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Economia
Bancari, Sileoni (Fabi) ad Affaritaliani: "Pronti a un nuovo sciopero"

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

"La strada del rinnovo contrattuale è difficile, travagliata e non escludo altre agitazioni. Anzi, al primo accenno di volontà di non cambiare da parte dei banchieri, chiamerò di nuovo i lavoratori in piazza". Lo dice ad Affaritaliani.it il segretario generale della Fabi Lando Sileoni (nella foto sotto con il Ceo di Intesa Carlo Messina) intervistato a margine del XX congresso nazionale del primo sindacato dei bancari a Roma che si ha riconfermato Sileoni a capo della segreteria per un altro mandato. "Vogliamo recuperare l'inflazione pregressa reale e attesa, mantenere gli attuali livelli occupazionali e blindare le esternalizzazioni", annuncia Sileoni che spiega come il sindacato voglia "aumentare l'occupazione nel settore di almeno 15-20 mila unità" contro il continuo taglio dei costi da parte delle banche. Poi la "specializzazione dei dipendenti per l'immobilismo culturale della vecchia classe dirigente della banche", perchè "la foresta pietrificata è ancora presente a livello mentale".

L'INTERVISTA

Come ha valutato la manovra di UniCredit di dichiarare 5.700 esuberi in Italia, accompagnandoli alla porta alla vigilia della riscrittura della parte normativa del contratto nazionale dei bancari?
"E' un atto politicamente non corretto, è un affronto ai lavoratori, è un pugno in faccia a chi vuole cambiare nel settore del credito proponendo un nuovo modello di banca garantendo nuovi posti di lavoro. Approfondiremo bene l'argomento quando UniCredit ci spiegherà tutti i passaggi del piano industriale. Rimane comunque inconcepibile il fatto che un gruppo che abbia l'ambizione di diventare un punto di riferimento anche sociale del Paese si comporti in maniera così deprecabile nei confronti degli stessi lavoratori".

Il sistema bancario, con circa 310 mila dipendenti complessivi, è messo sotto pressione da grandi cambiamenti come le svolte regolamentari e la multicanalità in cui ha un peso fondamentale la componente digitale con il web banking. Sono tutti necessari questi lavoratori?
"Sì e nei prossimi 3-4 anni puntiamo ad aumentare l'occupazione di almeno altre 15-20 mila unità. E' chiaro che le banche ci devono dare ascolto, perché continuare con la politica della risuzione dei costi e del taglio indiscriminato dei posti di lavoro ci ha portato al minimo storico della componente occupazionale, ma ha fatto anche perdere poi alle banche il contatto e il controllo del territorio e della stessa clientela. Chiediamo che in questa prossima tornata contrattuale ci sia un confronto serio e non taroccato com'è stato fino ad ora perché non vogliamo assolutamente confrontarci sui numeri della crisi che l'Abi rivendica, ma sul presente e sul prossimo futuro del sistema bancario italiani. Vogliamo parlare al Paese, ai lavoratori del credito, alle associazioni di categoria, ai cittadini e a tutte le forze sociale perché crediamo che sia necessario fare un salto di qualità e voltare pagina: fino ad ora il sistema bancario ha completamente fallito e prova ne sono i 156 miliardi di euro di sofferenze che ha prodotto fino a questo momento. A livello di sofferenze, secondo una ricerca che abbiamo fatto, abbiamo il triste primato in Europa".

 

Come sarà quindi il bancario del futuro alla luce di questo cambiamento epocale che sta vivendo il settore?
"Intanto, bisogna difendere il presente, con gli attuali 309 mila addetti al settore. Vogliamo poi che le banche specializzino i propri dipendenti e dopo il fermo intellettuale e culturale che c'è stato per colpa degli istituti di credito in questi ultimi anni, per formarli ce ne vorranno almeno altri 2 o 3. Se non iniziamo mai veramente a prendere il toro per le corna, trasferiremo nel futuro i problemi senza mai risolverli. E' necessario, quindi che ci sia anche un ricambio generazionale all'interno del gruppo dirigente delle banche che è troppo condizionato dalle famiglie e dai potentati locali. La foresta pietrificata è scomparsa soltanto nei numeri, ma mentalmente è ancora in piedi".

RUMORS DAL CONGRESSO/ L'accordo fra l'Abi e la Fabi sulla parte economica del nuovo contratto sarebbe già fatto. Un congelamento degli aumenti salariali contrattuali nel primo anno e poi chissà, forse anche negli anni successivi, come ha fatto intendere con una battuta durante il congresso dal capo delegazione dell'Abi Francesco Micheli. Un rumors che il segretario del primo sindacato dei bancari Lando Sileoni ha smentito ad Affaritaliani.it. "Non è assolutamente così. La soluzione sul contratto è molto lontana. Le banche sono chiuse a riccio e il sindacato non vuole fare sconti di alcun genere. Quindi, non me la sento di prevedere una conclusione di una vertenza così importante. Sono state fatte interpretazioni non corrispondenti alla realtà dei fatti". 

Quali saranno i punti fondamentali della nuova piattaforma che ad aprile proporrete al capo delegazione dell'Abi Francesco Micheli?
"Vogliamo rinnovare la parte economica, recuperando l'inflazione pregressa reale e attesa, mantenere gli attuali livelli occupazionali, blindare le esternalizzazioni perché fino ad oggi troppe aziende hanno esternalizzato ed abbiamo potuto opporci fino ad un certo punto perché non eravamo in possesso delle condizioni contrattuali per poterlo fare. Quindi, vogliamo aumentare le garanzie contrattuali sul tema delle esternalizzazioni e come abbiamo fatto nell'ultimo contratto vogliamo riportare dall'estero all'interno tutte quelle grandi lavorazioni che soprattutto i grandi gruppi bancari hanno portato nei Paesi dell'Est, comprimendo i posti di lavoro qui in Italia".

Durante il congresso c'è stato un faccia a faccia con Micheli. E' più fiducioso rispetto all'inizio della trattativa dopo la disdetta, in cui le rispettive posizioni erano definite "antitetiche e agli antipodi"?
"Al di là dei rapporti personali che hanno un valore e fra Micheli e me sono buoni, ognuno poi nel sistema della rappresentanza fra i propri interessi. Credo che la strada sia difficile, travagliata e non escludo altre agitazioni. Anzi, al primo accenno di volontà di non cambiare da parte dei banchieri chiamerò di nuovo i lavoratori in piazza".

In questi anni della crisi abbiamo più volte ascoltato, anche dalla Banca d'Italia, il mantra sul fatto che le banche italiane erano solide. Poi UniCredit chiude il bilancio 2013 annunciando 14 miliardi di perdita, Mps un rosso di 1,5 miliardi e la Fabi ha appena pubblicato una ricerca da cui emerge che gli istituti italiani sono ai primi posti nella classifica europea delle sofferenze, immediatamente dietro alle banche greche. I patrimoni resistono? Siete preoccupati?
"Il presidente dell'Abi Antonio Patuelli dice che i patrimoni sono solidi e dobbiamo credergli, anche perché è il rappresentante istituzionale non solo in Italia, ma anche in Europa del sistema bancario del nostro Paese. Quello che non ci convince è questa comunicazione da parte dell'Abi a due velocità. Da una parte quella catastrofica all'interno e dall'altra quella estremamente cruda verso l'esterno dei numeri del settore. L'aspetto più importante è che la battaglia che la Fabi ha fatto in questi ultimi anni su determinanti argomenti che pesano come le sofferenze bancarie, le sponsorizzazioni buttate al vento e gli stipendi dei manager, non è stata solo mediatica e per apparire, ma per suscitare un dibattito anche extrasettore".

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