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Economia
Il fumo di Draghi negli occhi dei mercati

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

Le borse hanno reagito emotivamente al fumo negli occhi soffiato da Draghi: i 1.080 miliardi che la Bce coadiuvata dalle banche centrali nazionali inietterà nell'Eurosistema da marzo 2015 a settembre 2016, miliardi estendibili al ritmo di 60 al mese fino a che l'inflazione non tornerà a rispettare il target del 2%, sono un ammontare che ha superato le aspettative degli addetti ai lavori sul quantum del tanto atteso quantitative easing. Il consensus della vigilia era infatti inferiore.

Si tratta di un intervento aggressivo che andrà ad aumentare di molto la massa monetaria nei Paesi dell'Eurozona spingendo il cambio euro-dollaro e i tassi d'interesse verso il basso e a comprimere gli spread. Per la crescita bisognerà aspettare poi il circolo virtuoso della fiducia s'inneschi, facendo scattare gli investimenti (lo ha sottolineato pure Draghi).

Se si vanno ad osservare, però, i dettagli del programma di acquisto di titoli pubblici e privati ce ne sono sono alcuni che potrebbero scoprire il fianco a delle critiche e dare il la agli investitori per qualche storno finanziario.

Il più grave è la poca condivisione del rischio che il programma di acquisto comporta e che rimane quasi tutta in capo alle banche centrali nazionali (solo il 20% alla Bce). Un dettaglione che sferra, concettualmente, un duro colpo all'idea di solidità (in tutti i sensi)  dell'Unione monetaria (Uem). La scelta è stata letta da più di qualcuno come l'aver ceduto da parte del presidente della Bce Mario Draghi alle pressioni dei falchi rigoristi (Bundesbank in primis) che gli chiedevano di non contribuire ad allentare anche lo sforzo riformatore dei Paesi che devono recuperare terreno sul fronte dei conti pubblici e della crescita. Un mantra che anche oggi Angela Merkel non ha perso l'occasione di recitare dal palcoscenico di Davos e ben diffuso in larghi strati dell'opinione pubblica in Germania.

Draghi dev'essersi sentito assediato nel quartier generale della Bce ospitato ora, come un'enclave, nella periferia di Francoforte se alla fine ha dato il contentino agli esponenti dell'ortodossia dell'austerity presenti nel Consiglio direttivo. Un contentino che rischia però di essere una pillola troppo amara che l'integrazione finanziaria deve buttar giù se vuole evolvere in futuro (speriamo nel più breve tempo possibile) in un'unione fiscale. 

Con la mancata mutualizzazione delle eventuali perdite in capo a tutti i membri di Eurolandia per il tramite della Bce che potrebbero arrivare da questo programma di acquisti, la massima autorità monetaria dell'area euro in pratica ha ammesso di considerare sulla carta il rischio che l'Uem in futuro possa non tenere, non contribuendo a fugare i dubbi che circolano sulla debolezza dell'impalcatura euro. E, sempre sulla carta, l'Europa è sì un'unione, ma se da qualche parte le cose vanno storte, cavoli di Paese, dice poi ancora in pratica Draghi che dopo va nei vari simposi e rappresenta tutti i membri della moneta unica mentre si relaziona con i colleghi della Federal Reserve o della Bank of Japan.

La conseguenza indesiderata? Dall'architettura del Qe, i mercati potrebbero estrapolare  l'idea (per il momento sopita dal "whatever it takes" di Draghi del luglio 2012) che il rischio sui titoli di Stato periferici sia ancora lì. Vivo e vegeto e questa volta ha pure il bollino Bce. Così, se qualcosa andrà storto in periferia, il club dei Piigs potrebbe risalire di nuovo sulle montagne russe dello spread.

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