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A giudicare dall'andamento dei titoli in borsa a Milano, il settore bancario italiano sembrerebbe godere di una robusta salute: solo nell'ultima settimana Intesa Sanpaolo ha guadagnato il 4,6%, UniCredit il 4,4%, Mps l'1,7%, mentre le banche popolari, approfittando delle attese per un rinnovamento della governance, hanno messo a segno rialzi anche più consistenti, con Banco Popolare in crescita del 6,6%, Bper salita dell'8,6%, Bpm del 3,6% e Ubi Banca (su cui oggi gli analisti di Bank of America-Merrill Lynch hanno alzato il giudizio da "underperform" a "neutral" e il prezzo obiettivo da 3,55 a 5,5 euro per azione) l'8,5%.

Tutto bene dunque? Quasi, ma se il presente è più che roseo grazie allo scampato pericolo legato al braccio di ferro sui conti pubblici statunitensi (e al conseguente calo dei tassi e recupero delle quotazioni dei titoli di stato italiani di cui son piene le casse del sistema creditizio nazionale), il futuro presenta ancora più di una incertezza, soprattutto in vista degli stress test che verranno condotti l'anno venturo dalla Bce e dall'Eba rispetto ai quali sono già giunte le rassicurazioni dell'attuale ministro dell'Economia e finanze (ed ex direttore generale della Banca d'Italia), Fabrizio Saccomanni, secondo il quale "le banche italiane non hanno nulla da temere da prossimi test europei".

Mps6

Può essere,  ma certo non è confortante scoprire che secondo un sondaggio condotto da Goldman Sachs presso investitori istituzionali l'88% degli intervistati ritiene che da tali test emergerà come le banche tricolori abbiano ancora bisogno di nuovi capitali (mentre solo il 57% ritiene che ciò verrà evidenziato per le banche tedesche e il 56% se lo aspetta per le banche spagnole, peraltro già "aiutate" nei mesi scorsi dall'Europa con un prestito di 39,5 miliardi di euro per ricapitalizzare i quattro maggiori istituti).

Il problema è che se è vero, come si dice da tempo sui mercati, che la Bce sembra disposta a concedere una terza Ltro (Long term refinancing operation, operazione di rifinanziamento a lunga scadenza a tasso fisso) entro fine anno, è altrettanto vero che esiste un concreto "rischio di stimmate" per quegli istituti che vi faranno ricorso, dimostrando agli occhi del mercato di non poter fare a meno del sostegno di Mario Draghi per le proprie attività di rifinanziamento.

Banca d'italia

In pratica chi farà a meno della nuova iniezione di liquidità (ed anzi continuerà a rimborsare anticipatamente le prime due operazioni di durata triennale del dicembre 2011 e del febbraio 2012) apparirà "virtuoso" e potrà rifinanziarsi a tassi bassi sul mercato, visto che l'Euribor a 12 mesi, ad esempio, oscilla sotto lo 0,54% e l'attesa di tassi ufficiali della Bce stabili o persino in ulteriore lieve calo da qui almeno sino alla prossima primavera potrebbe farlo leggermente calare ulteriormente entro fine anno. Gli altri dovranno rassegnarsi a pagare l'1% (o il tasso che la Bce deciderà di fissare nell'eventuale nuova operazione) sapendo che difficilmente il mercato chiederebbe loro meno e visto che a fine settembre le banche italiane dovevano ancora nel complesso, secondo i dati di Banca d'Italia, 235,39 miliardi di euro alla Bce, certo in calo rispetto ai 241,51 miliardi di agosto (e ancor più dai 283,27 di fine luglio 2012) ma pressoché tutti rappresentati da operazioni di rifinanziamento a più lungo termine ( 234,009 miliardi di euro dai 240,556 miliardi di fine agosto), qualche dubbio è lecito.

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