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Storia di un imprenditore eroe. Anzi, di un’intera famiglia di imprenditori eroi, prendendo a prestito la definizione usata una settimana fa da Matteo Renzi (a cui questa famiglia ha pure scritto, ma senza ricevere risposta). Eroi, però, non perché, come intendeva il premier, ogni mattina sono andati ad alzare la saracinesca della propria impresa e hanno fronteggiato il rischio di mercato, fattore che fa parte della normale logica di chi ha scelto di fare questo mestiere, ma perché hanno dovuto e devono, ancora purtroppo, combattere con le banche per un errore, riconosciuto come tale anche dalla stessa suprema istituzione che l’ha commesso, della Banca d’Italia. Istituto dalla grande tradizione, sottolineano spesso gli inquilini di Via Nazionale.
In genere, se sono le sfide impegnative della crisi e il conseguente calo del fatturato ad essere fatali per molte aziende, l’imprenditore sa che fanno parte dei rischi economici che si prende e, dunque, può mettersi l’animo in pace se è costretto a capitolare perché non vende più.
Ma se a distruggere l’impresa e ad avviare un drammatico effetto domino che ha gettato nell’angoscia un’intera famiglia di imprenditori di prima e seconda generazione è stata la Centrale Rischi della Banca d’Italia che, nonostante un’obbligazione adempiuta in maniera corretta e con la complicità di una giustizia civile e penale troppo lenta, mette il bollino rosso di cattiva pagatrice a quell’impresa e a tutti i suoi soci, condizionandone per sempre l’esistenza, allora per l’imprenditore diventa più difficile farsene una ragione. C’è di più: possono anche scattare pericolose riflessioni su come lo Stato e le istituzioni siano poco presenti nel tutelare il cittadino, riflessioni che talvolta possono anche portare a gesti estremi, perché apparentemente è l’unica via per liberarsi dal giogo dell’ingiustizia in un calvario che dura ormai da quasi 10 anni.
E’ quello che è successo ad una famiglia di 7 persone della provincia napoletana, due genitori di oltre 70 anni e 5 figli, 4 maschi e una femmina ormai ultra 40enni, età che rende loro difficile trovare un’occupazione anche momentanea per fronteggiare, oltre ai bisogni primari, anche l’ammontare delle spese legali che stanno lievitando per avere giustizia e un adeguato risarcimento danni (le banche hanno messo le mani sui patrimoni personali in quanto i figli-soci sono stati anche fidejussori), oltre che avere la restituzione degli interessi per usura e anatocismo.
Ma andiamo con ordine. Tutto parte da una terribile domenica di luglio, il 31/07/2005, dove un pagamento effettuato con bonifico bancario si trasforma in un incubo. Da quel momento l’effetto domino inevitabile sviluppa la fine non giustificata di un’azienda con 49 anni di storia operante nel settore della distribuzione di elettronica di largo consumo con 12 dipendenti.
Perché? La TammaroAntonio&figli srl deve saldare con Ifitalia un debito ceduto dalla Expert alla società di factoring del gruppo Bnl, obbligazione da adempiere entro il 31 luglio che, sventuratamente per l’azienda campana, cade di domenica. La legge dice che “se il termine fissato per l’adempimento delle obbligazioni scade in un giorno festivo, esso viene prorogato fino al primo giorno non festivo successivo”. E cioè lunedì. E così il sig. Antonio si reca in banca e dispone il bonifico nei confronti di Ifitalia, certo di aver operato correttamente. Ma, a sua insaputa, la macchina della segnalazione in Centrale Rischi (Crif) è già partita, perché secondo la burocratica cinghia di trasmissione di Via Nazionale l’obbligazione non è stata adempiuta il 31 luglio e il cervellone della Crif ha già segnalato l’inadempimento agli istituti di credito sul territorio e fatto suonare i primi rintocchi della campana a morto.
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A settembre le banche iniziano a chiedere il rientro immediato dei prestiti all’azienda campana e solo a novembre il sig. Antonio viene a conoscenza di essere stato inserito nella black list di BankItalia. Parte la prima causa e la Tammaro ottiene con un “provvedimento d’urgenza” che la registrazione effettuata in Crif venga cancellata. BankItalia riconosce l’errore, ma nel frattempo sono passati 13 lunghissimi mesi occorsi alla giustizia per fare il suo corso ma nei quali il virus ha ormai contagiato definitivamente il rapporto della Srl con banche e fornitori. L’azienda, che opera in un settore delicato in cui gli investimenti devono essere fatti di continuo e il titolare non può più nemmeno scontare le fatture per ottenere liquidità necessaria all’operatività, non si riprende più e viene messa in liquidazione.
Di fronte a una famiglia incredula, le banche pignorano tutti i soldi dai conti correnti del sig. Antonio e bloccano pure gli immobili dei figli-soci messi a garanzia reale delle fidejussioni chieste prima del 2005 dalle banche alla Tammaro. Partono le altre cause. Una per risarcimento dei danni per debiti di due milioni contestati dalle banche in cui l’azienda dopo il cambio di due giudici perde il primo grado perché il tribunale non ritiene determinante per la creazione del danno all’azienda l’errata segnalazione in Centrale Rischi (ora è stato presentato il ricorso in appello), e un’altra sempre contro le banche per usura e anatocismo.
Qui la storia si complica ulteriormente, perché il Gip, su indicazione del consulente tecnico d’ufficio (Ctu), nonostante la Guardia di finanza l’abbia accertata, archivia il procedimento applicando la definizione di usura data da Banca d’Italia. Defizione che però la Cassazione ha dichiarato illegittima nel 2013. Uno snodo importante perché se non si riapre il processo, per la famiglia Tammaro non sarà possibile sbloccare le fidejussioni.
Risultato: fra un’udienza e l’altra e mille raccomandate, passano gli anni e genitori e 5 figli si ritrovano 60mila euro di spese legali che montano per avere giustizia, patrimoni congelati e difficoltà, soprattutto per i figli che nel 2005 avevano appena superato la soglia dei trent’anni, a crearsi una vita privata indipendente per cui non è semplicissimo rientrare nel mondo del lavoro. Una famiglia che per il momento può contare solo su 900 euro mensili di pensione del sig. Tammaro. Una vita da incubo, iniziata in una domenica di luglio.
