Mario Draghi è ad un bivio: messi in sicurezza i mercati del credito con una manovra in due tempi tra fine 2011 e inizio 2012 (con le due Ltro che riversarono nelle casse delle maggiori banche europee oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni al tasso dell’1% annuo) e poi nel luglio 2012 (preannunciando di essere pronto a “sfoderare il bazooka”, ossia varare il Mto, prog ramma di acquisto di bond di paesi dell’Eurozona in difficoltà come Spagna o Italia purché gli stessi accettassero preventivamente di sottostare ad alcune condizioni di finanza pubblica), il governatore della Banca centrale europea da alcuni mesi assiste, apparentemente imperturbabile, al lento ma costante rallentamento della crescita dei prezzi, a febbraio calata allo 0,5% medio a livello di Eurozona.
Un campanello d’allarme perché se una crescita eccessivamente rapida dei prezzi al consumo è un male (ed è l’incubo ricorrente di governanti e banchieri centrali tedeschi), il suo opposto, la deflazione, equivale ad una morte per asfissia delle economie più indebitate del vecchio continente (l’Italia in primis, ma anche Spagna, Francia e persino Germania a lungo andare) perché rende più oneroso, in termini reali, il rifinanziamento del debito pubblico e, a parità di condizioni, allontana dagli obiettivi di debito/Pil concordati, specialmente quando (come nel caso italiano) il numeratore è già ampiamente superiore al 100% e quando il costo del debito (reale) è ampiamente superiore alla crescita (nominale) del Pil.
Abile “pokerista” sin dai tempi in cui, direttore generale del Tesoro, organizzò il primo grande round di privatizzazioni italiane, l’ex Governatore di Banca d’Italia da qualche tempo ha iniziato a puntare nuovamente sull’effetto quasi ipnotico delle parole più che dei fatti, affidandosi alla “forward guidance” ossia: dichiarare ai mercati cosa si intende fare in futuro in base all’andamento di una serie di indicatori, così che il mercato si adegui preventivamente eliminando da solo eventuali problemi. La Bce, ripete puntualmente da inizio anno, prevede di mantenere i tassi sull’euro “a questi stessi livelli, o più bassi, per un lungo periodo di tempo”.
Ma con un tasso repo pari allo 0,25% (mentre sui depositi presso la Bce il tasso è nullo e per le operazioni di rifinanziamento marginale la Bce chiede lo 0,75%) gli spazi di manovra sono ridotti, anche se Draghi ogni mese ripete che “si discute” di “ogni ulteriore misura straordinaria” possibile (ove necessaria), inclusa l’ipotesi di tassi negativi sui depositi e nulli o quasi nulli sulle operazioni di rifinanziamento principali (come del resto da tempo fa la Federal Reserve statunitense).
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Il problema per Draghi è che mentre i mercati in qualche modo hanno retto e mentre le banche, sotto la “moral suasion” delle singole banche nazionali e della stessa Bce hanno proceduto a una serie di svalutazioni di crediti ormai decotti e successivi aumenti di capitale (solo le 15 banche italiane che in queste settimane sono sottoposte all’Asset quality review dalla Bce hanno varato aumenti per complessivi 8,55 miliardi di euro), di finanziamenti all’economia reale, ossia imprese e famiglie, se ne sono visti pochi ed anzi la contrazione del credito è proseguita, complici anche una serie di cessioni di attività “non strategiche” da parte delle banche.
Ecco allora farsi strada l’ipotesi che, più che nuove Ltro (nel frattempo le banche hanno rimborsato anticipatamente oltre 308 dei 489 miliardi distribuiti con la prima operazione e 228 dei 529 miliardi collocati con la seconda), Draghi potrebbe varare un programma di “quantitative easing”, imitando Federal Reserve e Bank of Japan che in questi anni hanno tutte utilizzato gli acquisti di bond (la Fed sta riducendoli ora, la BoJ potrebbe aumentarli) per dare linfa alla propria economia (QE che secondo la stampa tedesca potrebbe arrivare a 1.000 mld, fino a 80 mld al mese). C’è da vincere, tuttavia, la resistenza tedesca, finora granitica perché Jens Weidermann, numero uno di Bundesbank, ha sempre ribadito che la Germania non può tollerare alcuna forma per quanto “mascherata” di mutualizzazione del debito.
Draghi, che sa di non poter forzare la mano più di tanto in seno al board della Bce, ha atteso pazientemente, ma dispone ora di un paio di assi e potrebbe calarli entro il mese prossimo: anzitutto la Corte Costituzionale tedesca ha ormai respinto definitivamente ogni ricorso contro il fondo “salva stati” europeo Esm e, purché l’operazione non vada a esclusivo vantaggio di altri paesi e ai “danni” della Germania, non potrà opporsi a misure analoghe indirizzate alle banche (al cui stato di salute, per fugare ogni dubbio, ancora ieri Draghi ha collegato l’ipotesi dell’effettivo varo di un futuro quantitative easing), i cui forzieri si sono riempiti in questi ultimi anni, specie nel caso italiano, di titoli di stato per evitare il dilagare della crisi del debito sovrano. Anzi, lo stesso Weidmann ha ammesso giorni fa che la Bundesbank ha studiato il quantitative easing giapponese concludendo che serve allo scopo senza generare troppi rischi.
Inoltre Draghi sa benissimo, e lo sanno anche i governi di Berlino e Parigi oltre che di Roma, che proseguire in modo inflessibile la politica di repressione fiscale tanto cara alla Germania, che di fatto non ha minimamente ridotto gli squilibri macroeconomici all’interno dell’Eurozona con pesanti conseguenza sul fronte dell’occupazione per i paesi della sponda Sud (ma negli ultimi tempi persino per la “virtuosa” Olanda e per la tentennante Francia), rischia di consegnare la vittoria nelle elezioni europee di maggio ai partiti “populisti” che in Francia come in Grecia o in Italia, stanno facendo leva sullo scontento sociale per tentare un ultimo assalto all’euro e alla costruzione, ancora parziale, di un’unione europea che resta solo monetaria e a fatica tenta di trasformarsi in bancaria, ma ancora è distante da quell’unità politica e culturale che consentirebbe di eliminare le spinte centrifughe.
Così il numero uno della Bce potrebbe ricevere il via libera per misure “straordinarie” a favore della crescita da qui a un mese, ultima data utile prima della tornata elettorale. Misure che oltre ad essere “straordinarie” saranno anche “discrezionali” ossia potranno aiutare un paese membro di Eurolandia più di un altro a seconda della necessità e della volontà dimostrata di proseguire su quel cammino di riforme strutturali che resta fondamentale e che Draghi ricorda ogni mese. Riforme che non significano necessariamente tagli di spesa “orizzontali” o ulteriori incrementi delle imposte, quanto minore burocrazia, una giustizia più efficiente, un’architettura istituzionale più efficace nell’ottica della governabilità, maggiori incentivi all’innovazione, definitiva apertura di quei settori e mercati ancora protetti dalla concorrenza.
Riforme che, secondo gli uomini del Credit Suisse, potrebbero valere “alcuni punti di Pil” nel caso italiano, ossia ben più del mezzo punto – punto percentuale che puntualmente si è cercato in questi anni di recuperare con “manovre correttive” anno per anno e che certo non spiacerebbero agli imprenditori, italiani o europei che siano. Per sperare di poter tornare a crescere restando nell’euro l’Italia deve dunque impegnarsi e fare il tifo per il suo ex Governatore. sperando che anche Berlino capisca nelle prossime settimane quel che Parigi sembra aver capito già da qualche giorno.
Luca Spoldi






