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Per Draghi la parola non basta più. Le armi spuntate del presidente Bce

Per Draghi la parola non basta più. Le armi spuntate del presidente Bce
Draghi (1)

La stagione delle trimestrali si avvia alla conclusione con un bilancio nel complesso soddisfacente (specie negli Usa, dove le sorprese positive sono state di gran lunga superiori a quelle negative), ma come era possibile attendersi dalla caute parole pronunciate da Mario Draghi nell’ultima conferenza stampa post riunione del board della Bce, l’ultima tornata di dati macroeconomici, soprattutto in Europa, hanno riacceso più di un dubbio sulla effettiva portata di una ripresa che resta nel vecchio continente (e in Giappone) resta asfittica.

Non solo l’Italia (Pil in calo dello 0,1% nel primo trimestre dell’anno contro attese di +0,2 %) vede nuovamente rimandata l’uscita dalla recessione: anche in Olanda, colpita da un crollo di consumi domestici e delle esportazioni di gas naturale, e in Portogallo, che ha subito un fermo imprevisto delle proprie raffinerie, le cose non vanno affatto come sperato e pure in Francia la ripresa stenta assai. In pratica anzi di ripresa si può parlare solo in Germania, dove peraltro il +0,8% segnato dal Pil nel primo trimestre si deve quasi interamente al rimbalzo del settore delle costruzioni, agevolato dal clima mite.

I dati deboli giocano a questo punto a favore di Draghi che secondo la maggior parte degli analisti coglierà al volo l’occasione per annunciare, nella prossima riunione del board di Eurotower ai primi di giugno, una limatura dei tassi ufficiali e forse qualche altra misura straordinaria. Il capo economista della Bce, Peter Praet, ha già fatto sapere di ritenere possibile il taglio di 15 punti base del tasso repo che così passerebbe dallo 0,25% allo 0,10%, ma in molti non escludono che anche il tasso sui depositi, attualmente pari a zero, possa essere spinto in territorio positivo di 15-25 punti base, mentre Antonio Fugnoli, strategist di Kairos Partners, prevede che oltre ai tassi la Bce “ci regalerà qualche altra misura” ovvero una nuova Ltro (visto che oltre la metà delle due lanciate tra dicembre 2011 e febbraio 2012 sono già state rimborsate anticipatamente) o “un acquisto di titoli che non sia ancora un Qe” ma che ci assomigli.

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Per riuscirci Draghi dovrà tuttavia “sfondare” il consueto catenaccio tedesco. La Germania, sostengono alcuni, non solo ha ripetutamente rimandato al mittente ogni ipotesi di mutualizzazione del debito sotto forma di Eurobond (e continuerà a farlo, sostenendo che la misura andrebbe contro una Costituzione che è stata dettata a Berlino da Stati Uniti, Inghilterra e Francia, ironia della sorte), ma non ha alcun interesse ad allentare un rigore fiscale che al sistema tedesco non dà eccessivamente fastidio in termini di crescita, grazie ad un credito che resta accessibile alle imprese a tassi modesti e a un costo del lavoro calato fortemente da anni e che difficilmente potrà risalire in misura preoccupante. Così anche la speranza di un quantitative easing (Qe) da mille miliardi incentrato sull’acquisto di titoli di credito cartolarizzati, che sembrava aver ricevuto un via libera ufficioso dalla Bundesbank, potrebbe rimanere come gli Eurobond nel libro dei sogni.

Jens Weidmann, numero uno di Bundesbank e membro del board Bce, ha infatti corretto il tiro in questi giorni precisando che le valutazioni effettuate dalla banca centrale tedesca si riferivano esclusivamente a simulazioni e che di fatto una simile misura è “troppo complicata” per aver successo. Il che è in parte ovvio visto che il mercato degli “asset backed securities” (Abs) è di fatto morto dopo la crisi del debito sovrano del 2010 e che prima di poter essere acquistati dalla Bce occorrerà varare norme che rivitalizzino il mercato e rendano tali strumenti standardizzati e sufficientemente semplici da poter essere scambiati su mercati ufficiali senza troppe incertezze. Ma, ha spiegato il banchiere tedesco “non è un compito tipico della banca centrale rivitalizzare questo mercato”.

Più possibilista Yves Mersch, membro lussemburghese della Bce che ancora in aprile aveva dichiarato che il Qe rimaneva a suo giudizio “per lo più un concetto teorico” che un’opzione concrete, mentre qualche giorno fa tornando sull’argomento ha ammesso che le probabilità che la Bce “agisca già alla prossima riunione a giugno sono aumentate sostanzialmente” dichiarandosi inoltre favorevole ad un piano di acquiosto di Abs perché dare la possibilità alle banche di “impacchettare” prestiti erogati alle imprese sembrerebbe in grado di produrre effetti positivi per tutti gli operatori di mercato. Anche Mersh ha peraltro sottolineato come preventivamente la Bce dovrebbe presentare una proposta per regolamentare il settore al Comitato di Basilea prima di poter lanciare un vero e proprio Qe. Se ne parlerà, bene che vada, entro fine anno, sempre che Draghi stesso, che sembra accarezzare l’idea di imitare ancora più direttamente la Federal Reserve diradando le riunioni del board della Bce (mettendone in calendario una ogni sei settimane anziché una ogni quattro come ora) e annunciando in modo sempre più esplicito e con ampio preavviso quelle che saranno le prossime mosse di politica monetaria, non stia in realtà bluffando.

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In questo caso alle parole potrebbe non fare seguito alcuna misura concreta, un po’ come capitato dopo l’annuncio della disponibilità della Bce di lanciare un Omt, dato nel “discorso di Londra” del luglio del 2012 e che da allora non ha mai portato Eurotower a comprare alcun  titolo di stato sul mercato di paesi “virtuosi ma in temporanea difficoltà”, nonostante il mercato abbia creduto alla promessa (pensando in un primo tempo che potesse quanto meno riguardare la Spagna, che invece un sostegno per la ristrutturazione del suo sistema bancario l’ha poi ricevuto dall’Eurogruppo attraverso 41 miliardi erogati dall’Esm) portando ad un graduale abbassamento di rendimenti e spread su Bonos e Btp. Una riduzione su cui ha pesato peraltro una “caccia al rendimento” che non necessariamente corrisponde ad un segnale positivo per la futura ripresa. Draghi lo sa e proverà a sorprendere ancora una volta i mercati, prima che ogni “effetto annuncio” sia completamente interiorizzato e pertanto si riveli inefficace.

Luca Spoldi