portafogli, come fatto da Unicredit, Intesa Sanpaolo, ma anche Credito Valtellinese, o ammassandoli in una o più “bad bank” create ad hoc come già vanno prefigurandosi. La pressione dell’offerta tiene dunque basso il valore di questi asset e ciò contribuisce da un lato ad attirare potenziali compratori (come si è visto di recente con la discesa in campo di fondi quali Kkr, BlackRock, Cerberus, Blackstone, ma anche di gestori come Pimco o Morgan Stanley), dall’altro a prefigurare per loro futuri profitti, direttamente proporzionali allo sconto che riusciranno ad ottenere dai venditori (considerate che mediamente da un default si riesce a recuperare tra il 20% e il 30% dei crediti, mentre le prime cessioni di Npl sono avvenute per valori attorno al 5%-10% dei crediti nominali).

Perché allora tanto entusiasmo in borsa? Un poco certamente perché i titoli di stato italiani continuano ad andare molto bene, intercettando almeno in parte la domanda di investimenti “sicuri” (almeno rispetto ad alternative rappresentate da investimenti azionari, ad esempio su mercati emergenti) o di un sovrarendimento (lo spread tra Btp e Bund tedeschi oscilla da settimane tra l’1,75% e l’1,95% sui titoli decennali) e di titoli di stato italiani sono ancora piene le casse delle banche italiane (anche se sono scesi a 383,4 miliardi di euro a fine gennaio dai 387,4 miliardi del mese prima).

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Un po’ perché si scommette in ulteriori novità all’interno dei capitali dei vari istituti, in vista della tornata di aumenti che interesserà Mps (3 miliardi di euro da metà maggio, con gli Aleotti e la Fondazione Mps che già si stanno alleggerendo), Banco Popolare (1,5 miliardi nella prima metà di aprile), Banca Carige (fino a 800 milioni in giugno), Bpm (500 milioni entro gli inizi di maggio, con Raffaele Mincione, socio al 7% con Athene Capital, che potrebbe salire di peso), ma pure Popolare Vicentina (1 miliardo di cui 700 milioni in prelazione ai vecchi soci e 300 milioni riservati a nuovi azionisti), Popolare Bari (500 milioni di aumento in vista dell’integrazione con Tercas), Credito Valtellinese (400 milioni entro giugno), Popolare Sondrio (350 milioni) e Banca Marche (finita da mesi in amministrazione straordinaria e che dovrà trovare 600 milioni di mezzi freschi).

Un fiume di denaro (oltre 8,5 miliardi, che potrebbe superare quota nove miliardi se anche Bper, Veneto Banca e qualche istituto minore dovessero alla fine varare aumenti) che servirà non solo ad aggiustare i coefficienti patrimoniali in vista degli stress test della Bce (che interesseranno i primi 15 istituti di credito italiani), ma anche a portare a termine un ulteriore giro di “risiko” bancario che è già iniziato con la conquista di Tercas da parte di Banca popolare di Bari e di Popolare di Spoleto da parte di Banco Desio (che per questa operazione potrebbe rafforzare a sua volta il capitale attorno ai 150 milioni) e che potrebbe proseguire a breve con l’accasamento di Banca Marche, che sembrava interessare a Popolare Vicentina fino a un mesetto fa (mentre ora l’ipotesi pare tramontata) e Popolare Etruria e Lazio, che starebbe per cedere 200-300 milioni di npl ed a cui sembra ora guardare l’istituto guidato da Zonin (che pure sembra attratto, non ricambiato, da Veneto Banca).

Che dopo la lunga fase della compensazione tra recuperi di redditività ottenuti sfruttando il “carry trade” sui titoli di stato (ossia la differenza tra il costo del funding e il tasso offerto dai Btp) e il taglio dei costi (in particolare con la chiusura di filiali e l’espulsione di forza lavoro) da un lato e svalutazioni graduali di crediti ormai inesigibili dall’altro si vada verso un ultimo colpo di spugna sui conti e il passaggio del controllo di numerosi istituti è ormai evidente. Che fosse inevitabile anche, visto che come ha ricordato nei giorni scorsi l’ investitore miliardario americano (ma di origini ungheresi) George Soros l’Europa ha perso fin troppo tempo impegnando le sue banche più nello superamento degli stress test che non nel rifinanziamento dell’economia reale e rimanendo “in ritardo rispetto al resto del mondo nel riorganizzare le sue banche”.

Il tempo della prudenza, resa obbligatoria dall’esplodere prima della crisi economico-finanziaria seguita al collasso di Lehman Brothers nel 2008, poi alla crisi del debito sovrano che ha portato al default della Grecia e al salvataggio di Irlanda e Portogallo nel 2010, è ormai quasi finito. Prolungarlo ora secondo Soros comporterebbe il rischio per l’Europa di “non sopravvivere a 25 anni di stagnazione” che ci attendono se non si accelererà il processo di integrazione politica ed economica del vecchio continente. Un processo che passerà necessariamente per un consolidamento del sistema creditizio europeo di cui il risiko italiano potrebbe essere solo l’antipasto. Per questo in molti sono pronti a scommettere che i titoli delle banche italiane potranno continuare a correre ancora a lungo a Piazza Affari.

Luca Spoldi