Il Financial Times ha mosso qualche critica a BankItalia quale organo di vigilanza del sistema bancario italiano: il quotidiano della City non nasconde che il crollo dei titoli bancari a Piazza Affari preme ora su Via Nazionale “con l’accusa di non essere stata in grado di proteggere il sistema bancario”. Ci sono state su questo tema delle responsabilità oggettive della Banca d’Italia?
“Inizio con il sottolineare che sarebbe più equanime dare un giudizio basato sugli ultimi 5 o 10 anni e non sulle ultime 15 sedute di Borsa, dove è in atto una crisi di nervi delle Borse non soltanto nei confronti degli istituti italiani, ma anche stranieri. La situazione di Deutsche Bank è esemplare. Se facciamo una valutazione di più ampio respiro, andando a vedere onestamente quelle statistiche citate sempre dalla Banca d’Italia, statistiche che sono vere, osserveremmo che negli ultimi 10 anni i dissesti bancari non sono costati allo Stato italiano neanche un euro”.
Anzi, addirittura su Montepaschi il Tesoro ha anche guadagnato…
“Esatto, e lo ha fatto anche bene. Credo che se si voglia fare un bilancio, non bisogna non fare queste considerazioni. Ciò detto, ci sono state all’interno del sistema bancario delle situazioni, per esempio in termini di governance, di incompetenza del consiglio di amministrazione che hanno favorito poi l’assunzione di rischi estremi da parte dei vertici aziendali, in cui la Banca d’Italia non aveva gli strumenti per far dimettere gli amministratori incapaci. Questi mezzi sono arrivati soltanto di recente, da un paio d’anni. Se li avesse avuti prima, forse la vigilanza avrebbe potuto adottare una moral suasion più stringente”.
Di sottofondo, c’è il problema dei non performing loans (Npl), il bubbone dei crediti deteriorati che ora è scoppiato in tutta la sua violenza…
“Il tema degli Npl, visto con gli occhi di uno straniero, in effetti allarma, perché se oltre confine il cattivo credito si recupera o si perde nell’arco di un anno, in Italia occorrono almeno dai 3 ai 6 anni. Ciò significa che lo stock di crediti che in una precisa data di bilancio sono in cura nel tentativo di recuperare qualcosa è, a parità di ogni altra condizione, il triplo o il quintuplo che all’estero. Nel nostro Paese il recupero è più lento, tema su cui il governo è intervenuto, per esempio, con la normativa sull’escussione delle garanzie. Di azioni per recuparare e chiudere questo gap ne sono state fatte”.
Il FT insiste, poi, affermando che secondo alcuni osservatori BankItalia avrebbe dovuto “persuadere il governo a salvare le banche con i soldi pubblici come avvenuto in altri Paesi” e che il governatore Ignazio Visco avrebbe dovuto essere “più aggressivo nell’obbligare le banche ad aumetare il capitale in modo da avere un cuscinetto contro le sofferenze”. E’ d’accordo?
“Francamente, ritengo che si tratta di centravanti che giocano dalla tribuna. Il sistema italiano è stato indotto a ricapitalizzarsi e ci sono stati momenti di difficoltà in cui le richieste erano state giudicate eccessive dal mercato. Ricordo l’ultimo aumento di capitale di UniCredit che alla fine ebbe successo ma inizialmente si rivelò molto difficile e in quel momento qualche osservatore avrebbe potuto criticare legittimamente le autorità di vigilanza perché stavano chiedendo troppo”.
E sul mancato pressing allo Stato di aver salvato le banche?
“Lo Stato lo ha fatto con degli strumenti di mercato come i Tremonti e Monti bond, che non pesavano sul debito pubblico e di cui le banche avrebbero potuto avvalersi. Qualcuna poi l’ha fatto, altre no. Soprattutto a partire dal 2011, francamente ci trovavamo in una fase del mercato in cui gli investitori erano molto spaventati dalla possibilità che lo Stato si caricasse di debiti per salvare gli istituti di credito. Cordone ombellicale che era già molto corto, visto che le banche detenevano nei propri bilanci quote di debito pubblico e lo Stato era il garante di ultima istanza del sistema. I mercati ci chiedevano di fare un passo indietro, tant’è che ci imponevano con la risoluzione Eba del dicembre 2011 di compensare con capitale azionario l’esposizione in titoli di Stato. Con senno di poi, è ovvio poi che il regolatore avrebbe potuto giocare la partita in modo diverso e qualcosa in più si poteva fare (insomma, l’economista fa capire che BankItalia in sostanza va promossa, ndr) “.
Oggi l’ennesima seduta di passione a Piazza Affari con i bancari che zavorrano ancora il listino milanese. Come spiega queste vendite diffuse sui titoli degli istituti di credito?
“Con il fatto che gli attivi delle banche sono opachi a causa del problema degli Npl. Non bisogna poi dimenticare che il sistema è appena uscito da una crisi di severità senza precedenti che spiega molte delle attuali criticità. Il problema è che il mercato a volte procede per slanci di entusiasmo alternato a fasi di panico in cui prende tardivamente coscienza un po’ repentina dei problemi”.
