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Stress test /La Bce dopo aver ottenuto regole uguali per tutti adotta criteri più rigorosi di Basilea III

draghi

Un colpo al cerchio e un colpo alla botte: la Banca centrale europea (Bce) guidata da Mario Draghi, per evitare che gli stress test del prossimo anno facciano nuovamente venir meno la fiducia faticosamente riconquistata sui mercati dalle maggiori banche europee è da poco riuscita ad ottenere “regole certe” per tutti a partire dalla definizione di “non performing loan” (crediti problematici, definizione che sarà ora adottata per tutti quei crediti scaduti da oltre 90 giorni), come chiedeva la Banca d’Italia,  e aver evitato che la Commissione Ue adottasse il criterio del “bail-in” (il coinvolgimento forzoso degli obbligazionisti in caso di difficoltà che portassero un istituto a dover ricorrere ad aiuti di stato) come invece avrebbe voluto la Bundesbank.

Una vittoria per Draghi e un sollievo per le banche italiane (e spagnole), ma dovendo anche evitare di ingenerare alcun dubbio circa la propria credibilità alla vigilia dell’assunzione del ruolo di supervisore unico del settore bancario europeo, la Bce ha subito annunciato in una nota le linee guida della “valutazione approfondita che prevede di condurre in vista della piena assunzione delle competenze di vigilanza in quanto parte del meccanismo di vigilanza unico”.

In particolare, si legge nel documento, per l’esercizio, “che sarà avviato nel novembre 2013 e avrà la durata di 12 mesi”, si utilizzerà il “parametro di riferimento dell’8% per il capitale primario di classe 1 (Common Equity Tier 1)” e questa è una definizione più restrittiva di quanto previsto dagli accordi di Basilea III in fasi in cui la crescita del credito non sia particolarmente robusta (o di “credit crunch” come attualmente si verifica in buona parte dell’Eurozona).

Più precisamente Eurotower chiederà ai 124 istituti bancari europei su cui verranno svolti, “in collaborazione con le autorità nazionali competenti degli stati membri partecipanti al meccanismo di vigilanza unico” e “con il supporto di soggetti terzi indipendenti che opereranno a tutti i livelli presso la Bce e presso le autorità nazionali competenti”, di avere un Common Equity Tier 1 composto da una “base” pari al 4,5% (come Basilea III), più un “conservation buffer” del 2,5% (anche in questo caso come Basilea III) a cui si sommerà un ulteriore “buffer addizionale” pari all’1% per tener conto della rilevanza sistemica degli istituti esaminati (mentre Basilea III si limita a suggerire un buffer addizionale “fino al 2,5%” a discrezione delle singole autorità nazionali ma solo in periodi di “elevata crescita del credito”).

Gli esiti degli stress test, “unitamente a eventuali raccomandazioni circa misure di vigilanza” saranno pubblicati “prima dell’assunzione del ruolo di vigilanza da parte della Bce,nel novembre 2014”, fa sapere la Bce, ma i primi effetti già si notano oggi con lo scattare di prese di beneficio su tutti i principali titoli bancari europei, con Bbva e il Banco di Santander in calo attorno al 2,5%, UniCredit e Intesa Sanpaolo che perdono più di 2 punti a testa, Bnp Paribas e Societe Generale che danzano attorno all’1,5% di rosso.

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bce

Una reazione prevedibile secondo molti operatori, specie dopo che proprio i titoli bancari hanno più di altri beneficiato della distensione dei mercati del credito e obbligazionari seguita alla tregua siglata negli Stati Uniti su budget federale e innalzamento del tetto del debito, oltre che grazie ai primi dati macro pubblicati, ieri, dopo la riapertura degli uffici pubblici statunitensi, apparsi più deboli delle attese e dunque tali da rafforzare la convinzione che la Federal Reserve non toccherà il suo programma di acquisti di bond sul mercato da 85 miliardi di dollari al mese, né tanto meno i tassi sul dollaro, ancora per molti mesi.

Tuttavia oltre a naturali prese di profitto per i titoli del settore creditizio europeo oggi sembrano sommersi altre motivazioni di vendita: requisiti più “stretti” significa anche per le banche minore possibilità di espandere la propria attività, o necessità di effettuare ulteriori ricapitalizzazioni (o cessioni) con le quali rafforzare il proprio patrimonio e questo facilmente, specie per paesi come Italia, Spagna ma anche Francia, dove di crescita se ne vede poca o nulla, rischia di significare solo una cosa: un’ulteriore stretta del credito o, ben che vada, il mantenimento dello status quo.

Se poi, come molti temono, dagli stress test emergerà un residuo “funding gap” (il fabbisogno di finanziamento da reperire anche per far fronte al rimborso di precedenti prestiti come quelli concessi dalla stessa Bce tramite le due Ltro del dicembre 2011 e del febbraio 2012) che Goldman Sachs qualche giorno fa ha stimato poter essere attorno a 16 miliardi di euro complessivi solo per le 6 maggiori banche italiane  (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Bpm, Banco Popolare e Ubi Banca)  delle quali solo le prime due sembrano  non dover aver problemi a rifinanziarsi sul mercato, come si è visto anche in questi ultimi due giorni col collocamento di nuovi bond da un miliardo di euro (per UniCredit sulla scadenza dei 12 anni, per Intesa Sanpaolo a 10 anni), la conclusione è solo una: il 2014 sarà un anno da vivere “pericolosamente”.

Un anno in cui si potrà assistere a nuove fusioni, specie tra istituti di piccola e media dimensione (spesso legati a doppio filo alla politica locale) e tra banche popolari che lentamente (vedasi Bpm o Bper) stanno provando ad adeguare la propria governance e in cui si registreranno ulteriori svalutazioni e ristrutturazioni di situazioni debitorie “particolari” (come nel caso del debito di Tassara, holding di Romain Zaleski sui cui 500 milioni di debito è arrivato nei giorni scorsi il via libera ad una ristrutturazione da parte di Intesa Sanpaolo e UniCredit). Mentre per le piccole e medie industrie italiane è probabile che i cordoni della borsa, anzi delle banche, resteranno stretti assai, con le conseguenze che ciò potrà significare in termini di minore crescita dei bilanci di banche e aziende, oltre che di paese.

Luca Spoldi